RASSEGNA STAMPA

25 FEBBRAIO 2001
GIANNI FOCHI
Naturalmente intossicati
La giornata è stata faticosa, fra squilli di telefonino, riunioni tumultuose, code nel traffico. Finito di cenare, per distendere i nervi ci buttiamo in poltrona e accendiamo la tv. C'è un film d'azione, violento, scatenato, fragoroso. Ma ecco, redentrice, la pubblicità, con lo spot del detersivo d'una marca giustamente famosa, che ci propone suadente il suo contenuto di sapone di Marsiglia "naturale". Come per incanto quest'aggettivo ci fa sognare prati verdi, ruscelli argentei, cieli azzurri, uccelletti cinguettanti.
Un momento! Qualcosa non torna: dov'è in natura il sapone di Marsiglia? S'estrae dalle miniere, si coglie sugli alberi, è contenuto nel succo di un'erba? O forse viene da qualche animale, come il miele dalle api o il latte dalle mucche? Che fosse qualcosa di sintetico lo sapeva bene Jean Baptiste Colbert, ministro del re Sole, conoscitore delle antiche fabbriche marsigliesi, a cui ridiede impulso contro la concorrenza di Savona e Venezia. Era una coincidenza che le tre sedi principali della produzione fossero sul Mediterraneo? No, per fare il sapone ci volevano due materie prime, e l'una o l'altra o tutte e due mancavano nell'Europa centrale e settentrionale: cenere di piante marine e olio d'oliva. Bollendo quest'ultimo nell'ambiente reso alcalino dalla cenere, si formano sali di sodio costituiti da particelle allungate, con una "testa" capace di sciogliersi nell'acqua e una "coda" di natura idrocarburica. Quando si fa il bucato, quest'ultima si pianta nelle goccioline di sporco grasso, mentre la "testa" rimane all'esterno: ogni gocciolina, ospitando parecchie particelle di sapone, diventa irta come un riccio. Siccome le sporgenze possiedono tutte lo stesso tipo di carica elettrica (negativa), le goccioline si respingono fra loro, e una volta suddivise dall'agitazione, non possono più riappiccicarsi e tornare grosse.
In poche parole, restano emulsionate nell'acqua, che le lava via.
Il termine sapo, dal significato in realtà non univoco, si trova nella Naturalis Historia di Plinio il vecchio (77 d.C.), e c'è chi sostiene che già i sumeri, nel quarto millennio a.C., sapessero produrre saponi. Comunque sappiamo da Galeno che almeno nella sua epoca (II secolo d.C.) essi erano usati per lavare i tessuti e per la pulizia personale. Antico, però, non è affatto sinonimo di sano e genuino, checché ne pensino certi ambientalisti, rimasti ancorati al mito dell'arcaica età dell'oro.
Un esempio fra i tanti: il più vecchio dolcificante sintetico è probabilmente lo sciroppo che, verso l'inizio dell'era cristiana, veniva ottenuto da greci e romani facendo bollire il succo d'uva in tegami di piombo. La poltiglia fu usata in cucina per secoli, fin quando si scoprì che questo metallo reagiva dando composti tossici. Neppure bisogna lasciarci trarre in inganno dalla nobiltà di una materia prima, l'olio d'oliva, che in sé assurge a simbolo di schiettezza, salute e benessere. Lasciando perdere il particolare secondario che per fare il sapone nessuno ha mai usato l'extravergine, e ovvi motivi economici suggeriscono di sfruttare a quello scopo gli scarti, è vero: l'olio d'oliva è un prodotto naturale. Ma quali materie prime non lo sono? Da dove mai, se non dalla natura, verranno fuori quelle che servono a produrre altri tipi di detergenti? Eh, si dirà! In quei casi le materie prime subiscono trattamenti chimici. Già: perché l'olio d'oliva da trasformare in sapone no? L'ambiente basico attacca le molecole dei trigliceridi che costituiscono l'olio e appartengono alla classe chimica degli èsteri, scindendole in glicerina e sali sodici di vari acidi, fra cui prevale largamente l'oleico. Ora che queste righe gli hanno guastato l'effetto rilassante dello spot, al lettore non resta, dopo aver dormito male ed essersi alzato con addosso una gran spossatezza, che cercare in farmacia qualcosa che lo tiri su. Guardando sul banco e negli scaffali, egli viene colpito dall'integratore dietetico d'una casa ben nota. Sulla confezione c'è una scritta invitante: "Aiuta a star bene naturalmente". Il passaggio dall'aggettivo all'avverbio, tuttavia, coinvolge solo la grammatica, ma la scorrettezza lessicale rimane quella del detersivo. Si dà infatti il caso che non sia gran che naturale ingozzarsi di selenio, pur benefico in quelle dosi (è il primo nell'elenco dei principi attivi del preparato). Un po' più in là, nella zona dei prodotti per la linea, c'è invece un