| I silenziosi rivoluzionari del bit | Se ne sono andati, uno dopo l’altro, due protagonisti del XX secolo, due
personalità che non molti conoscono ma che hanno contribuito come pochi altri a
cambiare il nostro modo di essere al mondo. Gente di fatti e non di parole: due
giganti del pensiero a cui un intellettuale medio italiano non farebbe proprio
riferimento. Sto parlando di Claude Shannon e di Herbert Simon, entrambi nati
negli Stati Uniti nel 1916 e scomparsi a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro lo
scorso febbbraio. Il primo ci ha insegnato come misurare e quantificare
l’informazione. Il secondo ha inaugurato l’era della programmazione dei computer e
ci ha costretto ad accettare l’idea che la razionalità dell’agire umano è sempre una
razionalità limitata. Non esistendo un premio Nobel per l’informatica, gliene è stato
assegnato uno per l’Economia nel 1978. Shannon era un ingegnere e da ingegnere
ha trattato una materia ingrata e complessa come la trasmissione
dell’informazione, in quello che doveva rivelarsi il secolo della comunicazione. Negli
anni Quaranta egli si trovò ad affrontare un problema molto concreto: in quale
maniera si può codificare un messaggio, un concerto o un’immagine, in modo che
vengano trasmessi, o registrati, con il minimo di distorsione e di errore. Shannon si
convinse della necessità di definire preliminarmente la quantità di informazione, in
modo da poter confrontare l’efficienza dei vari processi di codificazione, e ne
ricavò una lezione imperitura. La quantità di informazione di un messaggio si può
misurare in termini di quante domande semplici - del tipo sì o no, bianco o nero, 0
o 1 - sono necessarie per definirne il contenuto. Ogni domanda di questo tipo vale
un bit, un’unità di misura dell’informazione oggi notissima, insieme al byte, il suo
multiplo più usato, che vale 8 bit.
Se voglio sapere che esito ha dato il lancio di una moneta, è sufficiente che
faccia una sola domanda: «E’ uscito "testa"?». Sia che la risposta sia un sì, sia
che sia un no, ho saputo come è andata. Me la sono cavata con 1 bit
d’informazione. L’esito del lancio di un dado corrisponde invece a 3 bit, perché
posso sapere come è andata facendo esattamente 3 domande. Posso chiedere ad
esempio se è uscito un numero pari. Se la risposta è un sì, procedo a chiedere se
il numero è maggiore di 4. Se la risposta è adesso un no, basta che chieda se il
numero è 4. Qualsiasi sia la risposta a quest’ultima domanda, saprò con certezza
che numero è uscito. Sulla stessa linea, sapere quale dei 4 nucleotidi che
costituiscono il DNA - A, G, C o T - occupa una data posizione nel genoma vale 2
bit. Per saperlo mi bastano infatti 2 domande. Posso chiedere ad esempio se è una
purina, cioè una A o una G.
Se la risposta è sì, basta che chieda se è una G e qualsiasi risposta mi darà un
responso finale e definitivo. Per l’intero genoma umano occorrono un po’ più di 6
miliardi di domande, quindi 6 miliardi di bit, equivalenti approssimativamente a un
miliardo di byte, cioè un Gigabyte. Il contenuto informazionale di lettere, articoli,
concerti e talk show si misura da allora con un’unica unità di misura, come quello
dei genomi. Elementare Watson! Con Herbert Simon ho una questione personale.
Avevo comprato qualche anno fa la sua autobiografia (H. Simon. Modelli per la mia
vita , Rizzoli, 1992) e l’avevo messa per così dire in lista d’attesa. Mi capitò poi di leggere
un’autobiografia di un noto intellettuale italiano: un forbito esercizio di scrittura tutto
eleganze verbali e riferimenti classici, ma sostanzialmente pieno di nulla. Mi venne allora
voglia di riprendere in mano quella semplice e lineare autobiografia di Simon che avevo
momentaneamente messo da parte. Il confronto non poteva essere più stridente. Si trattava
in questo secondo caso di una prosa semplice, diretta, quasi infantile che allineava però
davanti ai miei occhi fatti su fatti, vicende appassionanti e persone affascinanti e quel che più
conta, un’enorme ricchezza di idee nuove e originali, esposte con la massima semplicità,
come se fossero ovvie e scontate. Andando da un’autobiografia all’altra si passava
insomma dagli aggettivi e avverbi, ai sostantivi e ai verbi.
Messo sull’avviso da quella lettura, ho seguito l’operato di Simon negli ultimi decenni.
Ebbene, non c’è stato praticamente evento nella storia della programmazione dei calcolatori
e della cosiddetta Intelligenza Artificiale nel quale non ci sia stato lo zampino di Herbert
Simon. Con una lucidità e una perseveranza senza pari, questo infaticabile solutore di
problemi ha affrontato la formalizzazione delle questioni più complesse della vita, con lo
scopo dichiarato di renderle trattabili da un computer. Nel fare questo ha dovuto riflettere
sull’essenza più profonda di molti problemi e dilemmi di cui altri si sono limitati a
sottolineare l’impraticabilità. Qui sta la grandezza di certi «pensatori pratici»: essere riusciti
a semplificare operativamente le questioni in modo da poterle gestire, pur essendo
perfettamente consapevoli, quanto e più di tanti melensi adoratori della complessità, che le
cose non sono mai semplici di per sé. Le cose, a dir la verità, non sono proprio nulla di per
sé.
Simon chiese, fra le altre cose, ai primi calcolatori di giocare brevi partite di scacchi, di
dimostrare teoremi di matematica e di simulare il comportamento dell’uomo in certe
determinate circostanze. E’ noto che, tentativo dopo tentativo, un computer è arrivato a
sconfiggere il campione mondiale di scacchi. Il computer che lo ha fatto, Deep Blue, è
molto diverso dai primi enormi e goffi calcolatori sui quali lavorava Simon all’inizio, e i
programmi utilizzati sono lontanissimi da quelli che si dovevano immettere con incredibile
pazienza in quelle macchine primitive, ma lo schema logico è lo stesso e dietro tale schema
c’è il nostro, con il suo sforzo di razionalizzazione e formalizzazione.
Ci si chiederà perché è stato assegnato un premio per l’Economia a uno specialista della
programmazione e dei computer. Perché Simon ha mostrato concretamente come sia inutile
e fuorviante parlare di un’umanità sempre raziocinante e calcolatrice, anche laddove la
posta in gioco richiederebbe il massimo della razionalità. L’uomo non è mai perfettamente
razionale, neppure quando si sforza di esserlo come nelle decisioni di carattere economico.
Quella dell’uomo è sempre una razionalità limitata. Il concetto di razionalità limitata, da non
confondere con quello tanto più reclamizzato di irrazionalità della condotta umana, è nella
sua apparente semplicità un colpo di genio.
Degno di un semplice uomo di genio. Che ci ha lasciato scritto: «Scopo della scienza è
scoprire una significativa semplicità in mezzo a una complessità disordinata». E ancora:
«Dimostrare che qualcosa il cui comportamento sembra assai complesso e bizzarro è in
realtà il risultato della combinazione di componenti molto semplici, è meraviglioso, non
avvilente». Ma non tutti appreser bene quell’arte. |