Come combattere lo spirito oligarchicoCompagna e Cuomo analizzano
il rapporto tra democrazia e libertà Una risposta nei confronti di chi
disprezza le scelte degli elettori |
| Esasperato dal suo sontuoso conservatorismo, nel 1853 il pensatore francese Charles de Remusat commentò le riflessioni antirivoluzionarie di Edmund Burke: "Se per essere liberi bisogna esserlo stati, se per darsi un buon governo bisogna averlo avuto, la situazione dei popoli è resa immobile dai loro antecedenti, il loro avvenire è fatale, e vi sono nazioni disperate". L'episodio non appartiene come pure potrebbe sembrare al regno delle dispute sterili tra intellettuali più o meno oziosi, ma coglie uno snodo fondamentale delle tormentate, spesso tragiche vicende politiche che l'Europa continentale ha attraversato negli ultimi due secoli.
L'Inghilterra affrontò assai presto il problema della propria modernizzazione politica, e già alla fine del Settecento ne aveva impostato la soluzione. Giunta alle soglie dell'età contemporanea, perciò, si ritrovava in istituzioni storicamente fondate e legittimate, capaci di garantire i diritti di libertà, e dotate di una componente rappresentativa che senza modifiche sconvolgenti sarebbe potuta trasformare in piena democrazia. Forte di queste premesse, Burke aveva certo buon gioco a prendersela con la rivoluzione francese e a sostenere che gli ordinamenti politici dovevano scaturire dalla tradizione nazionale, non dalle astratte elucubrazioni dei philosophes. E con altrettanta ragione Remusat poteva rispondergli: buon per te, ma noi? Noi francesi - e ancor di più, potremmo aggiungere, noi italiani - che dalla storia non abbiamo avuto in dono istituzioni libere e moderne, che cosa dobbiamo fare?
I termini del dissidio fra storia e ragione che si sviluppò nell'epoca delle rivoluzioni e delle costituzioni si sarebbero riprodotti con caratteristiche analoghe, a partire dalla seconda metà dell'Ottocento, nel confronto fra liberalismo e democrazia. Anche in questo caso, la Gran Bretagna sì trovava in netto vantaggio: la sua cultura politica diffusa e prevalente era di inequivoco segno liberale, e l'ingresso delle masse in politica fu gestito da due partiti - il liberale, appunto, ma anche il conservatore - entrambi convinti sostenitori delle garanzie che la tradizione inglese aveva posto a tutela dell'individuo. La sovranità popolare, così, riuscì a coniugarsi senza troppa fatica con i diritti di libertà. Ancora una volta, invece, nell'Europa continentale la situazione presentava caratteri ben diversi. In nessun Paese il liberalismo apparteneva al comune sentire nazionale, e la mobilitazione politica delle masse fu inoltre gestita da partiti - come i socialisti, o i cattolici - che le garanzie liberali nella migliore delle ipotesi le difendevano strumentalmente, mentre, nella peggiore, non volevano proprio sentirne parlare. In queste condizioni, gestire l'avvento della sovranità popolare salvaguardando al tempo stesso i limiti del potere e le garanzie per gli individui si presentava come un'operazione davvero complicata.
Chi fosse interessato all'imponente, ricchissimo processo di elaborazione intellettuale che è stato generato nel tentativo di far quadrare questo difficile cerchio, ne può trovare le pagine di maggior rilievo, intelligentemente introdotte e commentate, nella recente antologia che hanno curato Luigi Compagna ed Ettore Cuomo (La democrazia dei liberali, ed. Giappichelli, Torino, pagg. 256, lire 38mila). Sono due, soprattutto, le ragioni per le quali quest'antologia merita di essere segnalata. La prima è che i brani dei differenti autori - da Locke a Montesquieu, da Kant a Tocqueville, da Arendt ad Hayek, ahimè, senza nemmeno un italiano - sono stati scelti con accuratezza in maniera che si sovrapponessero il meno possibile. Si è così venuto dipanando un discorso logico e piano, coerente e progressivo, nel quale ciascuno degli autori antologizzati ha portato un contributo nuovo e diverso, sia pure mantenendosi all'interno di una tradizione intellettuale compatta e consapevole di se stessa.
Questo discorso unitario tuttavia - e questo è il secondo pregio del volume - è anche diviso in quattro parti, così da attirare l'attenzione sulle quattro diverse fasi storiche nelle quali la riflessione liberale si è confrontata con il problema della democrazia. Ed è forse l'ultima di queste parti, quella dell'antitotalitarismo liberale, la più interessante, e anche la più originale. C'è stato un momento in questo secolo nel quale, come nota Hayek, "si credette che il controllo democratico del governo rendesse superfluo qualsiasi altro baluardo contro l'uso arbitrario del potere". La dura prova dei regimi totalitari ha dimostrato, sulla pelle dell'Europa e del mondo, quanto erronea fosse questa convinzione, e ha generato nella seconda metà del Novecento un nuovo filone di pensiero liberale.
Riacquisita con la bufera totalitaria la consapevolezza che delle garanzie liberali non possiamo fare a meno, che cosa ne è oggi in Italia dei rapporti fra liberalismo e democrazia? In realtà, per molti aspetti, il contrasto è ormai risolto. L'Italia non è più, per dirla con Remusat, una "nazione disperata": con buona pace di quanti, soprattutto fra il 1994 e il 1996, e un po' ancora oggi, hanno gridato e gridano contro l'"imbecil gente" priva di senso civico e imbonita dalla televisione, questo è oggi un Paese che ha saldamente acquisito i fondamenti della libertà, e non voterebbe contro dì essi. Tuttavia, sia pure con caratteri alquanto mutati, il dissidio esiste ancora oggi. Ma ne è protagonista un liberalismo assai differente da quello classico: un liberalismo che si è trasformato in ideologia liberal e che nel nome non della libertà dell'individuo, bensì della sua liberazione, moltiplica le regole, ficca il naso ovunque, ha l'ambizione di creare un mondo di cittadini puri, razionali, privi di vincoli e politicamente corretti. Questa ideologia liberal, in realtà, non ama la democrazia: non la ama perché fa riemergere le differenze, non la ama perché limita il potere delle élite benevole e illuminate.
La soluzione a questo contrasto, per quanto nuovo esso possa apparire, la troviamo ancora nelle pagine dell'antologia di Compagna e Cuomo. Uomini di ragione, non razionalisti, i filosofi liberali consideravano indispensabile che fossero garantiti i diritti degli individui, ma non volevano certo che quelle garanzie soffocassero la varietà, la diversità, le storie irripetibili che ciascuno dì questi individui porta con sé. E si erano poi convinti che il potere più pericoloso non fosse quello malevolo o incapace, ma quello irresponsabile, magari coperto dal manto dell'oggettività tecnica delle proprie scelte. Non è illogico allora immaginare che, se fosse ancora vivo, Tocqueville - il primo a denunciare il pericolo di un potere "assoluto, minuzioso, sistematico, previdente e mite", tale da stendere "le braccia su tutta quanta la società" e da ricoprirne "la superficie di una rete di piccole regole complicate, minuziose e uniformi" - chiederebbe oggi per gli individui una protezione meno soffocante, e per chi comanda qualche vincolo democratico in più. |