RASSEGNA STAMPA

2 MARZO 2001
GIANFRANCO BIONDI
Le acquisizioni della scienza, una risorsa per la sinistra
La ricerca scientifica deve definire i fatti e le loro relazioni, ossia fornire alla società le informazioni necessarie all'adozione di decisioni etiche convincenti
in collaborazione con OLGA RICKARDS
Il recente libro di Peter Singer - Una sinistra darwiniana - ha posto il problema della necessità, per la sinistra appunto, di superare gli errori interpretativi della lettura marxista del darwinismo. Una lettura che, per quanto riguarda la nostra specie, si è affiancata del tutto impropriamente al tentativo del cristianesimo, e del cattolicesimo, di sottrarre una parte dell'uomo alla storia dell'evoluzione organica. Infatti, se ancora oggi il papa di Roma sostiene che l'evoluzione può spiegare solo la nostra "fisicità", mentre quella che si pretende sia la componente assolutamente non fisica (tradizionalmente definita "spirituale") obbedirebbe alle "leggi divine", sul versante marxista si è ritenuto che "il darwinismo fosse la scienza dell'evoluzione biologica, il marxismo dell'evoluzione sociale". Oggi, finalmente, è caduta l'illusione di poter costruire l'uomo nuovo grazie al semplice mutamento dei rapporti di produzione dei beni materiali, come se alcuni milioni di anni di storia evolutiva fossero stati capaci solo di farci camminare dritti su due gambe, e non anche di influire sulla nostra socialità ed emozionalità. Ecco allora che la sinistra, per poter continuare ad essere forza di progresso, deve riuscire a tradurre in pratica politica le conoscenze che gli scienziati hanno acquisito sul mondo vivente (e quindi anche sull'uomo che ne è parte inscindibile) nel corso dell'ultimo secolo e mezzo: da quel 1859 quando Darwin pubblicò L'origine delle specie.
Opportunamente, questo giornale ha aperto un dibattito sul libro di Singer, in particolare sul tema della "natura umana" (5 gennaio e 8 febbraio) ed è certamente utile tornare a rifletterci sopra. Al momento, però, c'è una priorità che non può essere elusa: tentare di comprenderci su quello che riteniano sia in generale la natura. Certo, senza avere pretese esaustive e mantenendo il ragionamento nei limiti che gli impone la sede nella quale è svolto. A tale proposito, la nostra società si comporta in modo schizofrenico. Per un verso, essa ha accettato l'idea che l'universo, la terra e gli stessi organismi viventi si siano evoluti, cioè che quello che osserviamo oggi sia completamente diverso da tutto ciò che c'era anche solo qualche milione di anni fa; per un altro, considera la natura un sistema statico, dato una volta per tutte, che contiene la vita ma che è da essa separato.
Se così stanno le cose, allora l'accettazione dell'evoluzionismo convive in un ibrido equilibrio con una concezione "creazionista" della natura, che considera immorale ogni intervento su di essa. E l'umore che sta al fondo della pretesa di imporre alla ricerca scientifica dei limiti molto stretti ha la radice proprio qui. Tutto ciò, si badi bene, non ha nulla a che vedere con il controllo democratico sull'attività di ricerca e sull'uso delle conoscenze che essa produce.
L'idea di una dicotomia tra la vita che cambia e la natura che resta immobile e predeterminata è assolutamente estranea al pensiero di Darwin. Per il grande naturalista inglese, la natura è la rete dei rapporti dinamici esistenti all'interno della materia organica, all'interno di quella inorganica e tra le due. In sostanza, la natura che conosciamo è solo quella che ci è spiegata dall'evoluzione. Fuori dalla continua trasformazione di tutte le cose, e noi in esse, che avviene in assenza di un qualsivoglia progetto, semplicemente non c'è il mondo.
Singer ci ricorda quanto sia fallace dedurre i valori dai fatti, e poiché l'evoluzione è un fatto non siamo autorizzati a ritenere che la sua direzione sia "buona" o "cattiva": l'evoluzione non ha implicazioni morali, essa è in atto. Non ha senso alcuno considerare moralmente corretti i nostri interventi sulla natura quando questi vanno in quella che pensiamo sia la sua direzione di marcia e deprecabili se tentiamo di rallentarne il cammino o di cambiarne la direzione. Espressioni del tipo "come è in natura" o "come avviene in natura" hanno lo stesso contenuto morale della locuzione "contro natura", e cioè nessuno. Solo l'etica condivisa, anch'essa per nulla immobile, può aiutarci a scegliere la strada che vogliamo imboccare. Darwin ha costruito il suo modello di evoluzione partendo dalla consapevolezza di un parallelismo tra l'azione della selezione naturale e quella della selezione artificiale (praticata dai coltivatori e dagli allevatori) sulla tendenza insita negli esseri viventi a cambiare. Senza la proprietà della materia organica a mutare, l'uomo non potrebbe fare proprio alcunché: se riusciamo a modificare qualcosa nella vita è solo perché essa è modificabile. Il criterio cui devono obbedire le variazioni per affermarsi, siano esse "naturali" che "artificiali", è la loro compatibilità con l'intero sistema. La morale è fuori da questa valutazione; l'etica invece è lo strumento che abbiamo predisposto per decidere se e come operare. Insomma, la natura "addomesticata" è naturale esattamente quanto l'altra.
L'intento della ricerca scientifica è quello di definire i fatti e le relazioni tra essi, di fornire cioè le informazioni affinché la società possa adottare le decisioni etiche che più la convincono. Il meglio che ci possiamo augurare è che le decisioni siano prese democraticamente: non dagli scienziati o contro gli scienziati, ma tenendo conto di quello che dicono gli scienziati, i quali, in questa prospettiva, devono essere chiamati ad assumere responsabilità assai rilevanti, perché è indispensabile che concorrano a definire l'etica condivisa. Non è in gioco l'autoreferenzialità della scienza, ma la necessità che la società smetta di considerarla estranea e nemica. L'indagine razionale del mondo ci appartiene come l'arte, la politica e qualunque altra nostra attività. Non ci dobbiamo guardare da essa, la dobbiamo solo praticare.
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