RASSEGNA STAMPA

9 FEBBRAIO 2001
MIMMO MUOLO
Politici ed economisti a lezione da Dostoevskij
Un confronto con Salvatore Veca, Giuliano Urbani, Vittorio Mathieu e Tomas Spidlik
Dostoevskij diceva che la bellezza salverà il mondo. Intanto, però, il suo romanzo più famoso, I fratelli Karamazov, può salvare la politica dalla tentazione di fare a meno dell'etica. Parola di padre Tomas Spidlik, che dell'autore russo è un attento studioso e che qualche anno fa, proprio da Dostoevskij trasse qualche spunto anche per predicare gli esercizi spirituali al Papa. Ieri l'anziano gesuita, che ha insegnato per tanti anni al Pontificio Istituto Orientale, ne ha proposto una originale interpretazione al convegno su "Etica e politica", organizzato dalla Fondazione Nova Respublica, presenti anche l'accademico dei Lincei, Vittorio Mathieu e il filosofo Salvatore Veca, moderati dall'onorevole Giuliano Urbani (che della Fondazione è il presidente). Qual è, si è chiesto infatti il religioso, il problema etico per eccellenza che tutti i politici di tutte le latitudini devono affrontare? "Come conciliare - è stata la sua risposta - il doppio desiderio insaziabile di ogni uomo: la piena libertà e il perfetto ordine sociale". Ne I fratelli Karamazov, secondo padre Spidlik, vengono personificate diverse risposte. "Il "Grande Inquisitore" si fa difensore della libertà limitata e garantisce l'ordine per il bene dell'umanità coi mezzi di forza". Ivan, il secondo dei fratelli, propende per la soluzione illuminista: "Non bisogna usare la forza, ma convincere la gente con l'istruzione ad usare ragionevolmente la propria libertà". In realtà finirà per impazzire egli stesso. Dimitrij, il primogenito, libertino borghese, sarà arrestato e condannato al carcere. E il padre, che vuole vivere nella totale assenza di regole morali (soprattutto riguardo alla sessualità) sarà ucciso dal figlio illegittimo. Insomma è la rovina per tutti, sintetizza il gesuita, tranne che per Aljosa, il fratello più giovane, il quale cerca di "identificare la propria vita a Cristo: da quel momento ha la libertà di fare tutto ciò che vuole e non distrugge niente dell'ordine del mondo". Fuor di metafora, la figura di Aljosa potrebbe fungere da modello per i cristiani impegnati in politica. E anche se su questa strada gli altri due relatori non hanno seguito esplicitamente padre Spidlik, c'è da registrare una significativa convergenza almeno su un punto. Come ha riassunto Giuliano Urbani, "oggi nessuno può illudersi di non fare i conti con il necessario binomio etica e politica. Anzi, parafrasando Platone e Agostino, si potrebbe dire che la morale non è un optional neanche in una società di indifferenti". Secondo l'esponente di Forza Italia, infatti, "nell'agenda dei governanti e, soprattutto, dei governati ci sono problemi e priorità che non possono essere affrontati senza una qualche base etica. E chiari esempi sono l'ambiente, la vita, l'immigrazione, la formazione. Oggi, dunque, siano alla ricerca di una bussola per riflettere, per capire e per agire". A tal proposito, ha fatto notare Salvatore Veca, è un bene che in Italia torni a porsi la questione del rapporto tra etica e politica. "Negli anni passati - ha ricordato infatti il filosofo che insegna all'Università di Pavia - solo la Dottrina sociale della Chiesa aveva preso sul serio questo rapporto. E prenderlo sul serio significa stabilire la priorità della società sulla politica, sottolineando al contempo che la politica non è un fine, ma un insieme di mezzi". Stabilito questo, il problema, però, in una società pluralista come la nostra è cercare un minimo comune denominatore di valori condivisi, cioè "la bussola", per usare l'immagine di Urbani, o "i criteri di azione", come ha detto Vittorio Mathieu, indicando ad esempio quello della "intenzione retta, che vale tanto per il politico che per il cittadino". Per Veca, invece, questi minima moralia sono almeno due: "L'idea di persona e una corretta idea di cooperazione tra le persone". Che se non è la ricetta di Dostoevskij, poco ci manca.
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vedi anche
Filosofia (e) politica