RASSEGNA STAMPA

25 FEBBRAIO 2001
ARMANDO MASSARENTI
Evoluzioni in libertà
Steven Rose, «Linee di vita. Oltre il determinismo», Garzanti, Milano 2001, pagg. 390, L. 45.000.
Guardando un salice carico di semi Richard Dawkins scrive: «Fuori sta piovendo Dna... stanno piovendo istruzioni là fuori; stanno piovendo programmi; stanno piovendo algoritmi contenenti istruzioni sulla propagazione di semi racchiusi in soffici batuffoli di cotone. Non è una metafora, è la pura verità. La cosa non potrebbe essere più evidente se stessero piovendo floppy disk». In realtà, ovviamente, si tratta di una metafora. Ed è una delle più potenti e pervasive adottate negli ultimi anni: i meccanismi dell’evoluzione sarebbero riducibili a puri algoritmi matematici. «Il livello algoritmico — ha scritto Daniel Dennett, un altro ultrà del darwinismo — è il livello che spiega nel modo migliore la velocità dell’antilope, l’ala dell’aquila, la forma dell’orchidea, la diversità delle specie, e tutte le altre occasioni di meraviglia offerte dal mondo della natura». E, per dirla ancora con Dawkins, «noi siamo macchine per la sopravvivenza, veicoli robotici ciecamente programmati per conservare le molecole egoiste note come geni». Ecco disegnati i tratti salienti di quella forma di determinismo che ha dominato, soprattutto nell’ultimo decennio, il nostro immaginario biologico. Da questa immagine, alimentata anche dalla propaganda sul Grande Progetto Genoma, è derivata la tendenza, assai fuorviante, di dare notizie del tipo «scoperto il gene del cancro, della schizofrenia, dell’intelligenza, dell’immortalità» e via dicendo. A mettere in guardia l’opinione pubblica dalle illusioni che ne derivano sono stati, con accenti diversi, autori come Steven Jay Gould, Richard Lewontin, Evelyn Fox Keller e Steven Rose. Quest’ultimo è autore di Linee di vita, del 1997, ora tradotto da Garzanti, che esce in un buon momento. L’annuncio della mappatura completa del genoma umano, e la notizia che i geni umani sono molti meno del previsto, ha infatti segnato un punto decisivo a favore degli antideterministi, che tra le loro fila annoverano anche il presidente della Celera, Craig Venter. È dunque prevedibile, e auspicabile, che nei prossimi anni assisteremo a un modo diverso di fare informazione. Un modo che va appunto nella direzione propugnata da Rose. Ciò che egli contesta all’immagine deterministica sopra delineata non è certo il fatto che adotti, negandolo, dosi massicce di metafore. La scienza è sempre intrisa di metafore, che permettono di definire i problemi con maggiore pertinenza. Ma bisogna partire dalla metafora giusta. E quelle di Dawkins sembrano fatte apposta per essere fuorvianti. Più appropriata è, secondo Rose, quella delle lifelines, le linee di vita, attraverso le quali sarebbe possibile riconoscere in pieno il ruolo dei geni senza però avallare il determinismo genetico, riportando «al centro della biologia gli organismi viventi e le loro traiettorie di sviluppo attraverso il tempo e lo spazio». Queste sarebbero appunto le lifelines, che restituirebbero agli organismi viventi una dimensione spazio-temporale aperta e probabilistica, che lascia un ampio margine alla possibilità di sviluppi divergenti, come dimostra la storia dell’evoluzione, caratterizzata da una notevole stabilità ma spesso dominata da eventi casuali.
L’ultradarwinismo, dice Rose, poggia su una «metafisica influente» che coniuga una «teologia preformista» con una teoria della mano invisibile à la Adam Smith che ricorda il darwinismo sociale spenceriano, oggi contestato dalla maggior parte degli studiosi di Darwin (per esempio da Patrick Tort in L’antropologia di Darwin, manifesto libri). Solo che la lotta per la sopravvivenza avverrebbe a livello non degli individui ma dei singoli geni. Una lotta di tutti contro tutti da cui scaturirebbe «la ricca diversità e la relativa tranquillità omeodinamica di un mondo vivente che è nulla più del fenotipo esteso di tutti i geni egoisti». Secondo Rose, invece, la selezione naturale non avviene solo al livello del singolo gene, ma da una continua interazione gene-ambiente (a partire dall’ambiente cellulare).
Il cambiamento evolutivo, inoltre, non è determinato esclusivamente dalla selezione naturale. Gli organismi, naturalmente, «non sono indefinitamente flessibili al cambiamento», ma non si limitano neppure «a rispondere passivamente alle forze selettive» avendo «un ruolo attivo nel proprio destino». La libertà stessa avrebbe così un fondamento biologico. Quello di Rose è un libro ricco e stimolante sia sul piano scientifico che su quello epistemologico (vedi per esempio l’analisi del riduzionismo). Risente tuttavia ancora di una contrapposizione (tra determinismo e antideterminismo) che ha spesso assunto connotati ideologici e che probabilmente, con l’apertura della nuova fase post-genomica, è destinata a dissolversi.
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