La fabbrica
degli uomini| I geni sono importanti ma non sono tutto |
| Ma insomma, siamo davvero solo delle marionette mosse
dal capriccio o dalla astuta strategia di una lunga «molecola
egoista», che ci adopera per costruirsi la propria
immortalità? Ciò che chiamiamo intelligenza, spiritualità,
sensibilità, creatività, bellezza fisica o morale, personalità,
individualità, bontà o cattiveria, tutto ciò che ci caratterizza
e di cui siamo orgogliosi, per quanto effimera possa essere
la nostra vita, sarebbe soltanto lo strumento creato
maliziosamente dal DNA (l'acido desossiribonucleico, che
costituisce la materia prima dei geni custoditi nel nucleo
delle nostre cellule) per garantirsi attraverso le nostre
esistenze individuali la propria sopravvivenza: saremmo
quindi solo «segmenti di un animale immortale» come ci
definiva anni fa un famoso genetista britannico Sidney
Brenner.
È la visione della sociobiologia, che attribuisce ai geni una
sorta di preminenza, se non di esclusiva, nella
determinazione non solo dei nostri caratteri fisici ma anche -
portando all'estremo il ragionamento - di quelli intellettuali e
morali: spogliandoci in un certo senso di qualsiasi
responsabilità ed autonomia, nel quadro di una visione
brutalmente determinista e meccanicista. Un terreno florido
per una grottesca caccia grossa, nella quale fare apparire (e
scoprire quindi, suscitando l'interesse ingenuo dei media e
del pubblico, e ottenendo perciò considerazione e risorse) i
«geni dell'omosessualità», della tendenza a divenire barboni
o ubriaconi, a essere religiosi o atei, gentili o brutali,
intelligenti o cretini, creativi o aridi e così via. Che nella
cassaforte del nucleo delle nostre cellule sia racchiusa la
determinazione dei nostri caratteri fisici - frutto del lento
cammino dell'evoluzione e dell'accumularsi delle mutazioni -
è ormai certo e indiscutibile: ma non tutti i biologi molecolari
e genetisti sono però d'accordo ad estendere con tanta
disinvoltura questo carattere «magico» a quella faccenda
intrigante e di difficile definizione che è la personalità umana.
Qualcuno anzi ritiene che una tale scelta sia fuorviante e
antiscientifica, e puerilmente metafisica.
Tra questi un noto neurobiologo e genetista britannico,
Steven Rose, famoso per le sue ricerche sulla memoria, che
a questa polemica ha addirittura dedicato un libro (Linee di
vita. Oltre il determinismo, Garzanti, pagg. 390, lire
45.000), nel quale riecheggia le posizioni antiriduzioniste di
una delle maggiori figure della biologia molecolare, Richard
Lewontin. Cosa c'è di genuinamente e correttamente
scientifico nell'estremo riduzionismo? Per Rose, il
riduzionismo è una forma di ideologia. Anche le ipotesi e le
cornici teoriche entro cui cerchiamo di racchiudere i dati
che ci giungono dalle esperienze non sono neutrali. «La
scienza che facciamo - scrive - le teorie che preferiamo e le
tecnologie che utilizziamo e creiamo» sono necessariamente
segnate e indirizzate «dal contesto sociale nel quale vengono
create»: la sociobiologia, e un certo rozzo determinismo,
sono funzionali alla nostra società e alla sua tendenza a
ridurre tutto, anche le situazioni più complesse e delicate, a
«oggetti», facilmente manipolabili e commerciabili, ma -
osserva - «ciò che vediamo è in pratica un artefatto dei
nostri strumenti, a loro volta costruiti sulla base delle nostre
ipotesi sul mondo».
Naturalmente ridurre un fenomeno così complesso come è
la vita ai suoi elementi costitutivi più semplici - che è poi
l'essenza del riduzionismo - è un metodo potente. Stando
però attenti a non infilarci nel vicolo cieco del meccanicismo
che ha trionfato nel XIX secolo, un metodo che ci
impedirebbe di vedere i fenomeni emergenti nella loro
complessità.
