Così gli individui creano le loro scelte| I suoi contributi in teoria dell'organizzazione, psicologia cognitiva, intelligenza artificiale |
| Il punto di partenza dell'analisi di Herbert
Simon è costituito dall'ipotesi della bounded rationality ,
nata dall'osservazione diretta del comportamento degli
impiegati e dei managers all'interno delle
grandi organizzazioni. Questa ipotesi oltre a riconoscere il
carattere limitato della conoscenza e della informazione
necessari a individui e organizzazioni per regolare
razionalmente la loro condotta, pone l'accento sui vincoli di
memorizzazione e di elaborazione simbolica che caratterizzano
la mente umana.
I primi studi sui limiti della
razionalità erano centrati sulla limitata capacità degli
individui nel costruire ed esplorare le loro strategie di
azione; esempi celebri sono i limiti insormontabili che i
giocatori di dama, scacchi e altri giochi complessi incontrano
nell'elaborare una strategia vincente. Ma con il progredire
degli esperimenti sono emersi ulteriori limiti che coinvolgono
la maggior parte delle attività cognitive connesse alla
decisione.
Nell'agire quotidiano, per
esempio, è noto sperimentalmente che ci troviamo spesso in
difficoltà di fronte a banali inferenze logiche o a semplici
applicazioni del calcolo della probabilità; per non dire dei
trabocchetti in cui casca la nostra memoria quando cerchiamo
di imparare dal passato.
Non è sorprendente dunque se nel
giudicare, scegliere e decidere commettiamo degli "errori".
Sorprendente, se mai, è la solidità dei risultati prodotti da
trent'anni di ricerca sperimentale nell'ambito della teoria
cognitiva della decisione ( behavioral decision theory ).
Questi mostrano che tali errori - identificati come violazioni
della razionalità - sono diffusi, fondamentali e, soprattutto,
sistematici. Di conseguenza, la benevolenza che la maggior
parte degli economisti continua ad accordare alle assunzioni
razionalistiche della teoria economica, si spiega solo sulla
base della mancanza di una convincente teoria alternativa. Gli
economisti si trovano nell'imbarazzante situazione di una
teoria largamente falsificata cui possono contrapporre per ora
solo frammenti di nuove teorie.
Per superare questa situazione
occorre innanzitutto uscire dall'equivoco che le discrepanze
tra ciò che la teoria prescrive e il modo in cui
effettivamente operano trades e managers siano dovute
semplicemente a una insufficiente informazione a loro
disposizione.
Come è noto, l'analisi delle
decisioni in condizioni di rischio e di incertezza è stata
dominata dalla teoria dell'utilità (soggettiva) attesa.
Quest'ultima è generalmente accettata come modello normativo di scelta razionale, ed
è largamente applicata come modello descrittivo
del comportamento
economico. La teoria che ne deriva è pertanto una combinazione
di aspetti normativi e positivi. Ma argomentare che la teoria
dell'utilità attesa è una buona teoria di come le persone si
comportano di fatto perché è una buona teoria di come le
persone dovrebbero comportarsi, è come dire che la gente paga
effettivamente le tasse perché moralmente dovrebbe farlo.
Che la pretesa sia anche
empiricamente infondata è quanto ritiene, fra gli altri, il
Premio Nobel per l'economia del 2000: Daniel McFadden. Nel suo
recente "Rationality for economists?" (vedi Il Sole-24 Ore del
14 gennaio) egli ha sostenuto che anche l'ultima evoluzione
dell' homo oeconomicus : The Chicago Man (vale a dire il
massimizzatore dalla preferenze stabili di Gary Becker - Nobel
nel 1992, e il credente dalle aspettative razionali di Robert
Lucas - Nobel nel 1995) è "una specie in via di estinzione".
L'evidenza sperimentale ha ormai drasticamente ridotto il suo
dominio ed egli non è più al sicuro neppure in quei territori
(mercato dei beni, per esempio) di cui una volta era il
padrone.
Se dunque i comportamenti
individuali non si adeguano a quanto prescritto dalla teoria,
dobbiamo porre attenzione ai difetti della teoria, invece che
a supposti difetti della razionalità degli individui: manca
ancora qualcosa nelle nostre teorie per comprendere a fondo
come vengono prese le decisioni umane.
A partire dalla metà degli anni
Settanta fino al loro ultimo Choices, Values and Frames (a cura di, Cambridge
University Press, Novembre 2000), Tversky e Kahneman hanno
indagato i principi psicologici che governano la creazione, la
percezione e la valutazione delle alternative nei processi
decisionali. Ne è emerso tra l'altro che le preferenze variano
sensibilmente in relazione al modo in cui il problema di
scelta viene presentato ( framing ). Più che stabili ( à la
Becker) e
rivelate ( à la Samuelson), le
preferenze sono costruite dagli individui nel
processo stesso di elicitazione, e non sono rari i casi in cui
diverse rappresentazioni di un equivalente problema di scelta
generano un rovesciamento di preferenze.
Ciò suggerisce che l'aspetto
centrale del processo decisionale consiste nella capacità di
costruire nuove
rappresentazioni dei problemi . Questo punto viene già
identificato, in nuce nell'analisi empirica che Simon svolge sulle decisioni manageriali negli
anni '50. Nel 1956 Cyert, Simon e Trow descrivono un evidente
dualismo dei comportamenti manageriali: da un lato il
comportamento di scelta coerente tra alternative, dall'altro
il comportamento di ricerca delle conoscenze necessarie a
definire il contesto della scelta. L'ottica della ricerca
sulla razionalità si sposta perciò nettamente dalla questione
della coerenza-incoerenza della scelta alla questione della
rappresentazione e dell' editing dei problemi. Come
avvenga la costruzione di modelli mentali con cui
rappresentiamo e risolviamo i problemi è il punto chiave su
cui la teoria delle decisioni si dovrà confrontare nei
prossimi anni. La teoria dei giochi, la psicologia cognitiva e
l'intelligenza artificiale (si pensi agli algoritmi genetici)
sono le tre discipline che si stanno confrontando con questo
tema classico e irrisolto: comprendere la natura della
creatività umana |