| Dostoevskij diceva che la bellezza salverà il mondo. Intanto, però, il suo romanzo più
famoso, I fratelli Karamazov, può salvare la politica dalla tentazione di fare a meno
dell'etica. Parola di padre Tomas Spidlik, che dell'autore russo è un attento studioso e che
qualche anno fa, proprio da Dostoevskij trasse qualche spunto anche per predicare gli
esercizi spirituali al Papa. Ieri l'anziano gesuita, che ha insegnato per tanti anni al Pontificio
Istituto Orientale, ne ha proposto una originale interpretazione al convegno su "Etica e
politica", organizzato dalla Fondazione Nova Respublica, presenti anche l'accademico dei
Lincei, Vittorio Mathieu e il filosofo Salvatore Veca, moderati dall'onorevole Giuliano
Urbani (che della Fondazione è il presidente).
Qual è, si è chiesto infatti il religioso, il problema etico per eccellenza che tutti i politici di
tutte le latitudini devono affrontare? "Come conciliare - è stata la sua risposta - il doppio
desiderio insaziabile di ogni uomo: la piena libertà e il perfetto ordine sociale". Ne I
fratelli Karamazov, secondo padre Spidlik, vengono personificate diverse risposte. "Il
"Grande Inquisitore" si fa difensore della libertà limitata e garantisce l'ordine per il bene
dell'umanità coi mezzi di forza". Ivan, il secondo dei fratelli, propende per la soluzione
illuminista: "Non bisogna usare la forza, ma convincere la gente con l'istruzione ad usare
ragionevolmente la propria libertà". In realtà finirà per impazzire egli stesso. Dimitrij, il
primogenito, libertino borghese, sarà arrestato e condannato al carcere. E il padre, che
vuole vivere nella totale assenza di regole morali (soprattutto riguardo alla sessualità) sarà
ucciso dal figlio illegittimo. Insomma è la rovina per tutti, sintetizza il gesuita, tranne che per
Aljosa, il fratello più giovane, il quale cerca di "identificare la propria vita a Cristo: da quel
momento ha la libertà di fare tutto ciò che vuole e non distrugge niente dell'ordine del
mondo".
Fuor di metafora, la figura di Aljosa potrebbe fungere da modello per i cristiani impegnati
in politica. E anche se su questa strada gli altri due relatori non hanno seguito
esplicitamente padre Spidlik, c'è da registrare una significativa convergenza almeno su un
punto. Come ha riassunto Giuliano Urbani, "oggi nessuno può illudersi di non fare i conti
con il necessario binomio etica e politica. Anzi, parafrasando Platone e Agostino, si
potrebbe dire che la morale non è un optional neanche in una società di indifferenti".
Secondo l'esponente di Forza Italia, infatti, "nell'agenda dei governanti e, soprattutto, dei
governati ci sono problemi e priorità che non possono essere affrontati senza una qualche
base etica. E chiari esempi sono l'ambiente, la vita, l'immigrazione, la formazione. Oggi,
dunque, siano alla ricerca di una bussola per riflettere, per capire e per agire".
A tal proposito, ha fatto notare Salvatore Veca, è un bene che in Italia torni a porsi la
questione del rapporto tra etica e politica. "Negli anni passati - ha ricordato infatti il
filosofo che insegna all'Università di Pavia - solo la Dottrina sociale della Chiesa aveva
preso sul serio questo rapporto. E prenderlo sul serio significa stabilire la priorità della
società sulla politica, sottolineando al contempo che la politica non è un fine, ma un insieme
di mezzi".
Stabilito questo, il problema, però, in una società pluralista come la nostra è cercare un
minimo comune denominatore di valori condivisi, cioè "la bussola", per usare l'immagine di
Urbani, o "i criteri di azione", come ha detto Vittorio Mathieu, indicando ad esempio
quello della "intenzione retta, che vale tanto per il politico che per il cittadino". Per Veca,
invece, questi minima moralia sono almeno due: "L'idea di persona e una corretta idea di
cooperazione tra le persone". Che se non è la ricetta di Dostoevskij, poco ci manca. |