RASSEGNA STAMPA

31 MARZO 2001
BRUNO GRAVAGNUOLO
Gobetti, il sovversivo liberale
Il giovane intellettuale torinese vide in anticipo tutti i problemi dell'Italia contemporanea
Nel rileggere le pagine del geniale saggista poco più che ventenne colpisce la quantità di intuizioni ancora attuali sui mali politici del nostro paese. Dalla denuncia del trasformismo e dei "partiti personali", al mancato ricambio delle èlites.
Piero Gobetti, un rivoluzionario liberale. Inevitabile, nel rievocarne la figura, partire dall'ossimoro, tanto più insolito e singolare, se calato nella storia politica italiana che ha fatto del liberalismo- oltre le benemerenze risorgimentali - una tradizione conservatrice o al più moderata. Intanto quell'ossimoro non è definizione arbitraria o affibbiata dall'esterno a Gobetti. E' un'autodefinizione. Che fa corpo col programma stesso che il giovane uomo di pensiero attribuì via via a se stesso, negli anni che vanno dalla prime prove editoriali - Energie Nove, la collaborazione a l'Unità di Salvemini - fino alla più matura riflessione compendiata dal Manifesto, poi destinato a divenire rivista e infine saggio nel 1924: Rivoluzione liberale. Ma cos'era questa Rivoluzione? Di quali obiettivi, soggetti storici e speranze si nutriva? Per capirlo occorre, per un momento, fuoriuscire dal cielo dottrinario delle idee. E sforzarsi di intravedere prima ancora, un carattere, una biografia, un clima ben preciso. Parliamo di un certo mondo vitale. Quello della Torino pre-bellica e post-bellica, nel primi decenni del novecento. Indubitabilmente quella Torino è crogiolo avanzato di industria e cultura, piazzaforte del piccolo "Stato-Fiat" (la definizione sarà di Gobetti stesso) che piegava tutta l'industria circostante a sé, imprimendo ritmo e dinamismo nuovo all'ex capitale subalpina. E' un sommovimento profondo, che suscita da un lato le energie di un vasto proletariato industriale ben presto organizzato attorno ai suoi apostoli e filantropi borghesi, alle sue cooperative e al suo sindacato. E che dall'altro muove forze intellettuali diffuse. Sulla scia della nascente civiltà industriale. Di un mercato allargato e del ventaglio di funzioni e professioni evocato dalla modernizzazione giolittiana. Torino, è epicentro di tutto questo, e interpreta il suo ruolo mescolando fierezza di capitale declassata a sentimenti di rivincita industrialista sul resto del paese. Ecco, Piero Gobetti, studente prodigio del Gioberti, giornalista in erba, ragazzo che si rivolgerà da pari a pari a Salvemini, Einaudi, Croce, Prezzolini, Gentile, cresce in quel clima. Figlio di contadini piemontesi inurbati e gestori di una drogheria, incarna perfettamente le Energie nove del momento. Il tumultuoso passaggio da una società censitaria - ancorché cavourianamente inventiva - a un mondo di aspri conflitti tra ceti e generazioni. E' Gobetti, nella sua prodigiosa e acerba vitalità venata di puritanesimo, l'esplosione stessa a Torino e in Italia, di una questione cruciale. La questione intellettuale. Non già intesa come contrasto tra i colti e gli umili, tra romantica élite minoritaria e filistei privilegiati, come la Germania di primo ottocento ce l'ha tramandata. Bensì come questione politica nazionale. Sociale certo, quanto a dimensione e moltiplicazione delle funzioni intellettuali moderne. Ma, ancor, più politica. Cioè come problema della selezione e dell'ascesa delle classi dirigenti. Delle élites, per evocare un termine centrale nella riflessione di Gobetti.
Qui, è impossibile non registrare una consonanza rivelatrice: Gramsci. Anche lui, a modo suo "contadino". Figlio di un piccolo impiegato comunale, e "isolano" inurbato nella medesima Torino di Gobetti. Anche lui, critico del fatalismo positivista, e vittima del fascismo. E del pari ossessionato dagli intellettuali. Coesivo e mastice simbolico - nella riflessione dei Quaderni del Carcere - senza cui nessun ricambio sociale, nessuna riproduzione economica, né baricentro egemonico di forze o di senso generale, era possibile nel moderno. Certo il demiurgismo intellettuale, di cui Gobetti fu interprete emblematico, ebbe nell'Italia di allora un significato oscillante e ambiguo. Sino a culminare col fascismo - sulle scie dell'"attivismo"- in una capillare integrazione dei colti nel regime, e di segno conservatore. Almeno fino ai tempi della fronda antifascista. Del resto, lo stesso Gobetti convisse, smarcandosene da ultimo, con protagonisti culturali della rivoluzione conservatrice. Dall'"Apota" Prezzolini a Gentile, idolatrato all'inizio, poi respinto come esponente di una scolastica autoritaria. Eppure, sul crinale di quest'insorgenza intellettuale di massa a cavallo della grande guerra, Piero Gobetti rappresentò acutamente una grande possibilità, innervata da analisi di straordinaria attualità. La spinta ad un ricambio profondo di classi dirigenti. Oltre la chiusura oppressiva del vecchio ceto liberale che nell'unificare il paese dall'alto aveva escluso i ceti subalterni dallo stato e dal recinto della società civile. Cristallizzando assetti da civiltà pre-capitalista, privilegi corporativi e territoriali, ineguaglianze di classe.
