| Colletti L'uomo che rinunciò al suo inconscio | Suona il telefono, è la voce di Lucio Colletti dall'altra parte.
Inconfondibile come l'assolo perentorio di una tromba rauca
e contratta in una notte di fumo e di jazz. "Hai ricevuto il
misfatto?". "Sì, ho ricevuto". Il misfatto è il libro che mi è
appena arrivato. Odora, come si diceva una volta, di fresco:
350 pagine sul Perché il marxismo ha fallito, questo è il
titolo. Sottotitolo: "Lucio Colletti e la storia di una grande
illusione" (Mondadori, lire 38.000). L'autore è un tal
Orlando Tambosi, un nome che per sonorità evoca i
personaggi dei campi di calcio descritti con impareggiabile
maestria da Osvaldo Soriano. Tambosi è un professore
brasiliano, a suo tempo folgorato dalle vicende del
marxismo italiano e in particolare da uno dei suoi
protagonisti, dei suoi attori (uso l'espressione volutamente),
che ha calcato la scena italiana, sferzando parecchi luoghi
comuni e guadagnandosi un indiscusso rilievo internazionale.
Destino che è stato per lo più negato agli altri artefici. Ma
non a lui né ai suoi libri che hanno circolato in Europa e
perfino negli Stati Uniti. Naturalmente ne è consapevole. E
su questo gioca, come quelle vecchie glorie del calcio cui -
fra un palleggio e l'altro - il tempo non ha tolto l'ironia e il
gusto di prendersi talvolta in giro. Al telefono Colletti è,
come dire?, non affabile, ma intimo. Ti parla come se non
avesse pensieri da nascondere, ti dice tutto quello che gli
passa per la testa con la stessa naturalezza con cui,
immagino, si faccia la barba la mattina davanti allo specchio.
E' un uomo, si direbbe, sprovvisto di inconscio. E' un po'
che non ci sentiamo. Nei mesi passati ha subito un piccolo
intervento chirurgico, è intervenuto varie volte sui giornali
per la sua attività di parlamentare di Forza Italia, ha avuto la
disavventura di tingersi involontariamente i capelli di biondo
e da ultimo, molto più recente, la sgradevole vicenda di
vedersi rifiutata la prefazione al nuovo libro di Berlusconi
che lui definisce "berlusconiana", ma non scritta in
ginocchio. "Sai, dice, i monumenti si fanno ai morti e poi
non mi riesce, non è nel mio spirito produrmi in elegie, in
soffietti". Osservo sommessamente che in fondo è proprio
questo il problema della sua vita - gli orientali parlerebbero
di karma: mai darla vinta all'avversario (e neppure
all'amico), mai sottomettersi al più forte anche se quello può
estrometterti dal gioco. Ecco: Colletti è fatto così, se lo
bastoni sulla testa lui prova a picchiare più forte. E allora
quella prefazione, che non voleva essere l'elogio di Kim il
Sung, è finita come una lenzuolata su Il Foglio di Ferrara.
Provvidenziale? Chissà. Gli chiedo delle prossime elezioni:
"Che fai, ti candidi o no?". Pausa: "No, guarda veramente
non lo so. Anzi l'unica cosa certa è che io in questo
momento sto fermo, non mi agito". Incalzo: ma se lasci il
Parlamento che farai? "Mi compro un volpino e vado ai
giardinetti", dice provocatorio. La provocazione è innata in
Colletti: è un balsamo che lo rigenera, non risparmia niente e
nessuno, oserei aggiungere nemmeno se stesso. Volete una
prova di quello che sto affermando? Basta guardare alla sua
vita, e se proprio non vi è possibile direttamente, fatelo
attraverso il libro di Tambosi: sufficientemente onesto,
pedissequo, prevedibile. Ma con una qualità indiscussa:
narra di un personaggio che ha fatto di tutto per mascherare
la sua disperazione teorica, con quella specie di doppio
salto mortale, avvitato a destra, che dalle aule dell'università
lo ha proiettato in quelle del Parlamento. Giusto o sbagliato
che sia è lì, tra quei grigi scranni che si è consumata la
piccola tragedia di un uomo che per una certa fase della vita
fu abituato a pensare in grande. Mi riferisco a quei quindici
anni che lo videro protagonista indiscusso. Una lunga
stagione - cominciata nella metà degli anni Sessanta -
durante la quale egli è passato dall'elogio della democrazia
diretta (fatto dalle colonne della rivista La sinistra, da lui
fondata e diretta), alle acute analisi sul primo libro del
Capitale, alla constatazione tutt'altro che peregrina e in
qualche modo convergente con le tesi di Bobbio, che è
inesistente una dottrina marxista dello Stato, per la semplice
ragione che da Marx a Lenin alle ultime loro propaggini
vigeva l'idea che lo Stato andasse estinto. Non si capirebbe
molto delle critiche di Colletti al marxismo, che
culmineranno come è noto nelle celebre e definitiva
Intervista politico-filosofica del 1974, se non si tenesse a
mente il suo percorso lungo il quale privilegia la linea
epistemologica che attraverso Aristotele e Kant approderà
a Popper, anche se liberato dalle "anarchie metodologiche"
di certi suoi allievi. Si tratta di una linea interpretativa
adottata contro l'altra che, partendo da Platone, passa per
Hegel e approda alla Scuola di Francoforte. Naturalmente
stiamo semplificando: ma è, grosso modo, grazie a questo
sfondo che Colletti fa i conti con Marx, con i suoi due volti
di scienziato e profeta: epigono di Hegel da un lato, erede
