| La libertà è difficile: un classico Lévinas | Se volessimo prendere in prestito un'espressione tipica del linguaggio dell'economia,
potremo dire che il filosofo che più di ogni altro ha visto impennarsi le sue quotazioni
negli ultimi anni è il lituano-francese Emmanuel Lévinas, nata a Kaunas nel dicembre
1905 e scomparso a Parigi il giorno di Natale del 1995. A questo riguardo, non si può
non convenire con Giancarlo Penati che, nella Premessa al volumetto «Difficile
libertà» (La Scuola, pagine 140, lire 16.400), definisce Lévinas «un "classico" del
pensiero contemporaneo», chiarendo ulteriormente le sue convinzioni nei termini
seguenti: «Lévinas non è più considerato rappresentante soprattutto del pensiero
«giudaico» ed esponente di una particolare «modalità» di esso, più propensa al
dialogo col pensiero occidentale, e in particolare disposto al colloquio con valori e
filosofi cristiani. In lui si ravvisa oggi soprattutto una problematica di grande e
generale attualità, che lega insieme l'apertura della soggettività individuale
all'alterità soggettiva, e l'affermazione della essenziale eticità del pensiero stesso sin
dalle sue origine quale condizione necessaria ed efficace per un'apertura
all'Assoluto». Attingendo alla terza edizione del 1983, Penati ha tradotto alcuni saggi
presenti in «Difficile libertà» che permettono un approccio particolarmente fecondo
alla filosofia levinasiana, offrendo la possibilità di comprenderne il nocciolo più
profondo che consiste in quella che Penati definisce «la rifondazione "etica" della
metafisica». I tratti caratteristici di tale decisiva rifondazione sono l'asserzione della
superiorità del Bene, cioè dell'eticità, sull'essere, la rivalutazione del primato dell'atto
di aristotelica memoria, ora inteso come atto «etico», il rifiuto della classica
opposizione tra essere e nulla, ritenuta troppo astratta e incapace di spiegare la
totalità del reale, e, infine, la celebre sottolineatura della inaggirabile realtà del
«volto» dell'Altro, che diventa il perno della relazione etica e la traccia più evidente
dell'Assoluto, di quel Dio al quale sono dovute la dedizione, l'obbedienza e
l'adorazione. Alla luce di queste concezioni, Lévinas ha letto e interpretato anche la
Bibbia: «Il fatto che il rapporto col divino - egli scrive nel 1957 - si incroci col
rapporto verso gli uomini e coincida con la giustizia sociale, ecco lo spirito totale
della Bibbia giudaica. Mosé e i profeti non si dan pena dell'immortalità dell'anima,
ma del povero, della vedova, dell'orfano, dello straniero. Il rapporto con l'uomo in cui
si realizza il contatto col divino non è una sorta di amicizia spirituale, ma quella che
si manifesta, si sperimenta e si realizza in un'economia giusta e di cui ogni uomo è
pienamente responsabile... La responsabilià personale dell'uomo verso l'uomo
è tale che Dio non può annullarla». |