cerotto dimagrante che si vanta di non contenere sostanze chimiche. Per assoluta incompetenza, ci asteniamo dal malignare sull'efficacia del prodotto, ma quell'affermazione ci spingerebbe fortemente a farlo, dal momento che non c'è una sostanza nel mondo materiale che non sia chimica: potremmo partire dall'acqua, dal sale da cucina, dall'ossigeno che ci tiene in vita, per arrivare alle sostanze che danno ai fiori il colore e il profumo, ai cibi il sapore e la consistenza, alle ossa la robustezza, agli occhi la vista, al cervello la capacità di pensare e di farci provare sensazioni. Non occorre essere epigoni dei positivisti ottocenteschi, cioè cercare nel complesso chimismo cerebrale la base d'un materialismo metafisico che identifichi i pensieri stessi, e addirittura i sentimenti, con le sostanze chimiche e le reazioni che li accompagnano. Basta invece accettare la visione, fra l'altro molto più serena, dell'essere umano fatto di spirito, ma anche di corpo, e cioè di cellule e molecole che seguono le leggi della biologia, della chimica e della fisica. I produttori di quel cerotto rientrano fra i tanti che considerano l'aggettivo chimico (arbitrariamente equiparato a sintetico) come indicante qualcosa d'opposto per forza a ciò che invece è naturale. Un'indagine fatta anni fa in un college nello stato di New York dimostra che un'idea del genere alligna anche nella gente colta. La domanda, rivolta a studenti di varie discipline, era di questo tenore: "Il glucosio sintetizzato in laboratorio è uguale o no al glucosio estratto dall'uva?". Il 75% degl'intervistati rispose che si tratta di due sostanze diverse.
Invece sono identiche. Differenze possono esistere soltanto se i due prodotti non sono puri. Se al contrario lo sono, cioè se non contengono nulla al di fuori di molecole di glucosio, non c'è verso di distinguerli. Le particelle che costituiscono una certa sostanza hanno una natura ben definita e assolutamente indipendente dalla loro origine. Questo concetto ai chimici è noto da un paio di secoli; per la precisione dal 1799, quando il francese Joseph-Louis Proust scoprì, a Madrid dove insegnava, la composizione costante del carbonato di rame: che esso si trovi in natura come minerale o che venga preparato in laboratorio, le cose non cambiano. C'è poi da domandarsi se siamo proprio sicuri che la natura ci sia amica sempre e comunque. In realtà, per fare un elenco un tantino sensato delle sostanze naturali pericolose occorrerebbero molte pagine. Si va infatti dalle tossine mortali prodotte da muffe e da altri microrganismi infestanti, che nei secoli passati, quando non c'erano difese chimiche a proteggere le coltivazioni e i raccolti, hanno provocato intossicazioni alimentari tremende; a quelle del botulino e del tetano, causa di morte ancor oggi nella nostra Europa moderna; ai pesticidi naturali, che molte piante producono spontaneamente per difendersi dagli animali erbivori e spesso fanno male anche all'uomo (per inciso, se la pianta è protetta dal pesticida sintetico, spruzzato dal contadino nelle dosi che la legge ammette e che sono state riconosciute sicure per il consumo umano, in molti casi produce il suo in quantità molto minore). Si può affermare con certezza assoluta che se la natura avesse bisogno delle autorizzazioni ministeriali per diffondere i suoi prodotti, se le vedrebbe negare in moltissimi casi. Il dimenticarsi di cose del genere va di pari passo con atteggiamenti inconsciamente contraddittori. Da una parte, l'industria chimica sta facendo con successo grossi sforzi per inquinare sempre meno mentre garantisce il progresso tecnico; dall'altra rimane, assai più subdola e quindi più difficile da combattere, la tendenza a fare quello che da tempo si pratica nello sport: ottenere grandi prestazioni non con l'allenamento e il sacrificio, ma con il doping. Si ricorre insomma quando non ce ne sarebbe bisogno a quella chimica che magari, sotto la pressione di mode poco razionali, si vorrebbe limitare o fermare del tutto proprio dove invece è utile: si veda per esempio la lotta ambientalista ai prodotti clorurati, fra cui il versatilissimo Pvc e alcuni disinfettanti che salvano dalla diffusione di malattie gravi. Si combattono insomma battaglie sbagliate, contro un nemico che è tale perché non conosciuto. Col risultato di facilitare il compito perfino agli specchietti per allodole impiegati dalla pubblicità: l'aggettivo naturale è uno di questi.
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