RASSEGNA STAMPA

15 FEBBRAIO 2001
G. ENRICO RUSCONI
Italia? È una parola
Come riconoscerci in una "memoria comune"
Si assiste in Italia a una riabilitazione dell'idea di nazione, a una riscoperta dell'identità nazionale. Almeno a parole. Da qualche tempo è in atto una lenta mutazione del linguaggio pubblico, anche sulle labbra di politici e di pubblicisti che sino a ieri reagivano con fastidio al tema della nazione, considerato culturalmente obsoleto o politicamente equivoco. Ma il loro è un autentico ricredersi circa la rilevanza del problema? Sono convinti che non si tratta di "riesumare" parole e simboli di buona tradizione, ma di ripensare l'identità nazionale in termini adeguati alle nuove sfide?
Chiariamo subito un equivoco. Qui non parliamo dell'identità italiana come espressione della "italianità", come "forma di vita" e come modo di vivere (o civiltà) sedimentato da secoli che, nei suoi formati dotti o volgari, non ha mai cessato di essere riconosciuto in tutte le sue infinite ambivalenze e varianti. Anzi a questo proposito si è creata una retorica della italianità, cui risponde specularmente quella dell'anti-italiano.
Qui parliamo di nazione politica in senso proprio e storicamente circoscritto - espressione relativamente recente di una società civile matura. Ebbene, questa nazione politica e la sua vicenda sono state guardate dalla storiografia con grande scetticismo. Per decenni, per correggere il pompierismo nazionalista, siamo stati addestrati a vivisezionare ogni aspetto dell'Italia "nazione mancata", "nazione fallita", "nazione incompiuta", malamente compensata dalle infinite risorse dell'Italia-paese e da ultimo dalle prestazioni dell'azienda-Italia.
Come risultato si è diffusa la convinzione che l'Italia possa funzionare senza essere o senza sentirsi una nazione. Da parte loro, alcuni maestri di pensiero hanno sostenuto la tesi che la democrazia stessa per funzionare non ha bisogno di legami identitari nazionali. Si tratta in realtà di una mezza verità, puramente speculativa, che ignora la storia e la vita reale delle grandi democrazie. Non a caso essa si è trovata concettualmente disarmata davanti alla domanda di separatismo, avanzata da milioni di cittadini che vorrebbero organizzare la loro vita politica rompendo con la nazione storica, e ritagliandola su misura su una (vera o inventata) identità regionale, presuntivamente più autentica di quella nazionale storica "fallita", "mancata" ecc. Non so se il leghismo sia politicamente neutralizzato nei suoi obiettivi separatisti. Certamente ha stimolato e disseminato un separatismo culturale regionalistico, immediatamente cavalcato dall'opportunismo politico, tanto più distruttivo quanto più culturalmente avventuroso. Ma di fronte alla frenesia delle pretese dei "popoli regionali" lombardo, veneto, piemontese ecc. e dei loro rappresentanti politici la cultura ufficiale di questo paese si ritrova sprovveduta di concetti e di argomenti. Reagisce con un pragmatismo e un opportunismo politico che non porteranno lontano. Non meno seria è la problematica dell'identità nazionale dal lato dell'elaborazione storica e della creazione di una memoria comune, senza la quale non c'è autentica nazione. "Memoria comune" non vuol dire memoria irenica, artificiosamente omogeneizzata, quasi a rendere insignificanti i contrasti e le contraddizioni che hanno caratterizzato la storia della nazione. Le memorie personali rimangano per definizione inconciliabili (il ricordo del partigiano è inconciliabile con quello del milite di Salò).
Ma non è con il biografismo che si fa la storia comune. Il compito della storiografia come ricostruzione ragionata, critica, falsificabile di tutti i fattori che "hanno fatto la storia" non è quello di far quadrare le memorie, ma di offrire alla memoria collettiva, trasmessa alle generazioni che si succedono, un quadro interpretativo in cui tutte le parti si riconoscano in modo non esclusivo e non escludente. Ripeto: non si tratta di manipolare o ritoccare una vicenda storica carica di divisioni o di dimenticare il ruolo diverso dei diversi protagonisti, ma di riconoscere che alla fine la storia della nazione trova il suo esito e fattore unificante nella democrazia, nella repubblica.
Questa è la sostanza del patriottismo costituzionale che non nega e non si contrappone al patriottismo tradizionale, ma lo realizza nell'affetto e nella lealtà verso una Carta che riassume in sé tutta la storia della nazione. In questa ottica va rivisto anche il dibattito sulla formula storiografica suggestiva della "morte della patria" secondo cui, dopo il trauma del 1943-45, la repubblica non sarebbe mai riuscita a diventare una patria e la democrazia non si sarebbe mai incontrata con la nazione. Questo può essere vero per una certa ricostruzione ideologica e partigiana degli eventi della Resistenza che ha sempre guardato con sufficienza e con incomprensione alle motivazioni anche patriottiche di una parte dell'antifascismo, soprattutto negli ambienti militari. Ma oggi la storiografia più matura sta facendo giustizia di questa lettura unilaterale e ideologica del movimento resistenziale, riconoscendone la pluralità dei motivi e dei comportamenti. È anche vero che la prima repubblica (e i suoi intellettuali più rappresentativi) non ha mai ritenuto importante attivare per la democrazia i motivi di identità nazionale che pure erano latenti e vivi nella cultura popolare. È questo atteggiamento che sta cambiando oggi. Ma si tratta di un lavoro culturale da fare, non di una specie di meccanismo da far scattare. L'idea matura di nazione democratica va costruita.
inizio pagina
vedi anche
Filosofia (e) politica