RASSEGNA STAMPA

21 MARZO 2001
ANDREA FAGIOLI
Una fenice chiamata tradizione
La filosofia dopo il secolo che ha segnato il crollo delle ideologie e imposto il dominio della tecnica. Parla Gargani
"Ormai la rappresentazione del mondo è un compito affidato alle mani della scienza"
"I ragazzi di oggi sono ancora innocenti: studiano il pensiero per aver chiaro il rapporto tra noi e la realtà"
"La filosofia non è più uno strumento di conoscenza: la rappresentazione della realtà è demandata alle scienze". Lo sostiene Aldo Giorgio Gargani, docente di Estetica all'Università di Pisa. "E non sono il solo a pensarlo - afferma lo studioso -, la pensano così molti altri. La filosofia, insomma, si è distaccata dalla sua tradizione metafisica e oggi è uno strumento di analisi, di chiarificazione, di illuminazione dei nostri concetti, dei nostri vocabolari, dei nostri schemi concettuali secondo i quali affrontiamo la realtà. In questa sua funzione analitica la filosofia ha un ruolo molto importante e in certi casi essenziale". Gargani, nato a Genova nel 1933, si è laureato in filosofia alla Scuola Normale Superiore di Pisa e si è specializzato presso l'Università di Oxford. Ha svolto una lunga e intensa attività seminariale e di conferenze in Italia e all'estero. Sua anche l'organizzazione e la direzione di diversi corsi di formazione presso alcune imprese italiane, come la Rai o l'Accademia nazionale d'arte drammatica "Silvio D'Amico". È autore inoltre di un ampio numero di pubblicazioni, tra volumi e saggi, molti dei quali tradotti in Inghilterra, Stati Uniti, Francia, Austria, Germania, Spagna, Portogallo, Argentina. Ha conseguito premi per la saggistica e la narrativa con il volume Sguardo e destino (Laterza) e con L'altra storia (Il Saggiatore).
Ha svolto ricerche su temi, argomenti e tendenze della cultura filosofica, scientifica e letteraria moderna e contemporanea.
Professor Gargani, cosa significa, oggi, insegnare filosofia?
"Temo che i progetti sull'università, sui nuovi corsi di studio tendano e portino ad una banalizzazione dell'insegnamento filosofico. Sono pessimista su quanto si sta facendo in sede istituzionale e legislativa".
E gli studenti?
"Gli studenti in tutto questo sono assolutamente innocenti. Loro sono interessati alla filosofia in quanto discorso che chiarifica la posizione dell'uomo di fronte alla realtà rispetto agli strumenti concettuali e linguistici di cui dispone. Io vedo un forte interesse, nonostante le scarse prospettive di lavoro".
Cosa privilegia nell'insegnamento?
"Personalmente cerco di trasmettere la filosofia in una chiave appunto di analisi, di chiarificazione linguistica, di chiarificazione concettuale che secondo me è proprio il compito fondamentale del lavoro filosofico. Questo ovviamente non esclude anche l'insegnamento di tutta la tradizione occidentale del nostro pensiero filosofico ed eventualmente anche di quella non occidentale. Del resto, siamo gli eredi di tutto il pensiero che ci ha preceduto, anzi: le vere innovazioni nascono soltanto da un modo di approfondire e di rileggere la tradizione. Quindi non possiamo tirarci fuori completamente dai vocabolari decisivi che la figura filosofica tradizionale ci ha trasmesso. Dobbiamo piuttosto lavorare su di essi con un compito di chiarificazione e di analisi per giungere a dei nuovi risultati, a scoprire nuove possibilità di pensiero, di rapporto dell'uomo con la realtà, di rapporto dell'uomo con gli altri uomini".
Il "forte interesse" di cui parlava a proposito degli studenti si riscontra anche per le pubblicazioni? In poche parole, si vendono bene i libri di filosofia?
"Gli studenti sono abbastanza interessati. Nei limiti in cui possono permetterselo, sono curiosi e desiderosi di impossessarsi degli strumenti".
Ma il normale pubblico delle librerie?
"Entro certe misure, ovvero in rapporto alla scarsa propensione del pubblico italiano all'acquisto dei libri, un certo interesse si manifesta, anche perché per il discorso filosofico è abbastanza coinvolgente. Lo dimostrano anche alcune trasmissioni televisive di Rai Educational, che in ore poco praticabili vengono ugualmente seguite da persone di età ed estrazione sociale diversa. Il discorso filosofico, del resto, riguarda sempre il mistero, l'enigma, la meraviglia della posizione dell'uomo nel mondo".
Proprio in uno di questi programmi, rispondendo alla domanda di uno studente, lei ha detto che "la religione ha costituito, per molta parte della storia dell'Occidente, e parzialmente per le altre civiltà, l'elemento unificante" e che "la progressiva perdita di terreno da parte della religione ha comportato una maggiore esposizione dell'individuo alla frammentazione". Cosa intendeva?
"Io, da filosofo non religioso ma rispettoso delle istanze religiose e teologiche, interpreto che siamo entrati in un'epoca di frantumazione dell'uomo, nel senso che la coscienza umana, in questa fase di modellizzazione tecnica del mondo e della società, si trova bombardata da una tale quantità di messaggi, di problemi e di questioni di cui non riesce a farsi una rappresentazione integrata, armonica, e quindi la coscienza è divisa, frammentata, non riesce più a percepire la realtà nella sua interezza, nella sua totalità, che è proprio uno degli obiettivi del discorso religioso. Trovo che la realtà esterna si è sviluppata e moltiplicata e che la coscienza dell'uomo non è ancora all'altezza per far fronte alla conseguente frammentazione. È come se ci fosse uno squilibrio tra un certo sviluppo della realtà e quello che è lo sviluppo della coscienza umana".
Nasce da qui l'idea dell'individuo che sembra aver voglia di perdersi, che ama provare, come lei ha detto, "l'avventura della propria dispersione"?
"Questo per me è da un lato un segno positivo, un segno di uscita da una condizione di minorità, cioè il bisogno di autonomia particolarmente avvertito tra i giovani nei confronti dei padri veri e propri e simbolici: "Cosa posso fare io per non essere una ripetizione di coloro che mi hanno preceduto?". Perdersi quindi non in senso negativo, nichilistico, ma in senso di iniziare, di disporsi a una ricerca. Il problema, però, è che viviamo in una società dove manca il vettore, la direzione del futuro, il progetto nel quale impegnarsi. Anche per questo si dice che siamo in un'epoca destoricizzata".
Il passato era dunque migliore?
"Il passato è un passato di promesse, ma anche di delusioni: pensiamo alla crisi delle ideologie. Il problema attuale è la tensione dell'individuo tra la tradizione dalla quale prende le distanze e il futuro problematico che deve affrontare. Per me tutto questo significa l'esigenza per l'uomo di guardare alla realtà che lo circonda con uno schema mentale più complesso, non seguendo linearmente uno schema prefissato, una ideologia, bensì problematizzando, mettendo in atto la "capacità negativa", ovvero la capacità di mantenere sempre desta la vigilanza critica".
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