| Steven Rose, «Linee di vita. Oltre il determinismo», Garzanti, Milano
2001, pagg. 390, L. 45.000. | Guardando un salice carico di semi Richard Dawkins scrive: «Fuori
sta piovendo Dna... stanno piovendo istruzioni là fuori; stanno
piovendo programmi; stanno piovendo algoritmi contenenti istruzioni
sulla propagazione di semi racchiusi in soffici batuffoli di cotone. Non
è una metafora, è la pura verità. La cosa non potrebbe essere più
evidente se stessero piovendo floppy disk». In realtà, ovviamente, si
tratta di una metafora. Ed è una delle più potenti e pervasive adottate
negli ultimi anni: i meccanismi dell’evoluzione sarebbero riducibili a
puri algoritmi matematici. «Il livello algoritmico — ha scritto Daniel
Dennett, un altro ultrà del darwinismo — è il livello che spiega nel
modo migliore la velocità dell’antilope, l’ala dell’aquila, la forma
dell’orchidea, la diversità delle specie, e tutte le altre occasioni di
meraviglia offerte dal mondo della natura». E, per dirla ancora con
Dawkins, «noi siamo macchine per la sopravvivenza, veicoli robotici
ciecamente programmati per conservare le molecole egoiste note
come geni».
Ecco disegnati i tratti salienti di quella forma di determinismo che ha
dominato, soprattutto nell’ultimo decennio, il nostro immaginario
biologico. Da questa immagine, alimentata anche dalla propaganda
sul Grande Progetto Genoma, è derivata la tendenza, assai
fuorviante, di dare notizie del tipo «scoperto il gene del cancro, della
schizofrenia, dell’intelligenza, dell’immortalità» e via dicendo. A
mettere in guardia l’opinione pubblica dalle illusioni che ne derivano
sono stati, con accenti diversi, autori come Steven Jay Gould,
Richard Lewontin, Evelyn Fox Keller e Steven Rose. Quest’ultimo è
autore di Linee di vita, del 1997, ora tradotto da Garzanti, che esce in
un buon momento. L’annuncio della mappatura completa del genoma
umano, e la notizia che i geni umani sono molti meno del previsto, ha
infatti segnato un punto decisivo a favore degli antideterministi, che
tra le loro fila annoverano anche il presidente della Celera, Craig
Venter. È dunque prevedibile, e auspicabile, che nei prossimi anni
assisteremo a un modo diverso di fare informazione. Un modo che va
appunto nella direzione propugnata da Rose.
Ciò che egli contesta all’immagine deterministica sopra delineata non
è certo il fatto che adotti, negandolo, dosi massicce di metafore. La
scienza è sempre intrisa di metafore, che permettono di definire i
problemi con maggiore pertinenza. Ma bisogna partire dalla metafora
giusta. E quelle di Dawkins sembrano fatte apposta per essere
fuorvianti. Più appropriata è, secondo Rose, quella delle lifelines, le
linee di vita, attraverso le quali sarebbe possibile riconoscere in pieno
il ruolo dei geni senza però avallare il determinismo genetico,
riportando «al centro della biologia gli organismi viventi e le loro
traiettorie di sviluppo attraverso il tempo e lo spazio».
Queste sarebbero appunto le lifelines, che restituirebbero agli
organismi viventi una dimensione spazio-temporale aperta e
probabilistica, che lascia un ampio margine alla possibilità di sviluppi
divergenti, come dimostra la storia dell’evoluzione, caratterizzata da
una notevole stabilità ma spesso dominata da eventi casuali.
L’ultradarwinismo, dice Rose, poggia su una «metafisica influente»
che coniuga una «teologia preformista» con una teoria della mano
invisibile à la Adam Smith che ricorda il darwinismo sociale
spenceriano, oggi contestato dalla maggior parte degli studiosi di
Darwin (per esempio da Patrick Tort in L’antropologia di Darwin,
manifesto libri). Solo che la lotta per la sopravvivenza avverrebbe a
livello non degli individui ma dei singoli geni. Una lotta di tutti contro
tutti da cui scaturirebbe «la ricca diversità e la relativa tranquillità
omeodinamica di un mondo vivente che è nulla più del fenotipo
esteso di tutti i geni egoisti». Secondo Rose, invece, la selezione
naturale non avviene solo al livello del singolo gene, ma da una
continua interazione gene-ambiente (a partire dall’ambiente cellulare).
Il cambiamento evolutivo, inoltre, non è determinato esclusivamente
dalla selezione naturale. Gli organismi, naturalmente, «non sono
indefinitamente flessibili al cambiamento», ma non si limitano
neppure «a rispondere passivamente alle forze selettive» avendo «un
ruolo attivo nel proprio destino». La libertà stessa avrebbe così un
fondamento biologico.
Quello di Rose è un libro ricco e stimolante sia sul piano scientifico
che su quello epistemologico (vedi per esempio l’analisi del
riduzionismo). Risente tuttavia ancora di una contrapposizione (tra
determinismo e antideterminismo) che ha spesso assunto connotati
ideologici e che probabilmente, con l’apertura della nuova fase
post-genomica, è destinata a dissolversi. |