dell'economia classica dall'altro. Poche persone in ambito
teorico hanno come lui guardato con sospetto all'idea che la
realtà fosse un processo soggettivo e che vero è solo ciò
che è interiore. E, d'altro canto, non è inutile ribadire qui il
ruolo che agli occhi di Colletti ha rivestito la realtà come
fenomeno esterno abbordabile attraverso gli strumenti che
l'intelletto finito mette a disposizione. L'impressione,
insomma, è di trovarci di fronte al viaggio periglioso di uno
studioso che da giovane assistente di Ugo Spirito, passando
per Galvano Della Volpe, approdò in quella terra desolata
che è l'epistemologia contemporanea, con la quale, ormai
cinquantenne, costeggiò i grandi temi della scienza. Rottura
o continuità rispetto al passato? Ecco un interrogativo che
va sfumato. Colletti è stato, almeno sul piano della teoria, un
uomo insolitamente coerente. È difficile non vedere - dentro
le svolte e le autocritiche - una rotta decisa, un cammino
sicuro. D'altro canto egli è sempre stato l'uomo
dell'insoddisfazione permanente. Militava nel Partito
comunista ma standoci con l'insofferenza dell'intellettuale
che non ha rinunciato al giudizio autonomo. All'Università
trovava insopportabili gli studenti e noiosi i professori. Al
Parlamento non so. Ma anche lì - come nelle fila di Forza
Italia - immagino che il nostro si sentirà annoiato, deluso,
forse incompreso. Un male oscuro, un'inquietudine radicale,
nonostante tutto, mina le fondamenta dell'ex professore di
Teoretica. Di che si tratta? Colletti è l'uomo meno reticente
che io conosca. Niente in lui è misterioso, oracolare,
allusivo. Si direbbe che l'aristotelico principio di non
contraddizione qui svolga alla perfezione il suo compito.
Eppure se gli chiedi: "Ma scusa, chi te l'ha fatto fare di finire
proprio lì", lui diventa vago, invoca plautinamente la
pensione, i conti da pagare, le mogli da assistere, i figli da
mantenere. Esce fuori, per intenderci, il lato di Colletti che
riguarda il suo rapporto aspro greve e basso con il reale: più
Rabelais che Kant; più Belli che Popper. E allora si capisce
anche la lunga prefazione (mancata) ai discorsi di Silvio
Berlusconi che Il Foglio ha pubblicato. Un intervento
tutt'altro che sdraiato. Più che il ritratto di un leader è il
racconto di un percorso di guerra fra le due Repubbliche.
Certo, a voler essere cavillosi, spulciando nella quindicina di
cartelle, balza agli occhi che Berlusconi è citato una trentina
di volte; che viene definito tenace, un leader "che ha
bruciato i tempi del suo apprendistato, trasformandosi da
grande imprenditore in politico esperto", e che, almeno in
un'occasione ha dimostrato "uno scatto della sua fantasia, ai
limiti del colpo di genio". Ma a parte certe piccole
debolezze oratorie, il tono elegiaco resta molto al di sotto
dell'entusiasmo con cui di solito l'entourage di Forza Italia
dipinge il suo timoniere. Che sia questo alla base del rifiuto?
Se c'è una dote che Colletti non ha mai nascosto è quella di
non fare un dramma delle vicissitudini della vita. Come un
darwinista del XX secolo ha sempre pensato che la realtà
impone selezioni durissime. E che se la stessa specie umana
è a rischio, figuriamoci il singolo. Ma da dove nasce quel
forte disincanto che sembra avvolgerlo? Dovete immaginare
un uomo che per quarant'anni non ha fatto altro che
lavorare su un crinale teorico con determinazione, tenacia,
acutezza. E che a un certo punto, pur nella vastità e nella
durezza delle analisi, come nel realismo di alcuni
protagonisti, egli scorga le fatali contraddizioni che un
disegno culturale di tale portata nascondeva. Come un
personaggio di Stevenson quell'uomo non ha fatto altro che
affondare insieme a quel progetto. Immune alle mode
culturali degli anni Ottanta e Novanta - cui ha guardato con
sarcastico disprezzo - Colletti ha finito con il chiudersi in
una paradossale situazione. Da un lato, come dire?,
l'empirista, l'eretico, ha continuato a guardare ai fatti del
mondo con lo sguardo dell'uomo moderno che rivela con
amarezza l'angoscia che si prova davanti all'insignificanza
dell'esistenza umana. Dall'altro, il fescennino, la maschera
provocatoria, salace e un po' scurrile, che non arretra
davanti al fango della storia, anche più recente. Da un lato
Monod e Weber, dall'altro Petrolini e Claudio Villa, reucci
di canzoni e di teatro. Non so se esista in giro un
personaggio che si possa accostare a Lucio Colletti, ma
forse uno c'è stato: Federico Zeri. Credo che pur nella
distanza abissale che li separa, quella certa verve corporale
della quale entrambi si compiacevano nasconda un dramma
simile: la conoscenza non è un balsamo, non consola, porta
con sé qualcosa di terribile, una tabe che rende l'uomo nudo
e indifeso. E allora tanto vale scherzare, raccontare
barzellette, o magari iscriversi a un partito che in un'altra
stagione della vita non ci saremmo mai sognati di scegliere.
Ma il tempo passa. Il pensiero se vuole può quasi sempre
trovarsi in regola con il passato. Ma il bello è che mai è in
perfetto orario con l'avvenire. Quali sorprese ci potrà
ancora riservare Colletti? |