Siamo liberal o comunitari?A confronto due tradizioni del pensiero politico occidentale: un convegno ieri
a Milano Dagli Usa all'Europa, ormai è tramontato il contrasto tra individualisti e collettivisti Campiglio: anche in economia non vale più. Villani: la presenza dei localismi pone
nuovi problemi agli Stati. Botturi: le società democratiche devono ripensarsi. Respinti: la cultura pubblica ritrovi le radici |
| Affari o affetti? Integrazione o omologazione delle altre culture? Una fiducia basata su valori
condivisi? Una sicurezza che non sia solo delega ai tecnici? Sono tante le domande suscitate
dalle contrapposizioni tra chi punta sull'individuo e chi mette l'accento sulla comunità. Quali i
punti di contatto e quali i terreni di incontro? Sono stati analizzati ieri in un convegno alla
Cattolica di Milano dal titolo «Liberali versus comunitari».
«Liberali e comunitari non sono la stessa cosa di individualisti e collettivisti - ha esordito il
sociologo Giancarlo Rovati - I neocomunitari (definizione legata al manifesto di Amitai
Etzioni del 1995 ndr ), infatti accettano l'individuo e non il collettivo come attore sociale».
Vi è per entrambi insomma una «centralità del soggetto umano individuale». Ma come si
coniugano nella società italiana di oggi. Rovati cita uno studio condotto sui Paesi europei
dove si nota a partire dal 1990 un crescere del senso di appartenenza locale a scapito di
quello individuale. «Siamo tutti localisti?», si chiede allora lo studioso. Non pare se, almeno
in Italia, l'attaccamento alla nazione è a livello prossimi al 100 per cento, mentre in
Germania esso è ampiamente superato dall'appartenenza ai Laender.
Sul tema della fiducia, emergono le tendenze, pericolose, di affidarsi agli esperti (segno di
insicurezza). E addirittura si sente il bisogno di un capo forte. Un pericolo avvertito anche
da Francesco Botturi, che ha esaminato i modelli di universalismo liberale e particolarismo
comunitario a partire dai due esponenti più significativi: John Rawls e Alisdair Mc Intyre.
Entrambi le correnti, ha detto, «sono ancora succubi di un modello vecchio», non hanno
fatto i conti con la postmodernità e pensano di «poter trovare un quid che accomuna tutti gli
uomini». Il confronto va portato, con Walzer, sul terreno del pluralismo. L'impatto con il
«realismo» di questo problema mette in crisi l'idea liberale della razionalità della scelta. Essa
- e questo è lo scenario inquietante - «potrebbe essere messa da parte a favore di una
preferenza per il rischio: meglio trovarsi dalla parte dei sottoposti e dei discriminati che
accettare una società di liberi imbelli e parificati. Le società democratiche europee hanno già
vissuto ripensamenti di questo tipo...». Una via di uscita per la costruzione di una società
politica Botturi la individua nella comunicazione come «atto di ragion pratica pubblica» che,
al di là dei problemi di fondazione teoretica, può avere il compito di «tracciare il confine di
partecipazione, distinguendo quanti ne riconoscono il vincolo da quanti se ne sottraggono».
Come ad esempio gli anarchici che "parlano" con le bombe.
E al rischio di una democrazia solo formale, ma nella sostanza svuotata ha fatto riferimento
anche monsignor Ferdinando Citterio, docente di Etica sociale, guardando i due lati della
medaglia dal punto di vista della dottrina sociale della Chiesa che non se ne occupa
direttamente, ma «in obliquo». «La democrazia sta o cade con i valori che essa promuove».
E una deriva relativistica, soprattutto nel campo della bioetica, può esserci in entrambi i
campi. In quello liberale con il predominio della razionalità, nell'altro con il rischio,
altrettanto relativista, dell'«individualismo di gruppo».
L'economista Luigi Campiglio ha provato ad analizzare come una comunità si forma,
notando come questo processo influisca sui valori che sovrintendono anche alle scelte
economiche. E la comunità ha un ruolo sempre maggiore in esse. «L'individuo che opera nel
mercato isolato come Robinson Crusoe - dice Campiglio usando la metafora del Cast
Away di Tom Cruise - è l'eccezione. In realtà viviamo in un arcipelago, dove ogni isola è
idealmente una comunità. E gli individui possono essere gli scogli». Ma l'arcipelago è unico.
In esso il problema è rappresentato dal coordinamento e dell'organizzazione ad esempio
dell'impresa. Essenziale è il tema della fiducia. Che Campiglio coniuga in empatia, intesa
come «mettersi nei panni degli altri.
«Non si può pensare - ha chiesto a Campiglio il sociologo Francesco Villa a una
riparametrazione del Pil, che tenga conto dell'attenzione delle aziende al lavoro e
all'ambiente?». Non si può pensare uno Stato garante, come comunità delle comunità, senza
dover per forza dire «meno Stato più società». Non si possono valorizzare gli aspetti
comunitari e cooperativi presenti sempre più nelle aziende. E il paradigma del dono.
Addirittura la fratellanza. E qui Villa contrasta l'idea di Marcello Veneziani che vede una
contrapposizione tra comunità e fratellanza, basata la prima sulla Tradizione cristiana, l'altra
sulla Rivoluzione francese. «Se ci diciamo fratelli è perché cerchiamo un padre», ha
concluso Villa.
Marco Respinti, ricercatore in Michigan, ha portato lo sguardo su altri padri, quelli
pellegrini che posero le basi degli States. Lo ha fatto a partire dall'interpretazione di Burke,
ripresa dai neocomunitaristi, che punta sulle radici protestanti e sulla rivoluzione francese per
spiegare le prime comunità basate su congregazionalismo e organizzate in forma di
township.
Con la costituzione alcune sovranità sono state trasferite al governo federale che pian piano
è divenuto «Cesare», arrogandosi sempre più poteri. Per questo il dibattito comunitario si è
sviluppato negli Usa dagli anni Novanta e cioè «a partire dalla constatazione della
decadenza del sistema educativo. I comunitaristi cercano di riflettere su questa realtà ma
hanno la pecca di non ripercorrere la storia americana - che spiega come le comunità e il
congregazionalismo cristiano abbiano avuto un ruolo - comportandosi così come il
liberalismo-liberal che nega l'autocoscienza cristiana degli Stati Uniti».
Ma quali le possibili ricadute a livello di cultura politica? Ha provato a delinearle il
politologo Andrea Villani, animatore dell'iniziativa, riprendendo il libello di Veneziani:
«Oggi nella società italiana chi sostiene di fatto valori liberali e comunitari? Può esserci una
contrapposizione su questa base delle forze che si battono per il governo nazionale o
locale?». La presenza di nuove culture e la riscoperta delle radici, che rischia il localismo,
porta problemi. Deve «ogni comunità, nuova o riscoperta, essere rispettata con le proprie
radici o omologata? È pensabile costruire una politica dell'istruzione e della cultura che sia
aperta alla diversità?». Liberali e comunitari, se ci siete, battete un colpo. |