| No alla clonazione umana
ma non fermiamo la ricerca | Continua, questa volta davanti al Congresso degli Stati
Uniti, la discussione infinita sulla clonazione. Da quando
sulla scena del mondo è comparsa la pecora Dolly, prova
indiscutibile della possibilità di riprodurre un essere vivente,
la clonazione è stata via via presentata come emblema del
male assoluto o della libertà della scienza, come espressione
inaccettabile della volontà di "giocare ad essere Dio" o
come ampliamento legittimo delle nostre possibilità di scelta.
Si presenta come una sfida estrema, continuamente
rilanciata da veri e falsi ricercatori vogliosi di notorietà, da
cacciatori di fondi, da rappresentanti di improbabili religioni.
La vicenda della clonazione, proprio perché estrema,
diventa esemplare. Segna l'abbandono della riproduzione
sessuale, mette in discussione l'unicità della persona, dà
corpo alle fantasia sulla "serializzazione" degli esseri umani,
annuncia la superfluità del maschio.
Difficile mettere ordine in questo groviglio di annunci,
emozioni, problemi. Così, in un'ansia di semplificazione, si
invoca una regola giuridica di divieto, della quale ha appena
parlato anche il nuovo presidente degli Stati Uniti.
Ma al diritto si chiede la ricostituzione d'un ordine turbato,
non soltanto una regola.
È questa la via giusta? Partiamo dalla situazione italiana,
dove il vero fatto nuovo non è l'annuncio dell'imminente
clonazione di un essere umano, ma la ratifica della
Convenzione sui diritti dell'uomo e la biomedicina, che il
Parlamento ha votato poco prima della chiusura dei suoi
lavori. La Convenzione, infatti, è accompagnata da un
Protocollo che, all'articolo 1, vieta appunto "ogni intervento
volto a creare un essere umano geneticamente identico ad
un altro essere umano, vivo o morto". Il divieto della
clonazione, dunque, è ormai legge dello Stato italiano.
Questo è un orientamento comune ai più diversi paesi, e che
ha trovato espressione anche nella Carta dei diritti
fondamentali dell'Unione europea, firmata nel dicembre
scorso a Nizza, nella quale è stato inserito un esplicito
"divieto della clonazione riproduttiva degli esseri umani"
(articolo 3). Si tratta di una norma approvata con qualche
contrasto, poiché alcuni, per la pressione anche di ambienti
cattolici, volevano che il divieto riguardasse la clonazione in
quanto tale, e non solo la clonazione riproduttiva umana. Se
questo fosse avvenuto, l'effetto sarebbe stato paradossale,
e aberrante, perché avrebbe portato alla messa al bando di
una tecnica comunemente adoperata nel mondo animale e
vegetale, ed alla quale già si ricorre per cellule e tessuti
umani, precludendo inoltre ogni possibilità di ricerca in
materie di straordinaria importanza.
Ma la proposta di bandire ogni forma di clonazione è
emblematica.
Dimostra come le discussioni sulla clonazione, anche in
ambienti che si dovrebbero ritenere informati, siano ancora
inquinate da approssimazioni e fumi ideologici, che spesso
rendono difficili riflessioni serie, lontane da
strumentalizzazioni propagandistiche come da rifiuti
immotivati. La clonazione non è il diavolo. Nel rapporto
esplicativo che accompagna il ricordato Protocollo si
afferma esplicitamente la legittimità della "clonazione in
quanto tecnica biomedica", importante per lo sviluppo della
medicina. La conclusione è netta: "Le disposizioni del
presente protocollo non devono essere interpretate come
divieto delle tecniche della clonazione in biologia cellulare"
(Rapporto esplicativo, n. 4). Il divieto della clonazione
riproduttiva umana, quindi, non può essere invocato per
impedire il ricorso a questa tecnica in altri settori di ricerca,
come quello delle cellule staminali.
Convenzione sulla biomedicina e Carta dei diritti
fondamentali obbligano tutti, e non solo gli specialisti, ad
abbandonare luoghi comuni e analisi ad orecchio.
