RASSEGNA STAMPA

3 MARZO 2001
PIERGIORGIO ODIFREDDI
La filosofia dei numeri
Il mondo delle idee abbandona la matematica la filosofia
Narra il Lalitavistara che il Buddha partecipò a una tenzone per ottenere la mano della bella Gopa, e superò senza fatica i rivali nelle gare sportive e letterarie. L'ultima prova, di matematica, richiedeva di nominare grandi numeri.
Mediante un metodo iterativo simile a quello usato da Archimede per il calcolo dei granelli di sabbia dell'universo, il Buddha arrivò a nominare il numero degli atomi delle tremila migliaia di mondi. Ottenuto il suo romantico obiettivo, esclamò: «Solo chi ha raggiunto il nirvana, come me, conosce questo numero. Qui finiscono i calcoli, da qui inizia l'incalcolabile». Un bel progresso rispetto al Libro dei morti egiziano, che si limitava a osservare: «Puoi portarmi un uomo che non sappia contare con le dita?». Che legame c'è però, per i vivi, tra le dita e i numeri? Mostrare un indice è forse la stessa cosa che mostrare il numero Uno? A proposito, non basta forse aggiungere un Uno a quello che Buddha credeva essere l'ultimo numero, per sconfiggerlo e privarlo della bella Gopa, e del nirvana?
Domande simili innescano immediatamente una reazione a catena. Che cosa sono gli enti matematici? Come arriviamo a conoscerli? Come sono collegati alle cose? A che cosa servono? Perché sono utili? Porsi queste domande e tentare di dar loro una risposta significa fare della filosofia della matematica. O meglio, della filosofia tout court. Perché le origini della sua storia occidentale stanno proprio in tali problematiche.
Il primo a riflettere su queste questioni fu Pitagora, che coniò il famoso motto: Tutto è numero. In questo caso le risposte alle domande precedenti diventano ovvie, perché i numeri sono la vera essenza delle cose. Purtroppo per lui, Pitagora si accorse presto di essere stato precipitoso: la traumatica scoperta di quelli che oggi si chiamano "irrazionali" dimostrò che aveva torto. Ad esempio, non è un numero razionale il rapporto fra la diagonale e il lato del quadrato. Poiché i problemi venivano dalla geometria, Platone si affrettò a riproporre il credo pitagorico in versione riformata: Tutto è forma. O meglio: le cose sono immagini imperfette di forme perfette, chiamate "idee" (da eidos, "figura, forma"). Basterebbe tradurre il termine greco correttamente, per evitare agli studenti di filosofia un sacco di problemi: l'irragionevole "teoria delle idee" diventerebbe infatti una ragionevolissima "teoria delle forme astratte", e il problematico legame tra idee e cose si ridurrebbe a una semplicissima proiezione (nel senso ottico).
Una volta spiegata la natura degli enti matematici e la loro relazione con gli oggetti del mondo, rimaneva da affrontare la natura del metodo matematico. Ci pensò Aristotele nella Metafisica e nell'Organon, sistematizzando la logica come scienza del ragionamento, e dichiarando esplicitamente che le sue leggi erano formulate sul modello delle dimostrazioni matematiche.
Gli strumenti quantitativi dell'aritmetica, qualitativi della geometria e deduttivi della logica divennero i ferri del mestiere dei filosofi. I quali, spesso e volentieri, sono stati matematici di valore: da Cartesio e Leibniz nel Seicento, a Putnam e Kripke nel Novecento. Quanto alla filosofia, una buona parte di essa è consistita di riflessioni sul ruolo della matematica: bastino come esempi, fra tutti, gli a priori kantiani del tempo aritmetico, dello spazio geometrico e della causalità logica. Solo nell'Ottocento una buona parte di filosofi ha cessato di studiare e conoscere a fondo la matematica: mantenendone almeno una conoscenza superficiale con Schopenhauer e Nietzsche, e perdendola del tutto con i loro epigoni. La riflessione sulla matematica, da tronco della filosofia, ne è così divenuta soltanto un ramo. Come se non bastasse, essa è stata dominata da una tradizione inaugurata da Frege, Russell e Wittgenstein, tutta tesa a definire le nozioni che i matematici lasciano indefinite, e disinteressata invece all'analisi dei teoremi e delle dimostrazioni che costituiscono l'essenza del loro lavoro.
