RASSEGNA STAMPA

4 FEBBRAIO 2001
SIMONA MORINI
Lumi anche per il popolo
Fenomeno di élite in Europa, mentalità diffusa tra gli inglesi
Roy Porter, "Enlightenment Britain and the Creation of the Modern World", Allen Lane-The Penguin hm London 2000 pagg. 728, £ 25.00 (L. 92.500)
In Inghilterra impazza la moda di William Blake. Una bellissima mostra alla Tate Britain, siti, libri, lavori di artisti e filosofi riportano all'attenzione del pubblico l'incredibile figura di questo eccentrico anti-illuminista e antirazionalista del Settecento, uno dei pochi estimatori inglesi della Rivoluzione Francese. Il suo visionario programma, che egli riteneva gli fosse dettato dagli angeli, costituisce una delle rare ribellioni romantiche e rivoluzionarie della cultura inglese. Anche in campo filosofico e politico l'Illuminismo viene riesaminato criticamente.
Questa moda è forse il segno che stiamo vivendo una fase di irrazionalismo strisciante? E' neoromanticismo, un ritorno alla grande del sentimento, come dimostrerebbe anche il recente manifesto di Blair sulle emozioni? Della fede e dei valori religiosi? Questo tipo di reazione presuppone che si identifichi l'Illuminismo - un fenomeno culturale assai complesso e variegato con la difesa della razionalità e dello spirito scientifico. Ma se vogliamo intenderci su quello che, eventualmente, cerchiamo di difendere o di lasciarci alle spalle in un momento, come questo, di profondi cambiamenti, è bene non fermarsi agli stereotipi e ai luoghi comuni.
Il lettore può utilmente leggersi, a questo scopo, le oltre 500 godibilissime pagine dell'ultimo libro di Roy Porter sull'Illuminismo inglese. Potrà così ricordare che l'Illuminismo, pur condividendo un nucleo di idee comuni - la tolleranza, la fiducia nel progresso e nella razionalità scientifica, la lotta contro l'autorità, il dispotismo e la superstizione - ha assunto fisionomie diverse nelle varie parti d'Europa. Negli Stati tedeschi e del Nord, in Spagna e in Portogallo, queste idee servivano a ispirare e a educare sovrani assolutisti, o a modernizzare le burocrazie e le amministrazioni statali. In Francia, dove gli intellettuali erano più invischiati nella vita di corte e più oppressi dallo strapotere cattolico, era più forte l'elemento di rivolta contro il feudalesimo e le autorità politiche e, religiose. Mentre è in Inghilterra - un Paese che aveva fatto la sua rivoluzione borghese cent'anni prima che in Francia e che già all'inizio del Settecento era culturalmente all'avanguardia - che, secondo Porter, vengono messe le basi, nel bene e nel male, della democrazia e della cultura moderna.
Porter ricorda una serie di dati e di fatti che l'involuzione vittoriana e imperialista della storia inglese nell'Ottocento (responsabile del degrado denunciato da Marx) probabilmente ci ha fatto dimenticare. Per esempio, mentre in Francia, alla vigilia della Rivoluzione, erano all'opera 160 censori e buona parte delle pubblicazioni avveniva nella clandestinità, in Inghilterra la censura venne abolita prima con la Rivoluzione del 1688 e poi con il Licensing Act del 1695. Questo significa che mentre la lettura in buona parte d'Europa era riservata alle élites, in Inghilterra l'editoria - favorita da una straordinaria diffusione di quotidiani e riviste - fu un successo di massa: nel 1670 si stampavano seimila titoli, nel 1710 ventunomila e nel 1790 cinquantaseimila. Tra il 1660 e il 1800 vengono pubblicati 30Omila libri e pamphlets per un totale di circa 200 milioni di copie vendute. E che dire delle tirature dei best-sellers dell'epoca? Mentre l'Encyclopédie di Diderot e D'Alembert conta 4500 lettori (in un Paese con il triplo della popolazione) l'Enciclopedia Britannica si vende come i panini imbottiti, un romanzo di Fielding brucia 50mila copie in una settimana e The true born englishman di Defoe 80mila.
A sentire poi la descrizione della vita culturale a Londra nel corso del Settecento sembra, oggi, di vivere in provincia. Il teatro, fin dai tempi di Shakespeare, prospera ed è un luogo di comunicazione e scambio culturale dove, come sa chi ha visitato il nuovo Globe, popolazione e nobiltà si divertivano insieme. Nel 1739 ci sono a Londra 551 caffè (10 volte più che a Vienna) dove si discute e si leggono i quotidiani. Per non parlare delle 700 taverne e dei 2000 club che riuniscono le più svariate ed eccentriche categorie di persone. Tutte le strade sono illuminate (cosa che non manca di stupire i visitatori stranieri). Nel 1753 apre il British Museum, il primo museo pubblico d'Europa. La scienza è di gran moda. Eleganti signore e gentiluomini fanno a gara a comprare telescopi, microscopi e raccolte di farfalle e insetti. Nel 1712 James Jurin tiene un corso di meccanica per cui in poco più di un anno, andando a lezione tre volte a settimana, si imparava a calcolare il funzionamento di qualsiasi marchingegno e chiunque poteva farsi spiegare al pub, davanti a un boccale di birra, la teoria di Newton dai suoi stessi allievi. Verso la fine del Settecento le famiglie inglesi portavano i bambini all'Eudouranion, una sala buia dove globi luminosi rotanti mostravano il movimento dei pianeti. Per non parlare dei giardini, dei parchi di divertimento, dei concerti pubblici e di altre amenità di ogni tipo, sapientemente organizzate da una fiorente industria culturale. Naturalmente c'era povertà, quella contro cui lottava Blake nella sua commovente poesia sugli spazzacamini bambini. Ma c'erano anche innumerevoli filantropi ed eccentrici che, con il loro lavoro e la loro immaginazione, organizzarono - grazie anche all'invenzione della statistica - le prime forme di previdenza, assicurazione e assistenza sociale.
Mentre quindi nella cultura del Continente l'Illuminismo era un movimento d'élite, in Inghilterra non fu solo una teoria astratta, ma una rivoluzione nei costumi, la fonte di ispirazione di una cultura libera, laica e individualista guidata, senza alcun senso di colpa, dalla ricerca del piacere. E' proprio l'esistenza di una mentalità laica diffusa che consente agli inglesi di visitare con piacere la mostra di Blake o al raffinato Sir Isaiah Berlin di criticare alcuni aspetti dogmatici, intolleranti e probabilmente "superati" dell'Illuminismo senza temere che questo significhi una caduta nell'irrazionalismo o nel romanticismo.
Forse la razionalità dimostrativa tipica delle scienze naturali non è l'unica o la migliore forma di razionalità possibile o la più adatta a studiare le vicende umane. Anche lo spirito laico può degenerare e anzi è degenerato nella stessa Inghilterra, portando a forme di imperialismo selvaggio o alla sterilità di un certo scientismo vittoriano. E' dunque bene criticare l'Illuminismo, soprattutto quando rivela il suo aspetto dogmatico. Perché no? Ma mentre queste critiche un Paese diffusamente laico può tranquillamente permettersele, in un Paese cattolico come il nostro, dove vengono tollerate e giustificate famiglie di abusivi che sfilano sotto i cartelli di Padre Pio nella Valle dei Templi, è chiaro che suscitano il timore di perdere qualcosa (la razionalità, lo spirito scientifico, il buon senso, eccetera): forse perché questo qualcosa non lo abbiamo mai veramente posseduto.
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