RASSEGNA STAMPA

21 FEBBRAIO 2001
MAURIZIO BLONDET
Ma allo scienziato manca lo stupore di Parsifal
L'americano Stephen Jay Gould interpreta le sorprese della mappatura del genoma umano
Secondo lo studioso, è dimostrato che il solo Dna non è sufficiente a spiegare gli organismi complessi
"Parsifal imparerà mai che solo l'umiltà può trovare il Graal?". Così Stephen Jay Gould saluta la scoperta - emersa a sorpresa dalla mappatura del genoma umano - che i geni dell'uomo sono 30 mila, e non almeno 100 mila come s'era creduto. La scoperta per lui segna la sconfitta del "modo di pensare riduzionista che la scienza ha privilegiato dal secolo diciassettesimo". Stephen J. Gould, zoologo e paleontologo, è uno scienziato di celebrità mondiale. Autore di libri dai titoli fantasiosi (Bravo Brontosauro, Quando i cavalli avevano le dita), marxista ed evoluzionista, è l'autore della "teoria degli equilibri puntuali", che ha seminato sgomento tra i darwinisti. Per questi le forme di vita si evolvono progressivamente e lentamente, per accumulo di piccole modifiche casuali; Gould ha dimostrato che le forme viventi restano immutate per centinaia di migliaia di anni, e poi si modificano d'improvviso, con imponenti "salti" mutazionali. Ora, Gould si diverte di nuovo a seminare zizzania. Lo fa con un limpido articolo sul New York Times, dove riassume il significato della scoperta del genoma. Il moscerino della frutta, la Drosophila, usata in tutti i laboratori di genetica, possiede tra i 13 e i 14 mila geni, ricorda. Un piccolo verme anch'esso molto usato nei laboratori, il C.
elegans, "composto di sole 959 cellule e privo di un'anatomia complessa", dispone di 19 mila geni. L'Homo sapiens, enormemente più grosso e complicato, avrebbe dovuto avere circa 142 mila geni. Invece ne ha, come si è visto adesso, tra i 30 e i 40 mila, solo un terzo in più del vermiciattolo. E questo smentisce tutte le certezze precedenti dei genetisti. E' scossa, spiega Gould, "la vecchia concezione, detta "dogma centrale" della genetica: ogni gene dà luogo a una singola proteina, e la congerie delle proteine formano un organismo".
Ma il corpo umano ha 142.634 proteine: come possono essersi generate da 30 mila geni? Il messaggio che le genera "esiste senza dubbio", ma non sappiamo dove. Per adesso possiamo soltanto immaginare delle ipotesi, dice Gould. Ma possiamo dire fin d'ora le conseguenze "commerciali, sociali e filosofiche" di questa rivoluzione. Sul piano commerciale, nota Gould, la corsa a brevettare i geni con l'idea che "aggiustare" un singolo gene malato basti a guarire una specifica malattia, e la speranza di mettere in vendita farmaci infallibili, rischia di essere frustrata. Sul piano sociale, "veniamo liberati dalla convinzione falsa e dannosa che ogni tratto del nostro fisico e del nostro comportamento sia ascrivibile a un gene", insomma che i nostri atti e tendenze psicologiche siano determinati dal nostro Dna. Ma è la conseguenza filosofica la più sconvolgente: la sconfitta del riduzionismo scientifico, dell'attitudine "che cerca di spiegare la totalità e la complessità in base alle parti che la compongono". Ora diventa chiaro che l'uomo è più complesso del verme non perché ha più geni, ma perché i suoi pochi geni sono capaci di più interazioni e combinazioni, "che non possono essere predette con il solo studio del Dna sottostante". In altri termini: "Gli organismi dovranno essere spiegati in quanto organismi, e non come somma di geni". C'è di più. La mappatura ha rivelato che "sono le contingenze della storia a spiegare la complessità dei sistemi biologici". I nostri 30 mila geni costituiscono solo l'1 per cento del nostro genoma totale. Il resto (sarebbero) immigrati batterici e altri "pezzi" che possono replicarsi, venuti ad aggregarsi più per accidenti storici che per la necessità prevedibile delle leggi fisiche. E queste parti non-codificanti (che i genetisti chiamano "spazzatura genetica") costituiscono invece "un patrimonio per uso futuro, che può servire per ulteriori evoluzioni".
Portiamo in noi, silenti, i semi di un futuro del tutto aperto, insondabile, affidato alla libertà e alla storia. Insomma, un insospettato, enorme orizzonte si para davanti ai ricercatori: la complessità della vita va indagata in quanto tale, non come somma di parti semplici. È la morte del riduzionismo e anche del determinismo. Ma non "la morte della scienza", ricorda Gould.
inizio pagina
vedi anche
Il mondo dell'uomo