| Quale utopia ci potrà salvare? | L'uscita di un Dizionario delle utopie letterarie ci porta ad
alcune riflessioni sull'utopia, un fenomeno grandioso,
decisivo per la comprensione della storia umana, ma oggi
largamente misconosciuto (esce in inglese, Dictionary of
Literary Utopias, presso l'editore parigino Champion, per
iniziativa del Centro di ricerca sull'utopia dell'Università di
Bologna, a cura di Vita Fortunati che del Centro è stata la
fondatrice, e di Raymond Trousson, lo studioso belga
dell'utopia letteraria: vi collaborano un centinaio di studiosi,
italiani per più della metà, per il resto europei e americani;
ma anche il forte apporto di un australiano, Robyn Walton;
per 479 lemmi, 39 lemmi tematici, 733 pagine, 870 franchi).
Un dizionario delle opere, non degli autori, i 479 lemmi
sono altrettante opere; dell'utopia letteraria in senso stretto,
narrativo, del viaggio, del sogno, della città descritta; perciò
anche della produzione moderna, a cominciare da Thomas
More, quando si pensa che l'utopia narrativa abbia avuto
inizio; omettendo l'antichità e il medioevo (ma il suo primo
inizio sta nell'utopia stoica, in Evemero, soprattutto in
Giambulo, col suo viaggio alle Isole del sole; da cui
probabilmente l'ha derivata Moro).
Esce in una fase in cui l'utopia sembra universalmente
screditata. A parte il senso corrente, del "bello ma
impossibile". Ma in termini equivalenti per gli studiosi: lo
stato ideale e perfetto, quindi irreale; il prodotto della
fantasia e del sogno, l'"esercizio mentale sui possibili
laterali", l'esercizio dell'"immaginario sociale" (questi due
ultimi concetti in Ruyer e in Baczko). Il Dizionario condivide
largamente questa impostazione che è banale e falsa, perché
l'utopia nasce come progetto politico per la città: Platone la
pensa come il rimedio dei mali per la sua Atene, e compie
tre perigliosi viaggi in Sicilia nel tentativo di trovare, in Dione
e Siracusa, il principe saggio che la realizzerà. E Thomas
More, pur riconoscendone la difficoltà ("desidero, più che
spero"), la pensa per l'Inghilterra del suo tempo, dei cui
mali fa un'analisi acuta e spietata; come "la sola e unica via
per la salvezza dello Stato". Nel tempo poi i progetti si
moltiplicano, diventano spesso fantastici e ludici; ma devono
essere visti nel loro insieme, come un grandioso sforzo di
progettazione dell'umanità, che sente l'ingiustizia della
società in cui vive.
Il Dizionario condivide anche l'altra diffusa idea popperiana
dell'utopia come "società chiusa": una società razionale,
costruita e definita in tutti i suoi particolari dalla ragione,
perciò conclusa, coercitiva, totalitaria; concepita come
perfetta opera di ragione, quindi immobile e astorica; quindi
finale, che chiude la storia. Popper opera avendo davanti a
sé non solo Platone e i modelli razionali, ma anche e
soprattutto il modello sovietico; e come lui altri avversari
dell'utopia, Berdjaev, Kolakowski, Jonas.
Ma il modello sovietico non è propriamente un'utopia bensì
il suo opposto, una distopia, una società perversa. Perciò,
anche, non ha senso l'idea che si diffonde quando il modello
sovietico crolla, si diffonde e si ripete a iosa, che "l'utopia è
morta", no: non era morta l'utopia, ma quella che avrebbe
voluto essere un'utopia e invece era finita nella sua
negazione: nel dispotismo, nell'oppressione più spietata,
nell'universo concentrazionario.
Ed è vero che i modelli utopici razionali, particolareggiati,
ascetici, risultano coercitivi; non però in senso proprio,
perché sostenuti dal consenso dei cittadini e da una società
di giustizia, di eguaglianza, di solidarietà, di alti valori etici; e
però soffrono anche dell'autoritarismo di tutta una storia
umana. Infatti i progetti che si sviluppano dopo la
Rivoluzione francese lo sono molto meno: si pensi a Fourier,
a William Morris, a tutta la tradizione "anarchica", alle
utopie letterarie del '900 (non le grandi distopie, sempre
citate: Zamjatin, Huxley, Orwell).
Il Dizionario dimentica poi che c'è un altro e più decisivo e
fondamentale filone dell'utopia, quello "storico" e
"concreto", fatto non di opere letterarie ma di movimenti di
popolo. Fatto di storia, il "processo" stesso della storia, il
suo decisivo senso. Il filone aperto da Mannheim,
sviluppato da Ernst Bloch in quell'opera geniale e pletorica
ch'è Il principio speranza; sviluppato in seguito in termini
squisitamente storici. L'intuizione che l'utopia, pur essendo
nata e cresciuta come fatto letterario e filosofico, era sottesa
da una più profonda e decisiva vicenda di storia umana: un
progetto non elaborato da letterati o filosofi ma da
movimenti secolari, millenari, come il profetismo ebraico,
l'annunzio evangelico: la società di giustizia, la società
fraterna.
Progetto, processo, movimenti che ne tentano l'attuazione,
fino a che le rivoluzioni moderne non ne iniziano la fase
costruttiva, la difficile e tuttavia feconda fase; nella quale noi
viviamo.
Ma, forse, un dizionario di utopia letteraria non è tenuto a
occuparsi dell'utopia storica. Non è suo compito. Che si
adempie invece in quell'analisi delle 497 opere; si adempie
con serietà e rigore, con ricchezza e precisione di dati.
Un'impresa di grande impegno; la collaborazione di un
centinaio di studiosi; tra i quali emerge certo Trousson, oggi
il maggiore studioso di utopia letteraria. Mancano alcuni altri
maggiori studiosi: come Bronislav Baczko, Lyman T.
Sargent, ma i motivi delle assenze possono essere
molteplici.
Si è scelto di procedere per opere, non per autori; più per
analisi che per sintesi; procedere nei due sensi insieme non
sarebbe stato possibile. Se vi sono lacune?
Forse la Cité armonieuse di Péguy, certo un progetto di
città, di grande saggezza, grande bellezza. Semmai si
presenta lacunosa la parte tematica, nel senso che vi
mancano o vi sono scarse le grandi strutture dell'archetipo
utopico: a cominciare dalla virtù (la società virtuosa), ch'è
poi la giustizia, l'eguaglianza (temuta perché porta
all'abolizione della proprietà, il principio per eccellenza
borghese), la fraternità; poi il fattore "comunione", dei beni,
del lavoro, comunione di vita, di affetti; la prosperità
(l'aspirazione di sempre di un popolo povero), e quindi la
libertà dal bisogno, dal lavoro stesso, pur generalizzato.
Infine la pace (v'è invece un lemma sulla guerra), la felicità,
le aspirazioni supreme. |