La giornata è stata faticosa, fra squilli di telefonino, riunioni
tumultuose, code nel traffico. Finito di cenare, per distendere i
nervi ci buttiamo in poltrona e accendiamo la tv. C'è un film
d'azione, violento, scatenato, fragoroso. Ma ecco, redentrice, la
pubblicità, con lo spot del detersivo d'una marca giustamente
famosa, che ci propone suadente il suo contenuto di sapone di
Marsiglia "naturale". Come per incanto quest'aggettivo ci fa
sognare prati verdi, ruscelli argentei, cieli azzurri, uccelletti
cinguettanti.
Un momento! Qualcosa non torna: dov'è in natura il sapone di
Marsiglia? S'estrae dalle miniere, si coglie sugli alberi, è
contenuto nel succo di un'erba? O forse viene da qualche
animale, come il miele dalle api o il latte dalle mucche? Che
fosse qualcosa di sintetico lo sapeva bene Jean Baptiste
Colbert, ministro del re Sole, conoscitore delle antiche fabbriche
marsigliesi, a cui ridiede impulso contro la concorrenza di
Savona e Venezia. Era una coincidenza che le tre sedi
principali della produzione fossero sul Mediterraneo? No, per
fare il sapone ci volevano due materie prime, e l'una o l'altra o
tutte e due mancavano nell'Europa centrale e settentrionale:
cenere di piante marine e olio d'oliva.
Bollendo quest'ultimo nell'ambiente reso alcalino dalla cenere,
si formano sali di sodio costituiti da particelle allungate, con una
"testa" capace di sciogliersi nell'acqua e una "coda" di natura
idrocarburica. Quando si fa il bucato, quest'ultima si pianta nelle
goccioline di sporco grasso, mentre la "testa" rimane
all'esterno: ogni gocciolina, ospitando parecchie particelle di
sapone, diventa irta come un riccio. Siccome le sporgenze
possiedono tutte lo stesso tipo di carica elettrica (negativa), le
goccioline si respingono fra loro, e una volta suddivise
dall'agitazione, non possono più riappiccicarsi e tornare grosse.
In poche parole, restano emulsionate nell'acqua, che le lava via.
Il termine sapo, dal significato in realtà non univoco, si trova
nella Naturalis Historia di Plinio il vecchio (77 d.C.), e c'è chi
sostiene che già i sumeri, nel quarto millennio a.C., sapessero
produrre saponi. Comunque sappiamo da Galeno che almeno
nella sua epoca (II secolo d.C.) essi erano usati per lavare i
tessuti e per la pulizia personale. Antico, però, non è affatto
sinonimo di sano e genuino, checché ne pensino certi
ambientalisti, rimasti ancorati al mito dell'arcaica età dell'oro.
Un esempio fra i tanti: il più vecchio dolcificante sintetico è
probabilmente lo sciroppo che, verso l'inizio dell'era cristiana,
veniva ottenuto da greci e romani facendo bollire il succo d'uva
in tegami di piombo. La poltiglia fu usata in cucina per secoli, fin
quando si scoprì che questo metallo reagiva dando composti
tossici.
Neppure bisogna lasciarci trarre in inganno dalla nobiltà di una
materia prima, l'olio d'oliva, che in sé assurge a simbolo di
schiettezza, salute e benessere. Lasciando perdere il
particolare secondario che per fare il sapone nessuno ha mai
usato l'extravergine, e ovvi motivi economici suggeriscono di
sfruttare a quello scopo gli scarti, è vero: l'olio d'oliva è un
prodotto naturale. Ma quali materie prime non lo sono? Da dove
mai, se non dalla natura, verranno fuori quelle che servono a
produrre altri tipi di detergenti? Eh, si dirà! In quei casi le
materie prime subiscono trattamenti chimici. Già: perché l'olio
d'oliva da trasformare in sapone no? L'ambiente basico attacca
le molecole dei trigliceridi che costituiscono l'olio e
appartengono alla classe chimica degli èsteri, scindendole in
glicerina e sali sodici di vari acidi, fra cui prevale largamente
l'oleico.
Ora che queste righe gli hanno guastato l'effetto rilassante dello
spot, al lettore non resta, dopo aver dormito male ed essersi
alzato con addosso una gran spossatezza, che cercare in
farmacia qualcosa che lo tiri su. Guardando sul banco e negli
scaffali, egli viene colpito dall'integratore dietetico d'una casa
ben nota. Sulla confezione c'è una scritta invitante: "Aiuta a
star bene naturalmente". Il passaggio dall'aggettivo all'avverbio,
tuttavia, coinvolge solo la grammatica, ma la scorrettezza
lessicale rimane quella del detersivo. Si dà infatti il caso che
non sia gran che naturale ingozzarsi di selenio, pur benefico in
quelle dosi (è il primo nell'elenco dei principi attivi del
preparato).
