| Nemmeno l'arte vincerà la tecnica | Non c'è il Tutto. / Non c'è il Nulla. C'è / soltanto il non c'è". Questi versi di Giorgio Caproni dicono come meglio non si potrebbe la nostra odierna condizione di naufraghi. Ucciso il Tutto, abbiamo abbandonato anche il Nulla per approdare al puro non esserci e al non essere di tutte le cose. Superamento e insieme sublime perfezionamento del nichilismo. Abitatori di un Limbo edonistico e vuoto. Senza bellezza, senza poesia: puro consumismo (le cose fatte solo per essere consumate, dunque per non essere) e pura tecnica che cancella la bellezza, tutto riducendo a macchina che fa (e che ci fa). Eppure, proprio in questo siamo figli di Prometeo, padroni del fuoco e soprattutto del numero, capaci di calcolare ogni cosa. Perché lunga ma coerente è la strada da Prometeo a Faust, passando per Bacone che diceva: "La scienza è potenza". Per arrivare infine a quel "non c'è" che lascia campo libero alla sola tecnica: che proprio grazie a questo totalitario "non c'è" può dispiegarsi senza trovare alcun limite nella politica o nell'etica.
"Questo albero è davvero inutilizzabile! Per questo ha potuto raggiungere una tale altezza", recita il Tao. Ma la tecnica - l'occidente - non legge e non pratica il Tao e dunque non lascia crescere gli alberi, così come non cerca (né tollera) la bellezza. La tecnica trionfa, muore dunque l'arte? Quale spazio per l'arte, allora, nell'età della tecnica? Massimo Cacciari e Massimo Donà - entrambi docenti di Estetica a Venezia - riflettono magistralmente su questo controverso rapporto tra tecnica e arte - che pure hanno radice nella techne dei Greci - partendo da Prometeo e dai suoi doni avvelenati. Un libro affascinante il loro, necessario per riflettere e capire, anche se non facile, ma denso di suggestioni e di problemi.
"Più invadente il calcolatore più senza misura la società. / Più raro chi pensa / più solitario il poeta", dicono questi versi di Heidegger. Dove dunque la salvezza? Nella poesia, nell'arte, nel rifondare la techne sulla base della poiesis? Se ogni conoscenza è "tragedia" - dice il libro - solo l'arte (questa componente libera e disinteressata della techne) potrà forse consentirci di uscire dalla prigione della tecnica onnipotente. Forse: perché il dubbio ci assale: in effetti noi ci perdiamo nel nostro voler tutto calcolare e nel farci noi stessi numero (il primo dono di Prometeo, prima del fuoco e della tecnica). Bacone, Cartesio, la rivoluzione industriale, la banalità del fare dopo la banalità del male: la tecnica si riproduce continuamente. Sempre più potente. Fino al non c'è dell'in-differenza e dell'in-differente, grazie al quale la tecnica ha conquistato il mondo. E si è fatta tecnologia. Ma se la tecnica non ha altro scopo se non il proprio funzionamento, significa che l'uomo si è fatto servitore di un padrone senza volto, dispotico però nel suo pretendere.
Alla "caduta" della salvezza cui allude Cacciari, Donà contrappone quel fare dell'arte che non ha nulla di pro-meteico perché lontano dalla techne. L'arte è inutile e libera, non dà speranza, "il fine del fare artistico è il fare stesso" e questa sarebbe la sua forza. Ma proprio per questo, a noi sembra, l'arte infine morirà anch'essa, invece di salvarci. La tecnica infatti non tollera nulla oltre a sé. Ucciderà l'arte; o la trasformerà in tecnica. Servirebbe la politica per governare la tecnica. Ma anche la politica oggi soggiace servilmente alla tecnica. |