RASSEGNA STAMPA

5 MARZO 2001
DARIO ANTISERI
VON HAYEK contro le utopie della ragione
La società libera si basa sulla divisione del potere. E' per questo che può utilizzare molto più sapere di quanto non ne potrebbe contenere la mente del più saggio dei governanti. La sua forza poggia sulla presa di coscienza dei limiti della scienza
L'economista e filosofo austriaco perfezionò le teorie del suo amico Popper. L'essere umano oltre che fallibile è sempre ignorante, le sue conoscenze sono diffuse tra milioni di persone
Sostenitore, al pari del suo amico Popper, dell'idea di fallibilità della conoscenza umana, Friedrich A. von Hayek (1899-1992), premio Nobel per l'economia (1974), ha voluto precisare che noi, oltre che fallibili siamo anche ignoranti. Fallibili quando conosciamo, e in ogni caso ignoranti giacché le conoscenze, e in particolare le conoscenze di situazioni particolari di tempo e di luogo, sono disperse, diffuse tra milioni e milioni di uomini. E la consapevolezza della nostra ignoranza costituisce per Hayek un autentico fondamento della nostra libertà.
«Male - afferma Hayek - non è il potere come tale - la capacità di realizzare quel che uno vuole - ma solo il potere di esercitare la coercizione, di forzare altri uomini a servire la propria volontà con la minaccia di far loro danno». E precisa che «la coercizione è un male perché impedisce a una persona di utilizzare completamente le sue facoltà mentali e di conseguenza gli impedisce di dare alla comunità il maggior contributo di cui è capace. Chi è sottoposto alla coercizione cercherà pur sempre di fare quanto meglio può per se stesso, ma l'unico piano di vasta portata in cui le sue azioni si adattino è quello concepito dalla mente di un altro». Al contrario, libero è, ad avviso di Hayek, chi ha la possibilità di agire in base alle sue decisioni e ai propri progetti utilizzando le proprie conoscenze, diversamente da chi è soggetto alla volontà di un altro che, con una decisione arbitraria, può costringerlo ad agire e a non agire in determinati modi. Libero è, insomma, chi è indipendente dall'arbitraria volontà di un altro.
E la libertà dei singoli individui - scrive Hayek - è necessaria per il buon funzionamento della più ampia società. Difatti, «perché il sistema funzioni, l'essenziale è che ogni individuo possa agire in base alla sua particolare conoscenza, sempre unica, almeno in quanto si applica a circostanze particolari, e che utilizzare le sue capacità individuali e le sue occasioni entro i limiti e per un suo scopo individuale».
In altre parole, le nostre conoscenze, oltre che fallibili, sono disperse tra milioni e milioni di uomini, e per questo una società libera, in cui vige la cooperazione nella divisione del lavoro, «può utilizzare molte più conoscenze di quante non ne potrebbe contenere la mente del più saggio dei governanti». Ecco, dunque, dove risiede una rilevantissima funzione della libertà individuale: essa «poggia soprattutto sul riconoscimento dell'inevitabile ignoranza di tutti noi nei confronti di un gran numero di fattori da cui dipende la realizzazione dei nostri scopi e della nostra sicurezza. Se esistessero uomini onniscienti, se potessimo sapere non solo tutto quanto tocca la soddisfazione dei nostri desideri di adesso, ma pure i bisogni e le aspirazioni future, resterebbe poco da dire in favore della libertà (... ). La libertà è essenziale per far posto all'imprevedibile e all'impredicibile; ne abbiamo bisogno perché, come abbiamo imparato, da essa nascono le occasioni per raggiungere molti dei nostri obiettivi. Siccome ogni individuo sa poco, e, in particolare, raramente sa chi di noi sa fare meglio, ci affidiamo agli sforzi indipendenti e concorrenti dei molti, per propiziare la nascita di quel che desidereremo quando la vedremo».