E' qui che il bisturi di Gobetti scava. Delineando, sulla scia di Salvemini, il quadro di quello che Gramsci definirà il "patto scellerato" tra nuova borghesia industrialista del nord, protetta dallo stato e vecchie classi parassitarie del sud, acquiescenti ad un progetto di unificazione nazionale che condannava il mezzogiorno a mercato passivo di manufatti e a serbatoio di manodopera. Mentre la proiezione geometrica di questo assetto diventava la convergenza al centro di partiti notabilari e incapaci di incarnare grandi correnti nazionali di interessi. C'è, in questa denuncia di Gobetti, l'analogo di consimili vedute weberiane. Le stesse con cui Max Weber nella Germania guglielmina metteva sotto accusa il parlamentarismo degli junker, nonché l'assenza di un vero partito liberale di massa capace di allargare la cittadinanza oltre il privilegio censitario e assicurare base parlamentare salda all'esecutivo. E tuttavia, in Gobetti, oltre l'attenzione ai limiti del liberalismo italiano, c'è la ricerca di un altro protagonista: il movimento operaio. Da riscattare dai vincoli di una mentalità fatalista e messianica, e da inserire a pieno titolo nel processo di rinnovamento dell'Italia liberale. Su questo punto l'utopia gobettiana si fa più affascinante e ambigua da decifrare. Infatti da un lato il giovane rivoluzionario liberale sembra puntare ad un rinnovamento dei partiti, concependoli come partiti di massa, finalmente liberati dai "partiti personali" costruiti sul maggioritario (Gobetti era proporzionalista). E in tal senso gioca un ruolo il richiamo energetico al ruolo del "mito" soreliano, che fonde in blocchi classi fondamentali e alleanze su opposte sponde. Dall'altro però gli impulsi di rivoluzione muovono in lui dalle autonome cerchie della società civile. Dal mondo della cultura e dalle sue ramificazioni capillari specialistiche. Dal mondo dell'industria e dal mondo della fabbrica. Come quando, nel 1920, egli guarda ammirato al soviet della Fiat e all'"Ordine Nuovo" di Gramsci, corrispettivo italiano di quel moto di "rivoluzione liberale" che Gobetti scorgeva nella rivoluzione bolscevica. Difficile capire se per Gobetti, dalla personalità sperimentale e in divenire l'epilogo di quell'Italia sospesa tra progresso e reazione e in piena bufera post-bellica, dovesse essere la rivoluzione sociale. Con gli operai promossi a rango di borghesi intraprenditori nelle fabbriche occupate. Oppure se per lui si trattasse solo di uno scossone salutare, destinato a mutare le élites al potere degli opposti schieramenti rinnovati dal fuoco dello scontro. E secondo uno schema "conflittualista" debitore più all'elitismo sociale di Mosca che non a quello "naturalistico" di Pareto.
Ma a troncare il dilemma intervenne il fascismo. Quando, sulle ceneri della divisione tra le forze democratiche - liberali, cattoliche e socialiste ferite dalla scissione di Livorno - si incaricò di fornire la sua risposta. Eccola: un moderno regime reazionario di massa. Che lascia filtrare al vertice ceti medi emergenti, nel quadro di un compromesso storico con industria, monarchia e Chiesa. E che spacca e comprime in basso i ceti subalterni. Prima di morire, schiantato da un attacco cardiaco successivo all'aggressione squadristica a Torino, Gobetti individuò i tratti salienti di quella "modernizzazione reazionaria". Descrivendola come "autobiografia di una nazione": una micidiale miscela di populismo, antiparlamentarismo e tradizionalismo retrivo. Rassodata da un nuovo ceto medio risentito ed estraneo alle istituzioni, percepite come nemiche. Fu l'ultima fiammata di intelligenza di quel giovane acerbo, le cui intuizioni ante-litteram ridimensionano alquanto l'originalità di tante polemiche "revisionistiche" molto più tarde.
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vedi anche
Filosofia (e) politica