Gobetti La straordinaria vicenda
di un liberale rivoluzionario | Da domani le celebrazioni per il centenario |
| Di Piero Gobetti, di appena sette anni di una giovinezza
incantata da idee innovatrici e dall'ansia di capire e criticare
il passato e il presente dell'Italia, di questa meteora
intellettuale, si possono dire più cose che di una vita
lungamente vissuta. È certo, comunque, che l'inquietudine di
Gobetti è cresciuta insieme con l'angoscia dell'Italia in
guerra, con la crisi di Caporetto nel 1917, con la cruenta
rivolta popolare e "proletaria" di quell'anno a Torino, e
anche con la speranza che la fine del conflitto fosse l'inizio di
una Italia nuova, meno retorica, più aperta a istituti di libertà
progressiva e di democrazia. Così, nell'anno cruciale 1918
appare, come un momento di verità della prima generazione
del '900, il giornale Energie nove che Gobetti fonda a 17
anni e che entra immediatamente e con autorità culturale nel
vivo del dibattito politico e sociale del dopoguerra. Nel
fondarlo guarda all'esperienza delle mitiche riviste dei primi
del secolo, La Voce, Lacerba, che Prezzolini e Paini
avevano gettato con impeto nella polemica sulle insufficienze
di una classe dirigente borghese in Italia e sui limiti del
liberalismo oligarchico delle nostre classi dirigenti. Ma con
Energie nove Gobetti voleva anche confrontarsi con gli
intellettuali socialisti della Torino operaia, con il loro giornale
appena fondato, Ordine nuovo, con le insospettabili risorse
modernizzatrici della classe operaia e dell'industria
meccanica taylorizzata.
L'aggettivo "nuovo" era usato da Gobetti e da Gramsci per
dare un senso preciso alle loro intenzioni. Ma forse le novità
cui pensavano i due erano in quel momento non proprio
simili. L'Ordine nuovo era drogato dalla rivoluzione russa
dell'ottobre 1917 e dalla leggenda di Lenin; Gobetti, di dieci
anni più giovane di Gramsci, vedeva invece, quasi con
saggezza profetica, i valori del cambiamento avvenuto nella
Russia vecchia e autoritaria, ma anche i pericoli della
degenerazione velleitaria e burocratica di quella rivoluzione.
L'interesse vero di Gobetti era concentrato sulla possibilità
di provocare in Italia una rivoluzione di altro genere, una
"rivoluzione liberale" che portasse a compimento il
processo di unità nazionale del Risorgimento, dando allo
Stato una base di consenso più ampia e stabilità
democratica alle istituzioni grazie anche all'apporto di un
proletariato consapevole e moderno. Per quanto possa
sembrare strano, questo disegno culturale e politico di
Gobetti apparve agli intellettuali socialisti non come era in
realtà, la base sicura di una autentica politica riformatrice,
quanto piuttosto il segno di supponenza di un giovane
troppo sicuro di sé. E spettò a Palmiro Togliatti, in un
articolo su Ordine nuovo del maggio 1919, chiamare
Gobetti "un parassita della cultura". Giudizio che Gramsci
confermò un mese dopo a proposito dell'ardita definizione
gobettiana degli atti di una seria politica di riforma come
piccoli "colpi di Stato".
Aveva ragione Gobetti, naturalmente, che interpretava così,
in previsione di colpi di Stato ben più gravi della destra
conservatrice italiana, la necessità di un programma
riformatore audace e realmente innovatore che coinvolgesse
il meglio del liberalismo e del socialismo italiani. Il suo
nuovo giornale, Risorgimento liberale, apparso nel 1921, e
la sua febbrile attività di scrittore, giornalista, editore,
animatore culturale, fecero in breve di Gobetti una figura
straordinaria e unica. Gobetti non si occupava soltanto di
politica immediata ma coglieva tutti i segni del mutamento
sociale culturale ovunque baluginassero: nel teatro di
Pirandello, negli Ossi di seppia di Montale (che apparve
nelle edizioni gobettiane), nei saggi di Einaudi, di Prezzolini,
di Croce, di Salvatorelli, nella testimonianza filosofica di
Gentile, al cui vitalismo stimolatore di energie rese un
omaggio incondizionato, nel diffondersi dell'industria e della
tecnologia. In questa disponibilità al mutamento e nel saper
guardare dall'alto, con assoluta precisione, sia le melmose
profondità di una Italia che si apriva al fascismo incalzante,
sia le risorse potenziali di una nazione e di una borghesia
che pensasse, come egli diceva, alla "dignità degli italiani
prima che alla loro genialità". Una posizione coraggiosa,
questa, minoritaria e orgogliosa di esserlo, in un paese che
aveva solo conosciuto il servilismo, la dissimulazione, la
Controriforma; una posizione che faceva scrivere a Gobetti
una frase fiammeggiante: "La nostra Riforma fu Niccolò
Machiavelli, un isolato". Parole allusive, quante altre mai, al
dramma della cultura italiana.
A questo punto forse Gramsci comprese di avere sbagliato
giudizio su Gobetti e cercò di coinvolgerlo, come critico
teatrale, nell'Ordine nuovo. Era una indiretta autocritica, che
probabilmente danneggiò Gobetti facendolo identificare
presso la destra con i "bolscevichi" italiani, da abbattere
senza pietà. Ma Gobetti non aveva paura di nulla e
collaborò con quel settimanale che, in ogni caso,
rappresentava la punta di diamante della "città futura". Per
questo, all'avvento del fascismo e soprattutto negli anni
drammatici della crisi Matteotti (1924) e del consolidarsi
della dittatura (1925) Gobetti sperò che l'antifascismo
italiano si attestasse su basi più forti che non l'aventinismo di
Giovanni Amendola. Il quale lo ricambiò giudicandolo,
erroneamente, il vero "oppositore delle opposizioni". E
Mussolini vigilava, ordinando al prefetto di Torino di
"rendere la vita impossibile all'insulso Gobetti". Era il
segnale che i teppisti attendevano per colpire, nel 1925, con
bene assestati colpi di manganello al torace e al volto il
giovane ed esile Gobetti. A quei colpi sopravvisse soltanto
pochi mesi in una Parigi inutilmente ospitale. Gramsci, capì
subito la vera grandezza di Gobetti e il senso della sua
perdita dedicandogli pagine bellissime in una relazione ai
comunisti a Lione e nelle Note sulla quistione meridionale:
era il 1926 e Gobetti riposava ormai al Père Lachaise. |