Nel feticismo un geroglifico della modernità| Un ventaglio di riflessioni critiche che classicamente attingono alla psicoanalisi, alla filosofia,
all'economia nei saggi di "Figure del feticismo" curati da Mistura per Einaudi |
| La lunga lotta tra il soggetto e il feticcio, iniziata con la nascita del capitalismo moderno e
prolungatasi lungo tutto il corso del Novecento, sembra oggi definitivamente risolta con la
vittoria trionfante del secondo. Le tracce di questo esito sono percepibili ovunque: non
solo nell'acclamato dominio della merce, ma anche nei fenomeni che una solida tradizione
di pensiero aveva ritenuto intimamente refrattari al feticismo, per esempio nell'opera
d'arte, come pure in una qualità delle relazioni fra gli esseri, ormai fondate in modo
ossessivo sulle apparenze. Le sue conseguenze sul piano di una riflessione critica e
teorica, invece, rappresentano una sfida aperta per il pensiero, se addirittura non arrivano
a metterlo radicalmente in questione e a far dubitare del fatto che sia ancora capace di
esercitare una qualsiasi forma di presa sull'attualità.
Di fronte a una simile difficoltà, può essere utile compilare un inventario delle nozioni che
abbiamo a disposizione, provare a vedere "ciò che è vivo e ciò che è morto" delle vecchie
teorie sul feticismo, misurare con gli occhi aperti sul presente quali categorie abbiano
perduto forza esplicativa e quali, invece, possano ancora fornire utili spunti per avviare
nuove analisi.
Figure del feticismo, il libro curato da Stefano Mistura per l'editore Einaudi (pp. 332, L.
.40.000), percorre questa strada selezionando di fatto tre tipi di accostamento al
fenomeno: psicoanalisi, storia della filosofia ed economia. Si potrebbe obiettare che altre
forme di indagine sarebbero state altrettanto, se non più adatte a penetrare la scorza dei
feticci contemporanei: uno studio sulla crescita esponenziale della specializzazione in
campo scientifico, per esempio, o uno estetico sul sistema del museo, come quello
proposto ancora pochi anni fa da Remo Guidieri (Fantasmagoria di icona e feticcio,
Hopefulmonster, 1998), potrebbero aprire vie di indagine meno legate alla storia del
concetto, ma forse più aderenti alle sue dinamiche di proliferazione nel mondo di oggi.
Resta il fatto, però, che le tre linee indicate da Mistura e dagli altri autori intervenuti nel
volume sono quelle che maggiormente condizionano la nostra immagine del feticcio e che
verificarle sul campo, più che un semplice esercizio storiografico, può essere un buon
avvio per comprendere quel che non siamo più o che siamo ancora, anche se tendiamo a
dimenticarlo.
I due nomi ricorrenti, nei dodici saggi che compongono Figure del feticismo, sono
naturalmente quelli di Marx e Freud. E la scommessa del libro consiste proprio nel far
giocare insieme questi due autori e nel mostrare come lo "spostamento epistemologico"
operato da entrambi rispetto al modo di considerare il feticcio rappresenti ancora oggi un
punto di partenza irrinunciabile. Prima di Marx e Freud, come nota Alfonso M. Iacono nello
scritto che dedica alle origini della nozione, il feticcio era ancora l'"immenso malinteso" di
cui parlava Marcel Mauss, una proiezione tutta occidentale sulle credenze delle religioni
extraeuropee, in primo luogo africane, di cui è stata in gran parte responsabile la
nascente etnologia. Sottraendo il feticcio dal contesto di una cultura di stampo coloniale,
Marx e Freud ne hanno fatto piuttosto un modello di comprensione dello sviluppo sociale e
individuale dell'uomo europeo. In Marx, come sottolinea Mario Tronti, l'analisi del feticismo
non dà mai luogo a una "teoria", ma solo a una radiografia del sistema capitalistico, di cui
esso rappresenta non un'anomalia, ma la normalità, ovvero la forma ideologica primaria
delle sue strategie di funzionamento.
In Freud, d'altra parte, la nozione di feticismo subisce una torsione, focalizzandosi prima
sull'oggetto-feticcio, "elemento decisivo d'accesso al significato psicosessuale
dell'inconscio" (Mistura), ma in un secondo tempo sulle modalità di costituzione del
soggetto-feticista: nel corso di questo cammino, il feticismo viene a indicare non tanto
una specifica forma di perversione, quanto una modalità generale del rapporto affettivo
nella quale le cose si sostituiscono alla relazione con l'altro come persona. Lungo il crinale
di questo confronto, in cui il feticismo si rivela sempre meno "eccezione" e sempre più
"regola", i contributi del libro, nonostante la loro ovvia eterogeneità, mostrano con
chiarezza quale sia la strada che il pensiero attuale deve abbandonare se vuole
conquistare una maggiore aderenza ai fatti della vita contemporanea. La via non più
praticabile è quella della filosofia della storia, con tutte le domande e le alternative che
hanno caratterizzato l'impostazione del problema nel primo Novecento: bisogna vedere nel
feticismo un fenomeno transitorio o un destino dell'uomo moderno, dobbiamo intenderlo
come l'effetto di una precisa condizione storica o come una categoria dell'esistenza?
Gli studi dedicati a Benjamin, Adorno e Merleau-Ponty, firmati rispettivamente da Fabrizio
Desideri, Stefano Petrucciani e Mauro Carbone, mettono in evidenza le parabole estreme e
il punto di crisi di domande come queste: ogni tentativo di risolvere dialetticamente, nella
storia, il nostro rapporto con il feticcio, non riesce a inquadrare sotto le lenti della critica
quella dimensione estetica, teologica e mitologica nella quale affondano le loro radici tutti
gli scambi fra la coscienza e la merce, dunque il dominio stesso dell'apparenza a cui siamo
sottoposti. Proprio per questo "capire il dorso del feticcio", come scrive Mario Tronti
riecheggiando Ernst Bloch, dare alla merce lo statuto filosofico che essa pretende è il
primo passo da compiere oggi, un'operazione persino più urgente dell'esigenza di ripensare
la "qualità del soggetto". E tuttavia, aggiunge ancora Tronti, pensando il feticcio non si
può che avere di mira "il secondo passo", quello che porta di nuovo verso il soggetto e
che sottolinea il carattere eminentemente politico della relazione feticistica con gli
oggetti.
Una citazione del Lukács di Storia e coscienza di classe serve a Tronti per ristabilire la
centralità del movente politico in ogni riflessione autenticamente critica sulla nozione di
feticismo: "quel che assume per gli uomini la forma fantasmagorica di un rapporto tra cose
è soltanto il rapporto sociale determinato fra gli uomini stessi". Il nodo da ripensare è
questo, perché fuori dalla concreta relazione fra gli uomini, il feticismo stesso, come
"geroglifico" della condizione moderna, rischia di diventare a sua volta un oggetto di culto. |