RASSEGNA STAMPA

25 MARZO 2001
PAOLO ROSSI
Mosè e le leggi d'Egitto
Jan Assmann, «Mosè l'Egizio. Decifrazione di una traccia di memoria», Adelphi Edizioni, Milano 2001, pagg. 304, L. 60.000.
Questo è un libro geniale gradevole e affascinante, scritto da un egittologo che conosce assai bene la storia ebraica e che si è occupato non solo dell'antico Egitto, ma anche della storia del "mito dell'Egitto" nella cultura europea. Quel mito fu particolarmente forte e vitale prima nell'età del Rinascimento, nel corso della rinascita dell'ermetismo e poi nel Settecento, dopo la conquista napoleonica. Assmann ha fatto quello che solo di storici di razza sanno fare: si è appassionato a un problema e si è costruito le competenze e l'attrezzatura necessarie a trattarlo.
Alla radice del libro c'è un'antichissima domanda che incuteva ancora forti preoccupazioni di empietà nell'età di Giambattista Vico: le leggi e i riti degli Ebrei, che erano vissuti a lungo in stato di schiavitù nel regno dei Faraoni, avevano un'origine egiziana?
Come si poteva in questa prospettiva, sostenere che Mosè era stato il primo che aveva ricevuto da Dio le Tavole della Legge e le aveva consegnate agli uomini? La domanda era davvero insistente dall'età di Manetone (che era un sacerdote egiziano del III secolo a. C.) fino all'età di Friedrich von Schiller e di Sigmund Freud.
Alcuni considerarono Mosè un vero e proprio egiziano, altri lo pensarono egiziano in senso culturale, non solo assimilato, ma iniziato alla sapienza e ai misteri geroglifici. Un conto è il passato, ci ricorda l'autore, un altro conto sono i ricordi che, attorno al passato, sono stati costruiti. In certi casi c'è un passato che ossessiona un presente e il passato viene ricostruito, modellato e a volte anche inventato. Anche queste ricostruzioni, anche queste invenzioni hanno una storia e la mnemostoria diventa allora una branca o un settore della storia, così come lo sono la storia delle idee, la storia delle mentalità, la storia della vita quotidiana.
Il faraone Ekhanaton, che affermò la religione monoteistica, è una figura della storia e non della memoria. Mosè, che ha accompagnato per secoli la tradizione giudaico cristiana (e del quale non sappiamo quasi nulla di certo), è una figura della memoria e non della storia. «Non è impresa né gradevole né facile privare un popolo dell'uomo che esso celebra come il più grandi dei suoi figli, tanto più quando si appartiene a quel popolo». Con queste parole Freud iniziava il primo dei tre saggi su Mosè pubblicato nel 1937 sulla rivista «Imago». Il problema Mosè aveva confessato due anni prima a Lou Salomè, «mi ha perseguitato rutta la vita».
Senza farmi troppe illusioni, mi auguro che questo libro possa anche servire a correggere un errore molto diffuso fra gli studiosi di Vico. Secondo Fausto Niccolini e (al suo seguito) commentatori innumerevoli, John Marsham e John Spencer non sarebbero stati, come Vico afferma a tutte lettere autori filoegiziani. Da molto tempo ogni volta che trovo un libro privo di indice dei nomi elevo la mia forse poco efficace, ma energica protesta. Qui l'indice c'è, ma è inaffidabile. Fra la lettera erre e la esse sono successe cose turche. Per esempio non ci sono Salomé (nominata a pag. 256), Sandman, (265), Schenker (87) Schiff (208), Scholz (213), Stek (241), Stillingfleet (253) Swedenborg (171), e vari altri. Della lettera erre (si veda alle pagg. 39, 66, 110, 140) non faccio cenno per non venire accusato di interesse privato in pubblica recensione
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