Ribadito e solennemente ufficializzato il divieto della
clonazione degli esseri umani, è venuto il momento di
liberarci da un modo di intendere il termine clonazione che,
caricato di apprensioni e significati negativi, cerca di
estendere biasimo e divieti anche a casi diversi dall'unico al
quale il divieto può essere legittimamente riferito. Questo
vuol dire che è pure venuto il momento di revocare
un'ordinanza a suo tempo emessa dal ministro della Sanità
Rosy Bindi, e recentemente rinnovata dal ministro Veronesi,
che vieta appunto ogni forma di clonazione.
Quell'ordinanza era fin dall'origine una risposta sbagliata ad
una preoccupazione legittima. Lo è ancora di più oggi,
perché l'avvenuta ratifica della Convenzione europea sulla
biomedicina e del Protocollo hanno fugato ogni timore
legato a possibili interventi di clonazione riproduttiva umana,
e vi è quindi il rischio che divieti indiscriminati rafforzino
atteggiamenti antiscientifici.
L'ordinanza, inoltre, era e rimane uno strumento improprio,
inidoneo a regolare questa materia, come ha rilevato la
magistratura ordinando il dissequestro del toro Galileo
(attenti al nome!), creato per clonazione in violazione di
quanto prescritto dall'ordinanza, e per questo sottoposto a
un provvedimento di sequestro.
Definito in modo più preciso il campo della discussione, è
comprensibile che la critica agli annunciati interventi di
clonazione umana si sia ora concentrata sui rischi concreti
legati a questi interventi, e non si limiti al solo esame di
generali questioni di principio. Proprio ricordando
l'esperienza della pecora Dolly, si è ripetutamente
sottolineato come quell'esperimento sia riuscito dopo 277
tentativi e che numerosi animali clonati presentino poi, tra
l'altro, problemi di sviluppo, malformazioni. Può
considerarsi eticamente ammissibile e scientificamente
accettabile l'avvio sull'uomo di interventi caratterizzati da
rischi tanto elevati? Uno dei "padri" di Dolly, Ian Wilmut, ha
scritto: "È già terribile veder nascere un animale
malformato. Come si può pensare di mettersi nella
situazione di produrre un bambino malformato"?
Questi argomenti, oggi, appaiono decisivi. Ma quale
dovrebbe diventare l'atteggiamento verso la clonazione il
giorno in cui le difficoltà tecniche fossero superate? Ha
giustamente osservato l'Economist che le preoccupazioni
degli scienziati riguardano non tanto il fine ultimo, la
clonazione di un essere umano, quanto piuttosto la
pericolosità attuale delle tecniche disponibili.
Per rispondere all'interrogativo radicale - clonare o non
clonare gli esseri umani - l'attenzione dev'essere di nuovo
rivolta, quindi, alle questioni di principio con le quali ci
cimentiamo da anni. Ma, per discuterne, non possiamo
ripetere meccanicamente gli argomenti del passato.
Faccio un solo esempio. Per contestare la legittimità etica
della clonazione, si è detto che essa, producendo copie di
esseri umani già esistenti, viola l'unicità della persona. Ma
proprio gli ultimi dati ci dicono che i geni del nostro genoma
sono meno di quanto previsto, intorno a 30.000.
Questa constatazione rafforza l'argomento, peraltro ben
noto, che mette in evidenza come la nostra unicità non
dipenda dal solo corredo genetico, ma sia il risultato di una
complessa interazione tra geni, proteine e ambiente.
Proprio la prevalenza della biografia sulla biologia
costituisce e garantisce l'unicità della persona. E proprio il
rapporto tra individuo e ambiente impedisce di ipotizzare
una perenne dipendenza tra il modello e il suo clone, che
costruisce la sua unicità in forme tali da differenziarlo
dall'individuo dal quale deriva.
Così ridimensionato l'argomento dell'unicità, altre questioni
dovrebbero essere affrontate, in primo luogo quelle
riguardanti il modo in cui l'individuo clonato percepisce se
stesso ed è percepito dalla società, nella prospettiva della
libera costruzione della personalità, che costituisce un diritto
fondamentale di ogni persona. Ma, rassicurati per il
momento dal divieto legislativo della clonazione riproduttiva
umana, possiamo proseguire la discussione senza essere
prigionieri di fantasmi o di mediocri operazioni pubblicitarie. |