| No ai clonatori da talk show | Il medico italiano Severino Antinori ha annunciato che terrà a Roma
l'8 marzo una conferenza sugli intenti del consorzio privato per la
clonazione umana, da lui fondato insieme a Panayiotis M. Zavos,
presidente della ZDL Inc. che vende prodotti contro la sterilità e
docente di fisiologia riproduttiva all'università del Kentucky. Il 26
gennaio scorso, Zavos aveva annunciato l'iniziativa alla stampa
statunitense. La maggior parte dei biologi americani hanno schernito
le ambizioni di Zavos e Antinori o sospettato che la loro sia una
provocazione per indurre il governo Bush a vietare le ricerche su ogni
tipo di clonazione, anche se in privato qualcuno ha ammesso di
conoscere colleghi che lavoravano a clonazioni umane, negli Stati
Uniti, in Europea e in Cina. “Siamo persone serie - ha detto Zavos al
“Los Angeles Times” - i nostri lavori passati lo dimostrano”. Pochi
giorni dopo, a Londra, precisava in un'intervista alla BBC che il primo
bambino clonato sarebbe stato prodotto entro 12-24 mesi. “Le tariffe
saranno inizialmente di 50mila dollari a bambino, col tempo
scenderanno al livello delle usuali fecondazioni in vitro: dai 10 mila ai
20 mila dollarià Per noi è giunto il momento di sviluppare il "package"
con senso di responsabilità, e di metterlo a disposizione del mondo.
Confido nel fatto che il mondo sappia usarlo in maniera appropriata”.
Questo per il marketing.
Quanto alla procedura, riservata a coppie eterosessuali, veniva
riassunta da Zavos in questo modo: “materiale genetico proveniente
da una cellula del padre verrà iniettato nell'ovulo della madre e
impiantato nel suo utero”. La descrizione è abbastanza generica da
applicarsi a qualunque fecondazione, naturale o in vitro. Da altre
dichiarazioni di Zavos sulle clonazioni di animali, si deduce che il
consorzio vuole usare il trasferimento di geni nucleari paterni all'ovulo
materno enucleato, una variante del metodo che ha prodotto la
pecora Dolly e altri mammiferi dopo di lei. Per non essere da meno,
la setta dei Raeliani, vietata anni fa in Francia e ora basata in
Canada, ha fatto sapere a metà febbraio che avrebbe fatto nascere il
primo clone umano entro quest'anno. Prima, la sua tariffa era di
200mila dollari ma data la concorrenza sono previsti ribassi.
Le obiezioni etiche sono note, quelle scientifiche forse lo sono meno.
Il professor Griffin, direttore dell'istituto Roslin dove è nata Dolly, ha
ricordato che il trasferimento nucleare riesce 1 o 2 volte su cento (1
su 277 nel caso di Dolly). I fallimenti riguardano ogni tappa dello
sviluppo: embrioni non vitali e quindi non trapiantabili, aborti
spontanei a trapianto avvenuto, feti talmente deformi che non
sopravvivono, come, a volte, accade alla madre portatrice. Perfino
quando la gravidanza è portata a termine, entro i primi 4 mesi i
neonati hanno un tasso di mortalità superiore del 70% rispetto agli
animali nati con altre tecniche. Muoiono per infezioni benigne, come
la vitella francese Marguerite. E per motivi più oscuri, forse legati al
fatto che la madre portatrice non riuscirebbe a trasmettere difese
sufficienti prima che il sistema immunitario del piccolo abbia il tempo
di formarsi. Almeno questa è l'ipotesi fatta per Noah il gaur, un
piccolo bovino selvatico indiano clonato nel quadro del progetto “Arca
di Noé” per salvare specie in via di estinzione e morto dopo appena
un mese.
Con la parziale eccezione dei topi "cumulina" in cui il nucleo
trasferito all'ovulo proviene dalle cellule del cumulo (fanno parte del
follicolo), per le varie tecniche in cui l'embrione si sviluppa
inizialmente in vitro il fallimento è la regola. Diverse ricerche
americane e inglesi cercano di capire il perché, non tanto per rendere
efficace la clonazione quanto per capire i meccanismi più sottili dello
sviluppo embrionale. Tra le piste seguite da Mark Westhusin e dal
suo gruppo alla Texas A&M University, una riguarda i segnali che
controllano l'apoptosi, o "suicidio cellulare", e si basano sull'ipotesi
che la crescita eccessiva del feto sia causata da un'interruzione dei
segnali di comunicazione intra- o inter-cellulari che bloccano la
replicazione di cellule inutili e dannose.
Per ora le ricerche che hanno fornito risultati concreti sono quelle che
si concentrano sui fattori di crescita. Nel 1999, alla conferenza
annuale dell'International Embryo Transfer Society a Québec, Patrick
Blondin dell'università della Carolina del Nord riferiva che, paragonati
ai feti di bovini ottenuti per inseminazione artificiale, quelli ottenuti
con fecondazione in vitro avevano un livello diverso - insolitamente
alto nel fegato e insolitamente basso nei muscoli - della proteina Igf2,
un fattore di crescita. L'ipotesi di Blondin era che la fecondazione in
vitro “riprogrammasse il gene per la proteina”. Ma come tutti sanno
da quando è stata pubblicata la mappa del genoma umano, un gene
non codifica per una proteina, partecipa con altri alla produzione di
parecchie. Durante la stessa conferenza, Lorraine Young del Roslin
Institute presentava una ricerca in cui erano i feti delle pecore ad
avere livelli anomali; non di quella proteina bensì di un altro fattore di
crescita (IgfBP2) associato al precedente. E in “Nature Genetics” di
febbraio, Lorraine Young e i suoi colleghi scrivono che, anche nelle
pecore nate per inseminazione artificiale e affette da “sindrome di
discendenza grossa”, il gene che codifica per un altro fattore ancora
(Igf2r) è privo di tutti i gruppi metile (CH3). Perciò la produzione di
quella proteina è del 30-60% inferiore, rispetto alle pecore del gruppo
di controllo, nate per vie naturali e con il 70% dei gruppi metile intatti.
Secondo Young, quella modificazione minima dovuta alla
manipolazione in laboratorio, una perdita di qualche atomo di
carbonio, innescherebbe una reazione a catena per cui i geni non
riuscirebbero più ad attivare la produzione delle proteine necessarie
all'integrità dell'embrione.
Qualunque manipolazione dell'embrione lo rende fragile, quindi, e il
trasferimento del nucleo ancora di più. Sarà opportuno informarne le
dieci persone che avrebbero già prenotato i servizi del Consorzio.
Come dice Robert Lanza, direttore scientifico della società
americana Advanced Cell Technology che ha clonato mucche e
capre, “clonare un essere umano è fattibile. Rischioso, non etico, ma
fattibile”. Il prodotto del "package" è tutt'altro che garantito. |