La libertà, dunque, risulta inscindibilmente connessa alla consapevolezza non solo della fallibilità delle nostre conoscenze, ma anche alla nostra «ignoranza». Ed è esattamente per evitare la schiavitù, che occorre abbattere la presunzione della nostra ragione - quella illuministica «presunzione fatale», frutto di «una irragionevole Età della Ragione». Dobbiamo, insomma, ammettere che la massima socratica, secondo la quale il riconoscimento della nostra ignoranza è il principio della saggezza, «ha un significato profondo per capire la nostra società». E noi capiamo la nostra società allorché ci rendiamo conto, tra l'altro, che la civiltà è il frutto dell'azione umana o meglio dell'azione di qualche centinaio di generazioni, ma non è l'esito di disegni umani intenzionali. Da qui si comprende la critica hayekiana alla concezione costruttivistica stando alla quale tutte le istituzioni e tutti gli eventi sociali (buoni e cattivi) sarebbero completamente in mani umane: «Il futuro - sentenzia Hayek - non è e mai sarà nelle nostre mani», se non altro, appunto, a motivo dell'inevitabile insorgenza delle conseguenze inintenzionali delle azioni umane intenzionali.
Il liberale, nella concezione di Hayek, «è, come si è visto, una persona consapevole della propria e dell'altrui fallibilità, e della propria e dell'altrui ignoranza; contro lo statalismo il liberale è liberista: difende l'economia di mercato, non solo perché questa genera il più ampio benessere, ma soprattutto a motivo del fatto che senza economia di mercato non può esistere nessun Stato di diritto - e difatti «chi possiede tutti i mezzi stabilisce tutti i fini». Il liberale rifiuta l'idea liberticida, stando alla quale sopra all'individuo ci sarebbe qualche altra entità - come, per esempio, lo Stato, il partito, la classe, ecc. - autonoma e indipendente dagli individui: esistono solo individui. Il liberale sa che la (presunta) società perfetta è la negazione della società aperta: in ogni utopista sonnecchia un capitano di ventura.
Il liberale - afferma con molta decisione Hayek - non è un conservatore: il conservatore teme le novità; il liberale, invece, assume la concorrenza come procedimento di scoperta del nuovo. Il liberale non è un anarchico, non è un libertario: il liberale non pensa che non ci siano funzioni e compiti da affidare al governo. Il liberale, diversamente dai costruttivisti, dagli utopisti e dai difensori della pianificazione centralizzata, sa che non tutte le istituzioni e non tutti gli eventi storico-sociali sono esiti di piani intenzionali - si danno, infatti, le inevitabili conseguenze inintenzionali di azioni umane intenzionali. E pertanto il liberale è avverso pure alla teoria cospiratoria della società, stando alla quale tutti gli eventi sociali negativi sarebbero frutto dì cospirazioni o congiure ordite da nemici o comunque da individui malvagi - la realtà è che possono esistere cause senza colpe e riuscite senza merito, Il liberale difende, contro lo Stato onnivoro, i corpi intermedi e le istituzioni volontarie. Il liberale sa che il mercato - al pari della scienza - è sempre innocente - se qualcuno realizza profitti vendendo armi o spacciando droga, colpevole non è il mercato, colpevoli sono quelle persone che vendono e comprano armi o droga e disumana è la loro etica. Da riformare, in questo caso, non è dunque il mercato, ma l'etica; e inefficaci sono stati profeti, maestri e predicatori. Ne è da pensare che il mercato neghi la solidarietà. La Grande Società, insegna Hayek, non solo può essere solidale perché è ricca e può quindi permetterselo; essa deve essere solidale perché, avendo spezzato i vincoli che tenevano uniti gli individui nel piccolo gruppo, cancella quella relativa sicurezza e quella protezione di cui godeva il debole: da qui il dovere da parte dello Stato di venire incontro ai bisognosi d'aiuto. Mercato e solidarietà sono coniugabili. Non coniugabili sono, invece, mercato e dissipazione delle risorse, mercato e corruzione, vale a dire mercato e statalismo.
E, da ultimo, il liberale non è anticlericale, Afferma Hayek: «A differenza del razionalismo della Rivoluzione francese, il vero liberalismo non ha niente contro la religione, e io non posso che deplorare l'anticlericalismo militante ed essenzialmente illiberale che ha animato tanta parte del liberalismo continentale del XIX secolo».
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vedi anche
Filosofia (e) politica