RASSEGNA STAMPA

8 MARZO 2001
FRANCO PRATTICO
La fabbrica degli uomini
I geni sono importanti ma non sono tutto
Ma insomma, siamo davvero solo delle marionette mosse dal capriccio o dalla astuta strategia di una lunga «molecola egoista», che ci adopera per costruirsi la propria immortalità? Ciò che chiamiamo intelligenza, spiritualità, sensibilità, creatività, bellezza fisica o morale, personalità, individualità, bontà o cattiveria, tutto ciò che ci caratterizza e di cui siamo orgogliosi, per quanto effimera possa essere la nostra vita, sarebbe soltanto lo strumento creato maliziosamente dal DNA (l'acido desossiribonucleico, che costituisce la materia prima dei geni custoditi nel nucleo delle nostre cellule) per garantirsi attraverso le nostre esistenze individuali la propria sopravvivenza: saremmo quindi solo «segmenti di un animale immortale» come ci definiva anni fa un famoso genetista britannico Sidney Brenner.
È la visione della sociobiologia, che attribuisce ai geni una sorta di preminenza, se non di esclusiva, nella determinazione non solo dei nostri caratteri fisici ma anche - portando all'estremo il ragionamento - di quelli intellettuali e morali: spogliandoci in un certo senso di qualsiasi responsabilità ed autonomia, nel quadro di una visione brutalmente determinista e meccanicista. Un terreno florido per una grottesca caccia grossa, nella quale fare apparire (e scoprire quindi, suscitando l'interesse ingenuo dei media e del pubblico, e ottenendo perciò considerazione e risorse) i «geni dell'omosessualità», della tendenza a divenire barboni o ubriaconi, a essere religiosi o atei, gentili o brutali, intelligenti o cretini, creativi o aridi e così via. Che nella cassaforte del nucleo delle nostre cellule sia racchiusa la determinazione dei nostri caratteri fisici - frutto del lento cammino dell'evoluzione e dell'accumularsi delle mutazioni - è ormai certo e indiscutibile: ma non tutti i biologi molecolari e genetisti sono però d'accordo ad estendere con tanta disinvoltura questo carattere «magico» a quella faccenda intrigante e di difficile definizione che è la personalità umana.
Qualcuno anzi ritiene che una tale scelta sia fuorviante e antiscientifica, e puerilmente metafisica.
Tra questi un noto neurobiologo e genetista britannico, Steven Rose, famoso per le sue ricerche sulla memoria, che a questa polemica ha addirittura dedicato un libro (Linee di vita. Oltre il determinismo, Garzanti, pagg. 390, lire 45.000), nel quale riecheggia le posizioni antiriduzioniste di una delle maggiori figure della biologia molecolare, Richard Lewontin. Cosa c'è di genuinamente e correttamente scientifico nell'estremo riduzionismo? Per Rose, il riduzionismo è una forma di ideologia. Anche le ipotesi e le cornici teoriche entro cui cerchiamo di racchiudere i dati che ci giungono dalle esperienze non sono neutrali. «La scienza che facciamo - scrive - le teorie che preferiamo e le tecnologie che utilizziamo e creiamo» sono necessariamente segnate e indirizzate «dal contesto sociale nel quale vengono create»: la sociobiologia, e un certo rozzo determinismo, sono funzionali alla nostra società e alla sua tendenza a ridurre tutto, anche le situazioni più complesse e delicate, a «oggetti», facilmente manipolabili e commerciabili, ma - osserva - «ciò che vediamo è in pratica un artefatto dei nostri strumenti, a loro volta costruiti sulla base delle nostre ipotesi sul mondo».
Naturalmente ridurre un fenomeno così complesso come è la vita ai suoi elementi costitutivi più semplici - che è poi l'essenza del riduzionismo - è un metodo potente. Stando però attenti a non infilarci nel vicolo cieco del meccanicismo che ha trionfato nel XIX secolo, un metodo che ci impedirebbe di vedere i fenomeni emergenti nella loro complessità.