Oggi i filosofi che parlano di matematica sono, troppo spesso, come i preti che parlano di sessualità: o l'hanno vissuta clandestinamente e interiorizzata colpevolmente, o l'hanno sentita raccontare dai peccatori in confessionale. In entrambi i casi, non ne conoscono gli aspetti sani e quotidiani. Ciò nonostante, continuano a disputare imperterriti su ciò che essi credono che sia, incuranti e ignari di ciò che veramente è.
E se ne gloriano pure, dichiarando come Mario Piazza nel suo recente Intorno ai numeri (Bruno Mondadori, 2000): «Un filosofo che indaga sulla dimensione ontologica dei numeri non è minacciato da smentite che siano esterne allo spazio concettuale in cui opera». Il che significa appunto, tradotto, che ciò che i matematici pensano non interessa i filosofi che ne parlano. Magari, però, può interessare i lettori. Soprattutto quando le riflessioni sono scritte in italiano, invece che in inglese o tedesco, e arrivano dall'interno della matematica, invece che dall'esterno.
Le ultime di queste riflessioni, in ordine di tempo, sono le conversazioni fra il poliedrico Edoardo Boncinelli (fisico di formazione, psicanalista di elezione e biologo di professione), e lo storico della matematica Umberto Bottazzini. I loro dialoghi, contenuti ne La serva padrona (Cortina, 2000), affrontano il problema di ciò che Eugene Wigner, premio Nobel per la fisica nel 1964, descrisse con un'espressione fortunata: «L'irragionevole efficacia della matematica nelle scienze naturali».
La soluzione proposta è che l'aritmetica, la geometria e la logica siano sviluppi culturali e mentali di rudimenti biologici e cerebrali: lo dimostrerebbe, ad esempio, la capacità del bambino appena nato di saper distinguere fra uno, due o tre oggetti. Poiché poi, come ha notato l'etologo Konrad Lorenz, premio Nobel per la medicina nel 1973, gli a priori dell'individuo sono a posteriori per la specie, proprio nella loro efficacia risiederebbe il motivo della loro selezione evolutiva. In parole povere, la matematica funziona perché sviluppa e raffina meccanismi che l'evoluzione biologica ha selezionato perché funzionavano.
Di come, a sua volta, l'evoluzione culturale agisca in tempi storici, selezionando le nozioni più adatte alla sopravvivenza, tratta invece l'analista matematico Enrico Giusti in Ipotesi sulla natura degli oggetti matematici (Boringhieri, 1999). Attraverso una serie di quadri espositivi, Giusti espone il concepimento e lo sviluppo di vari concetti che hanno superato il test di sopravvivenza: dalle curve alle formule risolutive per le equazioni, dalle geometrie non euclidee ai gruppi. Senza trascurare, però, esempi di nozioni che hanno invece fallito quel test, abortendo senza giungere a maturità: dagli indivisibili agli infinitesimi. Proprio in questi successi e fallimenti si manifesta il calore dinamico della matematica, troppo spesso immaginata fredda e statica da chi non la conosce.
La più ambiziosa e riuscita delle recenti opere italiane sui fondamenti della matematica è certamente Gnomon, dell'analista numerico Paolo Zellini (Adelphi, 1999). Una gigantesca sinfonia che presenta una ricostruzione razionale degli sviluppi della nozione di numero, dal logos degli dèi al Golem dei calcolatori, sostenuta da un basso continuo: lo gnomone che dà titolo al libro, e al quale Zellini riesce a ricondurre una varietà enorme di procedure e risultati matematici. L'accrescimento gnomonico si rivela essere un punto di vista unificante per una serie di tecniche a prima vista molteplici, dalla costruzione degli altari indiani al metodo di approssimazione di Newton, e produce una vera e propria esperienza epifanica.
Solo chi ha raggiunto il nirvana, studiando la matematica, può immergersi a tali profondità. Gli altri dovranno accontentarsi di sguazzare in superficie.
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vedi anche
Il pensiero matematico