È la «linea di vita» di ognuno, la individuale storia e
interazione col mondo e con il proprio organismo, a
determinare non solo la nostra vicenda sociale e
psicologica, ma anche quella fisica. E insomma la nostra
storia come individui. Naturalmente il riduzionismo - precisa
lo scienziato britannico - cioè il ridurre fenomeni complessi,
quale è appunto la vita, alle loro parti costitutive più semplici
per decifrarne i meccanismi, è un metodo irrinunciabile
purché si eviti il vicolo cieco del meccanicismo, che ci
impedirebbe di vedere e comprendere i fenomeni
emergenti, quelli che appaiono cioè ad un certo grado di
complessità, com'è appunto la vita, un fenomeno
certamente riducibile ai processi chimici e fisici sottesi, ma
che va compreso tenendo conto del livello a cui appare, che
- come sottolinea in un altro libro apparso in Italia in questi
giorni, A casa nell'Universo. Le leggi del caos e della
complessità (Editori Riuniti, pagg. 412, lire 38.000), un
altro celebre biologo, Stuart Kauffman, uno dei fondatori
del Santa Fe Institute, Mecca degli studi americani sulla
complessità - è di una tale ricchezza di interazioni da
richiedere per essere compreso il ricorso ad un nuovo
paradigma: quello appunto della complessità, dei fenomeni
di ordine - com'è la vita - che emergono in natura ai confini
col caos. È l'autorganizzazione che sbuca, quasi
miracolosamente, ai confini del disordine e crea nuovo
ordine, inspiegabile altrimenti.
Più tradizionalmente per Rose l'espressione di gran parte
dei geni (il cui «lavoro» consiste nell'ordinare la
fabbricazione delle proteine, i fondamentali mattoni
dell'organismo e delle sue attività) non è mai univoca: la loro
attività sarebbe modificata a parecchi livelli sia dal rapporto
con gli altri geni conservati nel genoma, sia dall'ambiente
interno della cellula, sia dall'ambiente esterno in cui la cellula
e l'insieme dell'organismo sono calati. È questa plasticità che
incide sullo sviluppo dell'organismo e gli fornisce la capacità
di adattarsi alle contingenze che gli si presentano e di
sopperire alle deficienze eventuali: sarebbe, secondo Rose,
l'organismo stesso, in interazione col proprio ambiente, a
determinare quali dei propri geni (racchiusi nel sancta
sanctorum della cellula, e quindi non alterabili) verranno
attivati: per mantenere il proprio equilibrio dinamico.
Per Kauffman un esempio di ordine che sbuca dai margini
del caos è la stessa origine della vita: e presenta una ipotesi
su questo processo, ancora per molti versi misterioso, che
stranamente è stata confermata in questi giorni dalle ricerche
di un gruppo di astrofisici dell'Ames Research Center della
Nasa: come previsto da Kauffman, nei gelidi spazi cosmici,
gli astrofisici avrebbero individuato gruppi di molecole
organiche assemblati insieme in strutture «che appaiono
simili alle membrane delle cellule dei viventi». Secondo
l'ipotesi di Kauffman (e di Fred Hoyle prima di lui) la
quantità astronomica di interazioni che possono verificarsi
tra queste molecole potrebbe alla fine dar luogo a una
combinazione assai simile a quella che presumibilmente ha
originato sulla Terra la prima struttura in grado di riprodursi,
iniziando così la catena della vita, anche se ovviamente non
si tratta del perfezionato acido nucleico delle nostre cellule,
col suo straordinario carico di informazione.
Secondo il «profeta» della complessità, perciò la vita non è
un evento raro e casuale, ma una sorta di processo
necessario nella dinamica dell'universo. Non a caso quindi
ha intitolato il suo ultimo libro A casa nell'Universo, ossia
noi esseri umani saremmo il frutto in un certo senso
prevedibile dell'evoluzione cosmica.
In questa ipotesi lo stesso nostro meraviglioso genoma
sarebbe il frutto della «cristallizzazione e
dell'autorganizzazione» di processi molecolari su larghissima
scala. E, secondo l'ipotesi di Steven Rose, non si
tratterebbe di una automatica «stanza dei bottoni», ma di
una plastica e dinamica struttura che risponde adattandosi
alle sollecitazioni ambientali, evolvendosi insieme
all'organismo di cui è parte. |