RASSEGNA STAMPA

11 FEBBRAIO 2001
MASSIMO EGIDI
Così gli individui creano le loro scelte
I suoi contributi in teoria dell'organizzazione, psicologia cognitiva, intelligenza artificiale
Il punto di partenza dell'analisi di Herbert Simon è costituito dall'ipotesi della bounded rationality , nata dall'osservazione diretta del comportamento degli impiegati e dei managers all'interno delle grandi organizzazioni. Questa ipotesi oltre a riconoscere il carattere limitato della conoscenza e della informazione necessari a individui e organizzazioni per regolare razionalmente la loro condotta, pone l'accento sui vincoli di memorizzazione e di elaborazione simbolica che caratterizzano la mente umana.
I primi studi sui limiti della razionalità erano centrati sulla limitata capacità degli individui nel costruire ed esplorare le loro strategie di azione; esempi celebri sono i limiti insormontabili che i giocatori di dama, scacchi e altri giochi complessi incontrano nell'elaborare una strategia vincente. Ma con il progredire degli esperimenti sono emersi ulteriori limiti che coinvolgono la maggior parte delle attività cognitive connesse alla decisione.
Nell'agire quotidiano, per esempio, è noto sperimentalmente che ci troviamo spesso in difficoltà di fronte a banali inferenze logiche o a semplici applicazioni del calcolo della probabilità; per non dire dei trabocchetti in cui casca la nostra memoria quando cerchiamo di imparare dal passato.
Non è sorprendente dunque se nel giudicare, scegliere e decidere commettiamo degli "errori". Sorprendente, se mai, è la solidità dei risultati prodotti da trent'anni di ricerca sperimentale nell'ambito della teoria cognitiva della decisione ( behavioral decision theory ). Questi mostrano che tali errori - identificati come violazioni della razionalità - sono diffusi, fondamentali e, soprattutto, sistematici. Di conseguenza, la benevolenza che la maggior parte degli economisti continua ad accordare alle assunzioni razionalistiche della teoria economica, si spiega solo sulla base della mancanza di una convincente teoria alternativa. Gli economisti si trovano nell'imbarazzante situazione di una teoria largamente falsificata cui possono contrapporre per ora solo frammenti di nuove teorie.
Per superare questa situazione occorre innanzitutto uscire dall'equivoco che le discrepanze tra ciò che la teoria prescrive e il modo in cui effettivamente operano trades e managers siano dovute semplicemente a una insufficiente informazione a loro disposizione.
Come è noto, l'analisi delle decisioni in condizioni di rischio e di incertezza è stata dominata dalla teoria dell'utilità (soggettiva) attesa. Quest'ultima è generalmente accettata come modello normativo di scelta razionale, ed è largamente applicata come modello descrittivo del comportamento economico. La teoria che ne deriva è pertanto una combinazione di aspetti normativi e positivi. Ma argomentare che la teoria dell'utilità attesa è una buona teoria di come le persone si comportano di fatto perché è una buona teoria di come le persone dovrebbero comportarsi, è come dire che la gente paga effettivamente le tasse perché moralmente dovrebbe farlo.
Che la pretesa sia anche empiricamente infondata è quanto ritiene, fra gli altri, il Premio Nobel per l'economia del 2000: Daniel McFadden. Nel suo recente "Rationality for economists?" (vedi Il Sole-24 Ore del 14 gennaio) egli ha sostenuto che anche l'ultima evoluzione dell' homo oeconomicus : The Chicago Man (vale a dire il massimizzatore dalla preferenze stabili di Gary Becker - Nobel nel 1992, e il credente dalle aspettative razionali di Robert Lucas - Nobel nel 1995) è "una specie in via di estinzione". L'evidenza sperimentale ha ormai drasticamente ridotto il suo dominio ed egli non è più al sicuro neppure in quei territori (mercato dei beni, per esempio) di cui una volta era il padrone.
Se dunque i comportamenti individuali non si adeguano a quanto prescritto dalla teoria, dobbiamo porre attenzione ai difetti della teoria, invece che a supposti difetti della razionalità degli individui: manca ancora qualcosa nelle nostre teorie per comprendere a fondo come vengono prese le decisioni umane.
A partire dalla metà degli anni Settanta fino al loro ultimo Choices, Values and Frames (a cura di, Cambridge University Press, Novembre 2000), Tversky e Kahneman hanno indagato i principi psicologici che governano la creazione, la percezione e la valutazione delle alternative nei processi decisionali. Ne è emerso tra l'altro che le preferenze variano sensibilmente in relazione al modo in cui il problema di scelta viene presentato ( framing ). Più che stabili ( à la Becker) e rivelate ( à la Samuelson), le preferenze sono costruite dagli individui nel processo stesso di elicitazione, e non sono rari i casi in cui diverse rappresentazioni di un equivalente problema di scelta generano un rovesciamento di preferenze.
Ciò suggerisce che l'aspetto centrale del processo decisionale consiste nella capacità di costruire nuove rappresentazioni dei problemi . Questo punto viene già identificato, in nuce nell'analisi empirica che Simon svolge sulle decisioni manageriali negli anni '50. Nel 1956 Cyert, Simon e Trow descrivono un evidente dualismo dei comportamenti manageriali: da un lato il comportamento di scelta coerente tra alternative, dall'altro il comportamento di ricerca delle conoscenze necessarie a definire il contesto della scelta. L'ottica della ricerca sulla razionalità si sposta perciò nettamente dalla questione della coerenza-incoerenza della scelta alla questione della rappresentazione e dell' editing dei problemi. Come avvenga la costruzione di modelli mentali con cui rappresentiamo e risolviamo i problemi è il punto chiave su cui la teoria delle decisioni si dovrà confrontare nei prossimi anni. La teoria dei giochi, la psicologia cognitiva e l'intelligenza artificiale (si pensi agli algoritmi genetici) sono le tre discipline che si stanno confrontando con questo tema classico e irrisolto: comprendere la natura della creatività umana
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