| Tre lezioni a Francoforte | Resta la scelta tra il bene e il male. Vediamo: a che cosa si riferiscono
questi sostantivi nel mondo politico? Ritengo di aver già risposto a questa domanda
come meglio ho potuto, ma ora vorrei provare a tirare le somme. La politica non
riguarda in primo luogo ciò che i suoi teorici chiamano «processo decisorio».
Naturalmente i leader politici devono prendere delle decisioni e suppongo che debbano
farlo in modo razionale e spassionato. Anche questo non è del tutto chiaro: pensiamo a
tutti i crimini commessi da leader che cercano di evitare il coinvolgimento emotivo e
agiscono in nome di una Realpolitik puramente razionale. In ogni caso, prima che questi
leader possano decidere di fare qualsiasi cosa, devono conquistare il potere; devono
organizzare un seguito, costituire un partito, elaborare un programma, svolgere una
campagna per aumentare il numero dei sostenitori e potersi opporre agli altri partiti e
programmi, e devono essere eletti. Questa competizione per il potere è la forma primaria
di vita politica, la quale va vista come una lotta tra gruppi organizzati e più o meno
fortemente differenziati. Parlando di partiti e campagne, ho descritto la forma
democratica di questa lotta (che pare non piacesse a Yeats); essa può assumere
ovviamente forme diverse. Ma l’idea di fondo è che senza il conflitto tra gruppi non
potrebbe esistere alcuna politica o nulla che potremmo riconoscere come politica.
Pertanto, il giudizio cruciale che dobbiamo esprimere non riguarda la decisione da
favorire ma il gruppo nel quale entrare (o nel quale rimanere, o dal quale uscire). Il
giudizio cruciale è quello che Ignazio Silone ha chiamato «la scelta dei compagni». Mi
sembra che, nel compiere tale scelta, facciamo riferimento a una serie complessa di
criteri reciprocamente connessi in modi complicati. La parola «compagno» è utile, anche
se ormai fuori moda, perché suggerisce che il gruppo ha forti legami affettivi, per cui ci
richiede di includere tra i criteri rilevanti la qualità di quei legami. Unirsi a un gruppo di
compagni non è come mettersi in fila alla biglietteria; non è come unirsi a quella che
Sartre chiamava una «serie». Non è come firmare una dichiarazione a sostegno di un
candidato o di un programma politico, come aggiungere il mio nome a una lista di nomi
che mi sono per lo più ignoti. La scelta dei compagni comporta un coinvolgimento
emotivo, oltre che morale e materiale. Indubbiamente, il coinvolgiment o è anche
determinato dal fatto che io condivido convinzioni e interessi con queste persone, alle
quali ora assicuro la mia solidarietà. Ma nessuno che sia stato attivamente impegnato in
politica crederà che l’accordo razionale o il calcolo dell’interesse esauriscano l’idea del
coinvolgimento politico. Quando diciamo che un gruppo di questo tipo merita di essere
scelto, quando lo chiamano un «buon» gruppo, tale affermazione può essere sempre
analizzata in base ai criteri da me usati: con essa intendiamo, in primo luogo, che le
convinzioni espresse nel programma del gruppo sono difendibili razionalmente; in
secondo luogo, che gli interessi che esso difende dovrebbero essere difesi; in terzo luogo,
che i sentimenti di solidarietà e affetto espressi dai suoi membri ci attraggono, in quanto
sono sentimenti c he condividiamo o che vorremmo condividere. La situazione reale,
ovviamente, è sempre più ambigua. Il programma del gruppo è un misto di molti
elementi, alcuni dei quali più immediatamente definibili di altri. Gli interessi che difende,
anche quando sono «bene intesi», spesso sono in contrasto con altri interessi che
andrebbero ugualmente difesi. Tra i sentimenti dei suoi membri c’è anche un rancore o
un odio profondo nei confronti dei nemici politici, che non possiamo o non vogliamo
condividere. Dobbiamo formarci un’idea complessiva, completa delle cose, e nel far
questo, probabilmente, non ci impegneremo nell’analisi che ho appena proposto, in
realtà decisamente artificiosa; e ciò perché non tiene conto dell’inevitabile intreccio di
convinzione e passione che forgia i nostri giudizi. In ogni caso, è certo che non andremo
in cerca dei gruppi (perché non ve ne sono) i cui membri abbiano solo convinzioni o solo
interessi e nessuna passione. Tutto ciò mi sembra evidente, così evidente da farmi
dubitare più volte, durante la stesura di questo testo, di poter arrivare a conclusioni
originali e interessanti, o anche blandamente provocatorie. Ma forse poiché le dicotomie
che oppongono l’«ardore appassionato» a qualche tipo di razionalità interessata o di
principio, che oppongono il calore alla luce, sono profondamente radicate nel pensiero
politico, è sufficiente dire che sono inutili, che non corrispondono affatto all’esperienza
reale dell’impegn o politico. Questo non è un argomento contro la ragione; in realtà, io
ho cercato di addurre ragioni in suo favore. Ma è un correttivo efficace e importante al
razionalismo liberale. C’è un’altra conclusione, un’altra correzione, che in questo testo
(ma anche negli altri due) ho esplicitamente difeso, e talvolta soltanto indicato o
sottinteso: nessun partito o movimento politico che si opponga alle gerarchie consolidate
del potere e della ricchezza avrà mai successo se non saprà suscitare le passioni
dell’appartenenza e della lotta nelle persone che sono al livello più basso di quelle
gerarchie. Tra le passioni che suscita vi sono certamente l’invidia, il risentimento e
l’odio, giacché queste sono le conseguenze comuni del dominio gerarchico. Sono anche i
demoni emotivi della vita politica, destinata a evocare le ansie espresse, o lette, nelle
poesie di Donne e Yeats, che io presumo siano condivise da tutti noi, e per buone ragioni.
Ma tra le passioni suscitate dalla politica anti-gerarchia vi sono anche la rabbia per
l’ingiustizia e il senso di solidarietà, il che significa che abbiamo buone ragioni anche per
non cedere troppo rapidamente all’ansia. Può darsi che le cose non si dissocino; può
darsi che il centro regga; può darsi che si formi un nuovo centro. Per il momento, l’unico
modo per partecipare alla lotta dei partiti e dei movimenti favorevoli al cambiamento
sociale, e di sostenere le passioni e le convinzioni «buone» contro quelle «cattive», è
farlo... con passione. |