| BECCARIA una giornata contro la pena di morte | Non fu un'estate come le altre quella del 1764: a
giugno, in due città europee particolarmente
curiose e vivaci, Londra e Livorno, comparvero
nelle librerie due piccoli libri, senza il nome
dell'autore e dal formato «tascabile». Uno
dichiarato tale fin nel titolo, Dictionnaire
philosophique portatif, l'altro un prontuario, in
apparenza, per studenti di legge, Dei delitti e delle
pene. Ma i primi lettori furono investiti da una
tale esplosione di idee, di giudizi taglienti, di
contestazione totale di statuti religiosi, etici,
giuridici, politici da lasciarli forse sbalorditi.
Da tempo l'Europa era attraversata da libri che
saettavano contro le ingiustizie, le ineguaglianze,
l'arbitrio delle leggi, la protervia dei metafisici, dei
teologi e la prepotenza del potere ecclesiastico (gli
anni Sessanta si erano aperti con il Contratto
sociale di Rousseau e con il Trattato sulla
tolleranza di Voltaire), ma per i due tascabili
anonimi vi fu una risonanza particolare. Il
Dictionnaire (autore era Voltaire) ebbe in pochi
mesi sei edizioni; Dei delitti e delle pene
(attribuito a un Cesare Beccaria, il cui nome non
diceva molto) divenne in brevissimo tempo il
manifesto di tutti i riformatori d'Europa, sovrani
compresi: dal regno di Napoli alla Russia di
Caterina II. Ma la peculiarità del successo di Dei
delitti e delle pene è che fu accolto con
entusiasmo proprio da coloro che avevano in
quegli anni contribuito al fermento innovatore dal
quale in fondo l'opera scaturiva intellettualmente,
cioè Voltaire, Diderot, Rousseau, Morellet,
Helvetius e gli altri protagonisti della stagione
illuminista.
Il libro coglieva infatti un punto nevralgico della
vita civile, quel fondamento regolatore delle azioni
umane che è la legge, l'insieme delle leggi (non
soltanto i codici criminali) dello Stato considerate,
è detto nell'introduzione, come «patti di uomini
liberi». Dalla legge così definita l'anonimo autore
faceva discendere necessariamente la certezza e
l'umanità della giustizia, il rispetto e la sicurezza
della persona intesa come tale e non una
proiezione di astratti modelli o l'indifeso oggetto di
concrete barriere e diseguaglianze sociali. Dunque
veniva messa in discussione e sottoposta a
penetrante analisi critica tutta la tradizione
giuridica punitiva e discriminante e l'irrazionale
amministrazione della giustizia, dando un ordine
logico e misurabile al rapporto tra il delitto e la
pena e separando il reato dal peccato.
Si comprende quindi quanto sia stata immediata
l'adesione di Voltaire (il suo Trattato sulla
tolleranza del 1763 era stato la denuncia
appassionata di un arbitrio della giustizia) che,
conosciuto il testo di Dei delitti e delle pene che è
appena di cento pagine, se ne fece editore in
Francia con una postfazione, un «commentario»
di cinquanta pagine che ora la Biblioteca europea
della Fondazione Feltrinelli ripropone in stampa
anastatica nell'edizione italiana del 1774, con
allusivo luogo di edizione Londra. Dei delitti e
delle pene, come si sa, era maturato nel gruppo
raccolto a Milano intorno al conte Pietro Verri e
al fratello Alessandro che nel 1764 aveva fondato
il giornale Il Caffè; la bevanda alla moda, molto
stimolante e, come la definiva un altro illuminista
autorevole, Antonio Genovesi, «irritantissima».
Del gruppo facevano parte altri giovani: Beccaria,
Carli, Lambertenghi, Biffi; una crème che
storicamente è chiamata l'"illuminismo lombardo".
Nel gruppo emergeva Pietro Verri la cui sensibilità
"europea" e il cui crescente radicalismo
intellettuale furono un ponte tra Milano e
l'illuminismo francese e la cui febbrile attenzione
era per i cambiamenti politici e legislativi che
stavano avvenendo nella maggior parte degli stati
europei.
Stava emergendo una sorta di assolutismo
illuminato dei sovrani, un tempo di riforme e di
modernità da non sottovalutare sia perché con
esso si accentuava la secolarizzazione dello Stato
nei confronti di una Chiesa cattolica ossessiva e
invadente, sia perché i giovani, seppur moderni e
conservatori, si aprivano al consiglio e alla
competenza degli intellettuali per avviare riforme
economiche e amministrative. Era il momento
giusto dunque per entrare prepotentemente nel
territorio di cui il potere politico era più geloso: la
giustizia, i tribunali, la definizione dei reati e le
pene relative, per lo più arbitrarie e crudeli come
la tortura e la pena di morte. Di qui l'idea di Verri
di scrivere un saggio che affrontasse senza alcuna
remora il problema. Lo scritto non poteva che
essere pubblicato anonimo data la novità e
pericolosità delle tesi sostenute. La
preoccupazione di Verri era anche d'ordine
personale: il padre era un alto magistrato della
Lombardia austriaca e sarà presidente del Senato
di Milano. In verità, la reazione più immediata al
Dei delitti e delle pene non venne dal governo
austriaco ma dalla Chiesa: appena due anni dopo
la pubblicazione, nel 1766, fu messo all'Indice.
Tuttavia, l'opera ebbe un effetto sconvolgente:
tutte le procedure correnti nei tribunali vi erano
messe in discussione, dalla richiesta di un codice
ben chiaro e definito di leggi che impedisse
l'arbitrio dei giudici, alla pubblicità dei giudizi,
all'eliminazione delle accuse segrete, alla
prontezza della pena per ben stabilire nella mente
dei cittadini la nozione della consequenzialità tra
delitto e castigo; dall'idea della pena proporzionata
al reato e non inutilmente spietata e feroce, a
quella che «ogni pena che non derivi dall'assoluta
necessità è tirannica».
Insomma, una visione razionale, obiettiva, umana
sia degli errori che gli uomini commettono
violando il contratto sociale nel quale vivono, sia
della legge che questo contratto deve proteggere e
legittimare senza «questa inutile prodigalità di
supplizi che non ha mai reso migliori gli uomini».
Ecco allora il punto culminante dei Delitti e delle
pene, il capitolo XVI dedicato alla pena di morte.
Qui Verri, e poi il timido Beccaria che si assunse
la paternità dell'opera, hanno reso immortale il
loro nome dando un contributo, come è detto nel
capitolo, di «Cittadini illuminati» per l'estirpazione
anzitutto concettuale di una pena allora (e in molti
paesi ancora oggi) considerata un diritto: «Una
guerra di una nazione con un cittadino» («Chi è
mai colui che abbia voluto lasciare ad altri uomini
l'arbitrio di ucciderlo?»). Non a caso Voltaire
inizia il suo commentario parlando con sgomento
della condanna a morte per impiccagione di una
«ragazza di diciotto anni, bella e ben fatta,
colpevole per esser rimasta incinta», costretta a
fuggire e a perdere il figlio nel timore della
riprovazione sociale e invece di essere protetta da
leggi umane e giuste, mandata al patibolo da una
legge «ingiusta, disumana e perniciosa». |