È la «linea di vita» di ognuno, la individuale storia e interazione col mondo e con il proprio organismo, a determinare non solo la nostra vicenda sociale e psicologica, ma anche quella fisica. E insomma la nostra storia come individui. Naturalmente il riduzionismo - precisa lo scienziato britannico - cioè il ridurre fenomeni complessi, quale è appunto la vita, alle loro parti costitutive più semplici per decifrarne i meccanismi, è un metodo irrinunciabile purché si eviti il vicolo cieco del meccanicismo, che ci impedirebbe di vedere e comprendere i fenomeni emergenti, quelli che appaiono cioè ad un certo grado di complessità, com'è appunto la vita, un fenomeno certamente riducibile ai processi chimici e fisici sottesi, ma che va compreso tenendo conto del livello a cui appare, che - come sottolinea in un altro libro apparso in Italia in questi giorni, A casa nell'Universo. Le leggi del caos e della complessità (Editori Riuniti, pagg. 412, lire 38.000), un altro celebre biologo, Stuart Kauffman, uno dei fondatori del Santa Fe Institute, Mecca degli studi americani sulla complessità - è di una tale ricchezza di interazioni da richiedere per essere compreso il ricorso ad un nuovo paradigma: quello appunto della complessità, dei fenomeni di ordine - com'è la vita - che emergono in natura ai confini col caos. È l'autorganizzazione che sbuca, quasi miracolosamente, ai confini del disordine e crea nuovo ordine, inspiegabile altrimenti.
Più tradizionalmente per Rose l'espressione di gran parte dei geni (il cui «lavoro» consiste nell'ordinare la fabbricazione delle proteine, i fondamentali mattoni dell'organismo e delle sue attività) non è mai univoca: la loro attività sarebbe modificata a parecchi livelli sia dal rapporto con gli altri geni conservati nel genoma, sia dall'ambiente interno della cellula, sia dall'ambiente esterno in cui la cellula e l'insieme dell'organismo sono calati. È questa plasticità che incide sullo sviluppo dell'organismo e gli fornisce la capacità di adattarsi alle contingenze che gli si presentano e di sopperire alle deficienze eventuali: sarebbe, secondo Rose, l'organismo stesso, in interazione col proprio ambiente, a determinare quali dei propri geni (racchiusi nel sancta sanctorum della cellula, e quindi non alterabili) verranno attivati: per mantenere il proprio equilibrio dinamico.
Per Kauffman un esempio di ordine che sbuca dai margini del caos è la stessa origine della vita: e presenta una ipotesi su questo processo, ancora per molti versi misterioso, che stranamente è stata confermata in questi giorni dalle ricerche di un gruppo di astrofisici dell'Ames Research Center della Nasa: come previsto da Kauffman, nei gelidi spazi cosmici, gli astrofisici avrebbero individuato gruppi di molecole organiche assemblati insieme in strutture «che appaiono simili alle membrane delle cellule dei viventi». Secondo l'ipotesi di Kauffman (e di Fred Hoyle prima di lui) la quantità astronomica di interazioni che possono verificarsi tra queste molecole potrebbe alla fine dar luogo a una combinazione assai simile a quella che presumibilmente ha originato sulla Terra la prima struttura in grado di riprodursi, iniziando così la catena della vita, anche se ovviamente non si tratta del perfezionato acido nucleico delle nostre cellule, col suo straordinario carico di informazione. Secondo il «profeta» della complessità, perciò la vita non è un evento raro e casuale, ma una sorta di processo necessario nella dinamica dell'universo. Non a caso quindi ha intitolato il suo ultimo libro A casa nell'Universo, ossia noi esseri umani saremmo il frutto in un certo senso prevedibile dell'evoluzione cosmica.
In questa ipotesi lo stesso nostro meraviglioso genoma sarebbe il frutto della «cristallizzazione e dell'autorganizzazione» di processi molecolari su larghissima scala. E, secondo l'ipotesi di Steven Rose, non si tratterebbe di una automatica «stanza dei bottoni», ma di una plastica e dinamica struttura che risponde adattandosi alle sollecitazioni ambientali, evolvendosi insieme all'organismo di cui è parte.
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