RASSEGNA STAMPA

13 MARZO 2001
LUIGI MASCHERONI
La sottile linea d'ombra fra scienza e alchimia
Le radici medievali del moderno pensiero astronomico e matematico in una serie di studi sull'ambiguo rapporto fra la magia e l'empirismo del XVII secolo
Il moderno pensiero scientifico(apparentemente) nulla ha a che fare con i sulfurei secoli dell'ultimo Medioevo. Da una parte, con la Rivoluzione scientifica del XVII secolo, l'affermarsi di un nuovo metodo di indagine basato sull'osservazione empirica e la dimostrazione matematica. Dall'altra, un sapere tradizionale e immutabile rivelato segretamente dal maestro all'adepto. Agli scienziati regoli e telescopi, agli alchimisti simboli ermetici, polveri magiche e "sacre" invocazioni, Una puzza di zolfo (neppure troppo leggera) ha però a lungo ammorbato gli asettici laboratori dei primi moderni scienziati. Almeno, è l'impressione che si ricava dalla lettura dell'avvincente, e un po' ruffiana, biografia che Michael Wite dedica al padre della gravitazione universale: Newton. L'ultimo mago (Rizzoli,. pagg. 514, lire 36.000). Sir Isaac - è la "rivelazione" dello storico inglese - oltre a scoprire i principi che danno forma al mondo, fu anche mago e alchimista. Il geniale fisico, infatti, "aveva passato più tempo assorbito nelle sue ricerche alchemiche che nell'esplorazione delle limpide acque della scienza". Si impegnò a lungo allo studio della cronologia della Bibbia, dell'astrologia e della numerologia, esaminò profezie, si dedicò alla magia cercando di rivelarne i segreti ermetici (la prisca sapientia) "e forse anche alla pratica dell'occultismo e della magia nera". La prova, il milione (circa) di parole sull'alchimia che lasciò dietro di sé e in gran parte inedite. Il creatore della moderna teoria meccanica, insomma, più che il primo scienziato dell'età della ragione appare piuttosto come l'ultimo dei grandi maghi. "Le ricerche di Newton nel campo dell'alchimia - è la conclusione di White - esercitarono un influsso fondamentale sulle scoperte scientifiche con cui egli cambiò il mondo". Forse più correttamente, però, come scrive Michela Pereira nel suo nuovo Arcana Sapienza (Carrocci, pagg. 324, lire 39.000), una pregevole storia dell'alchimia dall'antichità alla psicologia analitica iunghiana, fu proprio in seguito ai lunghi studi nel campo dell'alchimia che "Newton dovette in qualche modo riconoscere che queste ricerche non lo avrebbero portato mai là dove aveva sperato di giungere". Trovò la luce , in sostanza, proprio perché scelse di abbandonare un tunnel che si perdeva nel buio. Dall'Arte Sacra, insomma, difficilmente si poteva arrivare alla legge di gravità.
A questo punto si può tentare il cammino inverso, "trasformare" cioè l'ultimo mago del Rinascimento, quel Giordano Bruno condannato al rogo dall'Inquisizione romana a Campo de' Fiori all'alba del XVII secolo, in uno dei primi scienziati dell'età moderna. Hilary Gatti nel suo recente Giordano Bruno e la scienza del Rinascimento (Raffaello Cortina Editore, pagg. 352, lire 48.000), pur evitando intelligentemente il rischio di un'affermazione del genere, rileva d'altra parte l'effettiva capacità da parte del filosofo di Nola dì contribuire alle discussioni scientifiche della sua epoca, sulla base dell'osservazione delle nuove comete o della lettura dei testi copernicani. Non senza manifestare, per altro, "una notevole dose di scetticismo riguardo alla possibilità effettiva che la mente umana raggiunga una conoscenza esatta e incontrovertibile delle leggi che governano l'universo".
Il ritratto che esce dal libro della Gatti è quello di un Bruno dai due volti: un uomo immerso nella realtà storica rappresentata dalle straordinarie innovazioni matematiche e astronomiche del tempo, alle quali contribuì con gli studi che dedicò alla relatività dei moti o la teoria pitagorica dei numeri; e insieme un (geniale) pensatore che rimane ancorato alla magia, all'occultismo, all'arte della memoria e all'astrologia. Se non uno scienziato nel senso vero del termine - conclude la studiosa - "Bruno va considerato come uno dei primi filosofi della nuova scienza".
L'ipotesi (a lungo rifiutata) che le radici della scienza moderna affondino in realtà nel fertile terreno dell'età dì mezzo è rilanciata anche dallo storico Edward Grant. Il suo ultimo Le origini medievali della scienza moderna (Einaudi, pagg. 366, 38.000 lire) arriva a ribaltare più di un'opinione consegnata a suo tempo al saggio La scienza del Medioevo (del 1971, tradotto in Italia nel 1983). Allora Grant non si discostava dalla posizione degli storici tradizionali, per i quali la fisica e la cosmologia medievali sì erano basate essenzialmente sulla filosofia naturale aristotelica, mentre la Scienza con la "S" maiuscola nasceva nel Seicento in seguito a una profonda frattura "culturale" rispetto ai "secoli bui". Oggi lo studioso americano, riprendendo alcuni (vecchi) suggerimenti del francese Pierre Duhem, si dice convinto che la Rivoluzione scientifica del XVII secolo è strettamente legata alle speculazioni degli scolastici e dei maestri parigini. E a sostegno della sua tesi ricorda due grandi svolte nella storia del pensiero occidentale: la prima nei secoli XII e XIII, quando la massiccia traduzione in latino (dagli originali greci o da versioni arabe) di testi antichi resero nuovamente disponibile un ricchissimo bagaglio di conoscenze aritmetiche, chimiche, fisiche, astronomiche; la seconda, a partire dal Duecento, con la fondazione delle università di Parigi, Oxford e Bologna destinate a modellare, sulla base di studi orientali verso quelle stesse materie, la vita intellettuale dell'intera cristianità. In questa "nuova" prospettiva, Niccolò Copernico, Galileo Galilei, Giovanni Keplero, Cartesio e Isaac Newton più che geniali innovatori appaiono come degli straordinari continuatori: senza le "idee anticipatrici" degli intelletti più brillanti del Medioevo, probabilmente non avrebbero mai potuto formulare le loro "rivoluzionarie" teorie. Se mancò, ai quei tempi, una fondazione sperimentale della conoscenza, è altrettanto vero infatti - suggerisce Grant - che si consegnarono ai "moderni" alcune delle questioni principali sulle quali si esercitarono i dotti del Cinque e Seicento (per esempio i problemi relativi al vuoto) così come originali "conquiste" nel campo della teoria del moto, della matematica, della medicina (con l'inizio della pratica dell'autopsia per esempio) la linea di confine tra Ars Magna e scienza moderna si fa sempre più sottile. Forse, sta tutta in quella voce "alchimia" consegnata a metà Settecento da Paul Jacques Malouin all'Encyclopédie di Diderot e d'Alembert, l'espressione più completa della cultura illuminista: "Le operazioni dell'alchimia hanno qualcosa di ammirevole e misterioso; ma si deve notare che dal momento in cui la loro conoscenza si è diffusa, hanno perso il loro carattere meraviglioso, e sono state messe nel novero delle operazioni della chimica ordinaria che si serve del vantaggi ricevuti dall'alchimia senza essergliene grata".
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Storia della filosofia