| I credenti e la scommessa del pensiero | La fede cristiana s'accorda con una sola filosofia? O va oltre il pensiero umano e non si
lega dunque a nessuna singola formulazione speculativa? E si può dunque parlare o no di
"filosofia cristiana"? È questo uno dei temi del dialogo fra Giovanni Reale e Dario Antiseri
che esce ora in libreria per i tipi di Cortina col titolo Quale ragione? (pagine 314, lire
38.000). Entrambi credenti, autori insieme del manuale per le superiori più adottato nelle
scuole italiane, i due filosofi si cimentano senza timori sui temi più forti del confronto tra
fede e ragione. Antiseri, cui va il merito di aver importato in Italia il pensiero di Karl
Popper e della "società aperta" in tempi in cui il dogmatismo ideologico condizionava
fortemente lo sviluppo delle idee, dichiara subito la sua posizione antimetafisica: "La fede -
si chiede - ha davvero bisogno di trascinarsi sulle stampelle delle diverse metafisiche?". E
racconta un episodio dei suoi anni giovanili. Era il 1962 e il suo maestro Pietro Prini gli
affidò una tesina su Gilbert Ryle: il problema era come conciliare fede cristiana e filosofia
analitica. In quei giorni ebbe a incontrare a Roma Sofia Vanni Rovighi la quale, interrogata
in proposito, rispose: "Io, come cristiana, mi sono trovata bene nella tradizione scolastica
e tomista; altri si sono trovati bene in altre tradizioni. Proseguite pure, con onestà, a
studiare gli autori che trovate e troverete di vostro interesse". Su questa linea per Antiseri
il credente non si deve legare a nessuna filosofia precisa, ma entrare in dialogo con tutte,
compreso il pensiero debole. È un'illusione. dice Antiseri, pensare di imbrigliare la verità
cristiana nelle secche di un sistema filosofico.
Diverso l'atteggiamento di Reale, studioso del pensiero antico: per lui se è vero che Dio
non ha bisogno per rivelarsi della scala dei nostri sillogismi, tuttavia, quando si vuole
esprimere i contenuti della fede in modo razionale, non si può fare a meno dei concetti
desunti dalla metafisica. Anche Reale racconta un aneddoto, più recente. Si tratta di un
colloquio col cardinale Martini durante una visita pastorale compiuta dall'arcivescovo a
Luino. Dopo la messa, Reale chiede confidenzialmente a Martini se è ancora opportuno
presentare l'eucarestia nella forma classica, ossia parlando di transustanziazione, o se non
è meglio oggi stare al testo evangelico mantenendo il senso di mistero che esse implicano.
Dopo un attimo di silenzio, Martini gli risponde: "Lei intende dire che la chiamata in causa
del concetto di transustanziazione con le connesse categorie aristoteliche di sostanza e di
accidente risulta dipendente da una determinata cultura, mentre la parola di Dio è al di
sopra. Lei mi chiede cosa ne penso e io le rispondo. Vuole che io mi scosti dalle parole
del Vangelo e che insegni al mio Signore come si dovrebbe parlare? Io dico quelle stesse
parole che ha detto Lui e con Lui ripeto: "Questo è il mio corpo dato per voi, fate questo
in memoria di me"".
Reale accoglie dunque, sulla scia peraltro della Fides et ratio, il concetto che la Chiesa
non propone una propria filosofia ufficiale né canonizza una qualsiasi filosofia particolare a
scapito di altre, ma al contempo sostiene che "la metafisica si pone come mediazione
privilegiata nella ricerca teologica".
Proprio nell'enciclica il Papa cita come pensatori cristiani moderni filosofi assai diversi fra
loro (da Newman a Maritain, da Solov'ev a Florenskij), a dimostrazione che la fede non si
esaurisce certo all'interno di un solo pensiero. Ma giunta a termine la parabola delle
metafisiche dell'immanenza (da Hegel a Marx), Wojtyla indica nel nichilismo, ovvero nella
rinuncia alla ricerca della verità - una verità che il filosofo non arriva mai a possedere
completamente - , uno dei pericoli del postmoderno. Invitando poi i filosofi contemporanei
a volare alto, a vincere la tentazione della disperazione da parte della ragione. Una sfida
che interpella tutti, credenti e non credenti. |