RASSEGNA STAMPA

27 MARZO 2001
editoriale
I silenziosi rivoluzionari del bit
Se ne sono andati, uno dopo l’altro, due protagonisti del XX secolo, due personalità che non molti conoscono ma che hanno contribuito come pochi altri a cambiare il nostro modo di essere al mondo. Gente di fatti e non di parole: due giganti del pensiero a cui un intellettuale medio italiano non farebbe proprio riferimento. Sto parlando di Claude Shannon e di Herbert Simon, entrambi nati negli Stati Uniti nel 1916 e scomparsi a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro lo scorso febbbraio. Il primo ci ha insegnato come misurare e quantificare l’informazione. Il secondo ha inaugurato l’era della programmazione dei computer e ci ha costretto ad accettare l’idea che la razionalità dell’agire umano è sempre una razionalità limitata. Non esistendo un premio Nobel per l’informatica, gliene è stato assegnato uno per l’Economia nel 1978. Shannon era un ingegnere e da ingegnere ha trattato una materia ingrata e complessa come la trasmissione dell’informazione, in quello che doveva rivelarsi il secolo della comunicazione. Negli anni Quaranta egli si trovò ad affrontare un problema molto concreto: in quale maniera si può codificare un messaggio, un concerto o un’immagine, in modo che vengano trasmessi, o registrati, con il minimo di distorsione e di errore. Shannon si convinse della necessità di definire preliminarmente la quantità di informazione, in modo da poter confrontare l’efficienza dei vari processi di codificazione, e ne ricavò una lezione imperitura. La quantità di informazione di un messaggio si può misurare in termini di quante domande semplici - del tipo sì o no, bianco o nero, 0 o 1 - sono necessarie per definirne il contenuto. Ogni domanda di questo tipo vale un bit, un’unità di misura dell’informazione oggi notissima, insieme al byte, il suo multiplo più usato, che vale 8 bit. Se voglio sapere che esito ha dato il lancio di una moneta, è sufficiente che faccia una sola domanda: «E’ uscito "testa"?». Sia che la risposta sia un sì, sia che sia un no, ho saputo come è andata. Me la sono cavata con 1 bit d’informazione. L’esito del lancio di un dado corrisponde invece a 3 bit, perché posso sapere come è andata facendo esattamente 3 domande. Posso chiedere ad esempio se è uscito un numero pari. Se la risposta è un sì, procedo a chiedere se il numero è maggiore di 4. Se la risposta è adesso un no, basta che chieda se il numero è 4. Qualsiasi sia la risposta a quest’ultima domanda, saprò con certezza che numero è uscito. Sulla stessa linea, sapere quale dei 4 nucleotidi che costituiscono il DNA - A, G, C o T - occupa una data posizione nel genoma vale 2 bit. Per saperlo mi bastano infatti 2 domande. Posso chiedere ad esempio se è una purina, cioè una A o una G. Se la risposta è sì, basta che chieda se è una G e qualsiasi risposta mi darà un responso finale e definitivo. Per l’intero genoma umano occorrono un po’ più di 6 miliardi di domande, quindi 6 miliardi di bit, equivalenti approssimativamente a un miliardo di byte, cioè un Gigabyte. Il contenuto informazionale di lettere, articoli, concerti e talk show si misura da allora con un’unica unità di misura, come quello dei genomi. Elementare Watson! Con Herbert Simon ho una questione personale.
Avevo comprato qualche anno fa la sua autobiografia (H. Simon. Modelli per la mia vita , Rizzoli, 1992) e l’avevo messa per così dire in lista d’attesa. Mi capitò poi di leggere un’autobiografia di un noto intellettuale italiano: un forbito esercizio di scrittura tutto eleganze verbali e riferimenti classici, ma sostanzialmente pieno di nulla. Mi venne allora voglia di riprendere in mano quella semplice e lineare autobiografia di Simon che avevo momentaneamente messo da parte. Il confronto non poteva essere più stridente. Si trattava in questo secondo caso di una prosa semplice, diretta, quasi infantile che allineava però davanti ai miei occhi fatti su fatti, vicende appassionanti e persone affascinanti e quel che più conta, un’enorme ricchezza di idee nuove e originali, esposte con la massima semplicità, come se fossero ovvie e scontate. Andando da un’autobiografia all’altra si passava insomma dagli aggettivi e avverbi, ai sostantivi e ai verbi. Messo sull’avviso da quella lettura, ho seguito l’operato di Simon negli ultimi decenni.
Ebbene, non c’è stato praticamente evento nella storia della programmazione dei calcolatori e della cosiddetta Intelligenza Artificiale nel quale non ci sia stato lo zampino di Herbert Simon. Con una lucidità e una perseveranza senza pari, questo infaticabile solutore di problemi ha affrontato la formalizzazione delle questioni più complesse della vita, con lo scopo dichiarato di renderle trattabili da un computer. Nel fare questo ha dovuto riflettere sull’essenza più profonda di molti problemi e dilemmi di cui altri si sono limitati a sottolineare l’impraticabilità. Qui sta la grandezza di certi «pensatori pratici»: essere riusciti a semplificare operativamente le questioni in modo da poterle gestire, pur essendo perfettamente consapevoli, quanto e più di tanti melensi adoratori della complessità, che le cose non sono mai semplici di per sé. Le cose, a dir la verità, non sono proprio nulla di per sé. Simon chiese, fra le altre cose, ai primi calcolatori di giocare brevi partite di scacchi, di dimostrare teoremi di matematica e di simulare il comportamento dell’uomo in certe determinate circostanze. E’ noto che, tentativo dopo tentativo, un computer è arrivato a sconfiggere il campione mondiale di scacchi. Il computer che lo ha fatto, Deep Blue, è molto diverso dai primi enormi e goffi calcolatori sui quali lavorava Simon all’inizio, e i programmi utilizzati sono lontanissimi da quelli che si dovevano immettere con incredibile pazienza in quelle macchine primitive, ma lo schema logico è lo stesso e dietro tale schema c’è il nostro, con il suo sforzo di razionalizzazione e formalizzazione. Ci si chiederà perché è stato assegnato un premio per l’Economia a uno specialista della programmazione e dei computer. Perché Simon ha mostrato concretamente come sia inutile e fuorviante parlare di un’umanità sempre raziocinante e calcolatrice, anche laddove la posta in gioco richiederebbe il massimo della razionalità. L’uomo non è mai perfettamente razionale, neppure quando si sforza di esserlo come nelle decisioni di carattere economico.
Quella dell’uomo è sempre una razionalità limitata. Il concetto di razionalità limitata, da non confondere con quello tanto più reclamizzato di irrazionalità della condotta umana, è nella sua apparente semplicità un colpo di genio. Degno di un semplice uomo di genio. Che ci ha lasciato scritto: «Scopo della scienza è scoprire una significativa semplicità in mezzo a una complessità disordinata». E ancora: «Dimostrare che qualcosa il cui comportamento sembra assai complesso e bizzarro è in realtà il risultato della combinazione di componenti molto semplici, è meraviglioso, non avvilente». Ma non tutti appreser bene quell’arte.
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vedi anche
Il pensiero matematico