RASSEGNA STAMPA

6 FEBBRAIO 2001
ARRIGO COLOMBO
Quale utopia ci potrà salvare?
L'uscita di un Dizionario delle utopie letterarie ci porta ad alcune riflessioni sull'utopia, un fenomeno grandioso, decisivo per la comprensione della storia umana, ma oggi largamente misconosciuto (esce in inglese, Dictionary of Literary Utopias, presso l'editore parigino Champion, per iniziativa del Centro di ricerca sull'utopia dell'Università di Bologna, a cura di Vita Fortunati che del Centro è stata la fondatrice, e di Raymond Trousson, lo studioso belga dell'utopia letteraria: vi collaborano un centinaio di studiosi, italiani per più della metà, per il resto europei e americani; ma anche il forte apporto di un australiano, Robyn Walton; per 479 lemmi, 39 lemmi tematici, 733 pagine, 870 franchi).
Un dizionario delle opere, non degli autori, i 479 lemmi sono altrettante opere; dell'utopia letteraria in senso stretto, narrativo, del viaggio, del sogno, della città descritta; perciò anche della produzione moderna, a cominciare da Thomas More, quando si pensa che l'utopia narrativa abbia avuto inizio; omettendo l'antichità e il medioevo (ma il suo primo inizio sta nell'utopia stoica, in Evemero, soprattutto in Giambulo, col suo viaggio alle Isole del sole; da cui probabilmente l'ha derivata Moro).
Esce in una fase in cui l'utopia sembra universalmente screditata. A parte il senso corrente, del "bello ma impossibile". Ma in termini equivalenti per gli studiosi: lo stato ideale e perfetto, quindi irreale; il prodotto della fantasia e del sogno, l'"esercizio mentale sui possibili laterali", l'esercizio dell'"immaginario sociale" (questi due ultimi concetti in Ruyer e in Baczko). Il Dizionario condivide largamente questa impostazione che è banale e falsa, perché l'utopia nasce come progetto politico per la città: Platone la pensa come il rimedio dei mali per la sua Atene, e compie tre perigliosi viaggi in Sicilia nel tentativo di trovare, in Dione e Siracusa, il principe saggio che la realizzerà. E Thomas More, pur riconoscendone la difficoltà ("desidero, più che spero"), la pensa per l'Inghilterra del suo tempo, dei cui mali fa un'analisi acuta e spietata; come "la sola e unica via per la salvezza dello Stato". Nel tempo poi i progetti si moltiplicano, diventano spesso fantastici e ludici; ma devono essere visti nel loro insieme, come un grandioso sforzo di progettazione dell'umanità, che sente l'ingiustizia della società in cui vive.
Il Dizionario condivide anche l'altra diffusa idea popperiana dell'utopia come "società chiusa": una società razionale, costruita e definita in tutti i suoi particolari dalla ragione, perciò conclusa, coercitiva, totalitaria; concepita come perfetta opera di ragione, quindi immobile e astorica; quindi finale, che chiude la storia. Popper opera avendo davanti a sé non solo Platone e i modelli razionali, ma anche e soprattutto il modello sovietico; e come lui altri avversari dell'utopia, Berdjaev, Kolakowski, Jonas.
Ma il modello sovietico non è propriamente un'utopia bensì il suo opposto, una distopia, una società perversa. Perciò, anche, non ha senso l'idea che si diffonde quando il modello sovietico crolla, si diffonde e si ripete a iosa, che "l'utopia è morta", no: non era morta l'utopia, ma quella che avrebbe voluto essere un'utopia e invece era finita nella sua negazione: nel dispotismo, nell'oppressione più spietata, nell'universo concentrazionario.
Ed è vero che i modelli utopici razionali, particolareggiati, ascetici, risultano coercitivi; non però in senso proprio, perché sostenuti dal consenso dei cittadini e da una società di giustizia, di eguaglianza, di solidarietà, di alti valori etici; e però soffrono anche dell'autoritarismo di tutta una storia umana. Infatti i progetti che si sviluppano dopo la Rivoluzione francese lo sono molto meno: si pensi a Fourier, a William Morris, a tutta la tradizione "anarchica", alle utopie letterarie del '900 (non le grandi distopie, sempre citate: Zamjatin, Huxley, Orwell).
Il Dizionario dimentica poi che c'è un altro e più decisivo e fondamentale filone dell'utopia, quello "storico" e "concreto", fatto non di opere letterarie ma di movimenti di popolo. Fatto di storia, il "processo" stesso della storia, il suo decisivo senso. Il filone aperto da Mannheim, sviluppato da Ernst Bloch in quell'opera geniale e pletorica ch'è Il principio speranza; sviluppato in seguito in termini squisitamente storici. L'intuizione che l'utopia, pur essendo nata e cresciuta come fatto letterario e filosofico, era sottesa da una più profonda e decisiva vicenda di storia umana: un progetto non elaborato da letterati o filosofi ma da movimenti secolari, millenari, come il profetismo ebraico, l'annunzio evangelico: la società di giustizia, la società fraterna.
Progetto, processo, movimenti che ne tentano l'attuazione, fino a che le rivoluzioni moderne non ne iniziano la fase costruttiva, la difficile e tuttavia feconda fase; nella quale noi viviamo.
Ma, forse, un dizionario di utopia letteraria non è tenuto a occuparsi dell'utopia storica. Non è suo compito. Che si adempie invece in quell'analisi delle 497 opere; si adempie con serietà e rigore, con ricchezza e precisione di dati.
Un'impresa di grande impegno; la collaborazione di un centinaio di studiosi; tra i quali emerge certo Trousson, oggi il maggiore studioso di utopia letteraria. Mancano alcuni altri maggiori studiosi: come Bronislav Baczko, Lyman T.
Sargent
, ma i motivi delle assenze possono essere molteplici.
Si è scelto di procedere per opere, non per autori; più per analisi che per sintesi; procedere nei due sensi insieme non sarebbe stato possibile. Se vi sono lacune?
Forse la Cité armonieuse di Péguy, certo un progetto di città, di grande saggezza, grande bellezza. Semmai si presenta lacunosa la parte tematica, nel senso che vi mancano o vi sono scarse le grandi strutture dell'archetipo utopico: a cominciare dalla virtù (la società virtuosa), ch'è poi la giustizia, l'eguaglianza (temuta perché porta all'abolizione della proprietà, il principio per eccellenza borghese), la fraternità; poi il fattore "comunione", dei beni, del lavoro, comunione di vita, di affetti; la prosperità (l'aspirazione di sempre di un popolo povero), e quindi la libertà dal bisogno, dal lavoro stesso, pur generalizzato.
Infine la pace (v'è invece un lemma sulla guerra), la felicità, le aspirazioni supreme.
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