Un po' più in là, nella zona dei prodotti per la linea, c'è invece
un cerotto dimagrante che si vanta di non contenere sostanze
chimiche. Per assoluta incompetenza, ci asteniamo dal
malignare sull'efficacia del prodotto, ma quell'affermazione ci
spingerebbe fortemente a farlo, dal momento che non c'è una
sostanza nel mondo materiale che non sia chimica: potremmo
partire dall'acqua, dal sale da cucina, dall'ossigeno che ci tiene
in vita, per arrivare alle sostanze che danno ai fiori il colore e il
profumo, ai cibi il sapore e la consistenza, alle ossa la
robustezza, agli occhi la vista, al cervello la capacità di pensare
e di farci provare sensazioni. Non occorre essere epigoni dei
positivisti ottocenteschi, cioè cercare nel complesso chimismo
cerebrale la base d'un materialismo metafisico che identifichi i
pensieri stessi, e addirittura i sentimenti, con le sostanze
chimiche e le reazioni che li accompagnano. Basta invece
accettare la visione, fra l'altro molto più serena, dell'essere
umano fatto di spirito, ma anche di corpo, e cioè di cellule e
molecole che seguono le leggi della biologia, della chimica e
della fisica.
I produttori di quel cerotto rientrano fra i tanti che considerano
l'aggettivo chimico (arbitrariamente equiparato a sintetico) come
indicante qualcosa d'opposto per forza a ciò che invece è
naturale. Un'indagine fatta anni fa in un college nello stato di
New York dimostra che un'idea del genere alligna anche nella
gente colta. La domanda, rivolta a studenti di varie discipline,
era di questo tenore: "Il glucosio sintetizzato in laboratorio è
uguale o no al glucosio estratto dall'uva?". Il 75%
degl'intervistati rispose che si tratta di due sostanze diverse.
Invece sono identiche. Differenze possono esistere soltanto se i
due prodotti non sono puri. Se al contrario lo sono, cioè se non
contengono nulla al di fuori di molecole di glucosio, non c'è
verso di distinguerli. Le particelle che costituiscono una certa
sostanza hanno una natura ben definita e assolutamente
indipendente dalla loro origine.
Questo concetto ai chimici è noto da un paio di secoli; per la
precisione dal 1799, quando il francese Joseph-Louis Proust
scoprì, a Madrid dove insegnava, la composizione costante del
carbonato di rame: che esso si trovi in natura come minerale o
che venga preparato in laboratorio, le cose non cambiano.
C'è poi da domandarsi se siamo proprio sicuri che la natura ci
sia amica sempre e comunque. In realtà, per fare un elenco un
tantino sensato delle sostanze naturali pericolose
occorrerebbero molte pagine. Si va infatti dalle tossine mortali
prodotte da muffe e da altri microrganismi infestanti, che nei
secoli passati, quando non c'erano difese chimiche a
proteggere le coltivazioni e i raccolti, hanno provocato
intossicazioni alimentari tremende; a quelle del botulino e del
tetano, causa di morte ancor oggi nella nostra Europa moderna;
ai pesticidi naturali, che molte piante producono
spontaneamente per difendersi dagli animali erbivori e spesso
fanno male anche all'uomo (per inciso, se la pianta è protetta
dal pesticida sintetico, spruzzato dal contadino nelle dosi che la
legge ammette e che sono state riconosciute sicure per il
consumo umano, in molti casi produce il suo in quantità molto
minore). Si può affermare con certezza assoluta che se la
natura avesse bisogno delle autorizzazioni ministeriali per
diffondere i suoi prodotti, se le vedrebbe negare in moltissimi
casi.
Il dimenticarsi di cose del genere va di pari passo con
atteggiamenti inconsciamente contraddittori. Da una parte,
l'industria chimica sta facendo con successo grossi sforzi per
inquinare sempre meno mentre garantisce il progresso tecnico;
dall'altra rimane, assai più subdola e quindi più difficile da
combattere, la tendenza a fare quello che da tempo si pratica
nello sport: ottenere grandi prestazioni non con l'allenamento e
il sacrificio, ma con il doping. Si ricorre insomma quando non ce
ne sarebbe bisogno a quella chimica che magari, sotto la
pressione di mode poco razionali, si vorrebbe limitare o fermare
del tutto proprio dove invece è utile: si veda per esempio la lotta
ambientalista ai prodotti clorurati, fra cui il versatilissimo Pvc e
alcuni disinfettanti che salvano dalla diffusione di malattie gravi.
Si combattono insomma battaglie sbagliate, contro un nemico
che è tale perché non conosciuto. Col risultato di facilitare il
compito perfino agli specchietti per allodole impiegati dalla
pubblicità: l'aggettivo naturale è uno di questi. |