RASSEGNA STAMPA

21 FEBBRAIO 2001
LUCIO VILLARI
Gobetti La straordinaria vicenda di un liberale rivoluzionario
Da domani le celebrazioni per il centenario
Di Piero Gobetti, di appena sette anni di una giovinezza incantata da idee innovatrici e dall'ansia di capire e criticare il passato e il presente dell'Italia, di questa meteora intellettuale, si possono dire più cose che di una vita lungamente vissuta. È certo, comunque, che l'inquietudine di Gobetti è cresciuta insieme con l'angoscia dell'Italia in guerra, con la crisi di Caporetto nel 1917, con la cruenta rivolta popolare e "proletaria" di quell'anno a Torino, e anche con la speranza che la fine del conflitto fosse l'inizio di una Italia nuova, meno retorica, più aperta a istituti di libertà progressiva e di democrazia. Così, nell'anno cruciale 1918 appare, come un momento di verità della prima generazione del '900, il giornale Energie nove che Gobetti fonda a 17 anni e che entra immediatamente e con autorità culturale nel vivo del dibattito politico e sociale del dopoguerra. Nel fondarlo guarda all'esperienza delle mitiche riviste dei primi del secolo, La Voce, Lacerba, che Prezzolini e Paini avevano gettato con impeto nella polemica sulle insufficienze di una classe dirigente borghese in Italia e sui limiti del liberalismo oligarchico delle nostre classi dirigenti. Ma con Energie nove Gobetti voleva anche confrontarsi con gli intellettuali socialisti della Torino operaia, con il loro giornale appena fondato, Ordine nuovo, con le insospettabili risorse modernizzatrici della classe operaia e dell'industria meccanica taylorizzata.
L'aggettivo "nuovo" era usato da Gobetti e da Gramsci per dare un senso preciso alle loro intenzioni. Ma forse le novità cui pensavano i due erano in quel momento non proprio simili. L'Ordine nuovo era drogato dalla rivoluzione russa dell'ottobre 1917 e dalla leggenda di Lenin; Gobetti, di dieci anni più giovane di Gramsci, vedeva invece, quasi con saggezza profetica, i valori del cambiamento avvenuto nella Russia vecchia e autoritaria, ma anche i pericoli della degenerazione velleitaria e burocratica di quella rivoluzione.
L'interesse vero di Gobetti era concentrato sulla possibilità di provocare in Italia una rivoluzione di altro genere, una "rivoluzione liberale" che portasse a compimento il processo di unità nazionale del Risorgimento, dando allo Stato una base di consenso più ampia e stabilità democratica alle istituzioni grazie anche all'apporto di un proletariato consapevole e moderno. Per quanto possa sembrare strano, questo disegno culturale e politico di Gobetti apparve agli intellettuali socialisti non come era in realtà, la base sicura di una autentica politica riformatrice, quanto piuttosto il segno di supponenza di un giovane troppo sicuro di sé. E spettò a Palmiro Togliatti, in un articolo su Ordine nuovo del maggio 1919, chiamare Gobetti "un parassita della cultura". Giudizio che Gramsci confermò un mese dopo a proposito dell'ardita definizione gobettiana degli atti di una seria politica di riforma come piccoli "colpi di Stato".
Aveva ragione Gobetti, naturalmente, che interpretava così, in previsione di colpi di Stato ben più gravi della destra conservatrice italiana, la necessità di un programma riformatore audace e realmente innovatore che coinvolgesse il meglio del liberalismo e del socialismo italiani. Il suo nuovo giornale, Risorgimento liberale, apparso nel 1921, e la sua febbrile attività di scrittore, giornalista, editore, animatore culturale, fecero in breve di Gobetti una figura straordinaria e unica. Gobetti non si occupava soltanto di politica immediata ma coglieva tutti i segni del mutamento sociale culturale ovunque baluginassero: nel teatro di Pirandello, negli Ossi di seppia di Montale (che apparve nelle edizioni gobettiane), nei saggi di Einaudi, di Prezzolini, di Croce, di Salvatorelli, nella testimonianza filosofica di Gentile, al cui vitalismo stimolatore di energie rese un omaggio incondizionato, nel diffondersi dell'industria e della tecnologia. In questa disponibilità al mutamento e nel saper guardare dall'alto, con assoluta precisione, sia le melmose profondità di una Italia che si apriva al fascismo incalzante, sia le risorse potenziali di una nazione e di una borghesia che pensasse, come egli diceva, alla "dignità degli italiani prima che alla loro genialità". Una posizione coraggiosa, questa, minoritaria e orgogliosa di esserlo, in un paese che aveva solo conosciuto il servilismo, la dissimulazione, la Controriforma; una posizione che faceva scrivere a Gobetti una frase fiammeggiante: "La nostra Riforma fu Niccolò Machiavelli, un isolato". Parole allusive, quante altre mai, al dramma della cultura italiana.
A questo punto forse Gramsci comprese di avere sbagliato giudizio su Gobetti e cercò di coinvolgerlo, come critico teatrale, nell'Ordine nuovo. Era una indiretta autocritica, che probabilmente danneggiò Gobetti facendolo identificare presso la destra con i "bolscevichi" italiani, da abbattere senza pietà. Ma Gobetti non aveva paura di nulla e collaborò con quel settimanale che, in ogni caso, rappresentava la punta di diamante della "città futura". Per questo, all'avvento del fascismo e soprattutto negli anni drammatici della crisi Matteotti (1924) e del consolidarsi della dittatura (1925) Gobetti sperò che l'antifascismo italiano si attestasse su basi più forti che non l'aventinismo di Giovanni Amendola. Il quale lo ricambiò giudicandolo, erroneamente, il vero "oppositore delle opposizioni". E Mussolini vigilava, ordinando al prefetto di Torino di "rendere la vita impossibile all'insulso Gobetti". Era il segnale che i teppisti attendevano per colpire, nel 1925, con bene assestati colpi di manganello al torace e al volto il giovane ed esile Gobetti. A quei colpi sopravvisse soltanto pochi mesi in una Parigi inutilmente ospitale. Gramsci, capì subito la vera grandezza di Gobetti e il senso della sua perdita dedicandogli pagine bellissime in una relazione ai comunisti a Lione e nelle Note sulla quistione meridionale: era il 1926 e Gobetti riposava ormai al Père Lachaise.
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