| Neuroteologia: il cervello è costruito per
la fede? | L'hanno chiamata "neuroteologia". L'università della Pennsylvania l'ha scoperta, la
rivista "Newsweek" (e "Repubblica" di ieri in Italia) la rilanciano al mondo.
In pratica, il ricercatore americano Andrew Newberg ha condotto alcuni esperimenti
scientifici su monaci tibetani e suore di clausura, al termine dei quali gli è sembrato di
concludere che "il cervello umano è stato geneticamente configurato per
incoraggiare la fede religiosa". Iniettando un liquido di contrasto nelle vene di un
monaco buddhista nel momento in cui questi raggiunge il culmine della meditazione e
osservandone il cervello con un'apposita macchina, Newberg ha notato una sorta di
"black out" dell'irrorazione sanguigna nella zona posteriore dell'encefalo: quella che
governa la percezione dell'io e del mondo. In altre parole, la preghiera indurrebbe
neurologicamente l'idea dell'unità del singolo col creato, con una "sensazione del
tutto reale". Il ricercatore - che insieme al collega Eugene d'Aquili pubblicherà in
aprile i risultati dei suoi studi nel libro "Perché Dio non se ne andrà" - ritiene perciò
che "l'assorbimento dell'io all'interno di qualcosa di più vasto non deriva da una
costruzione emotiva o da un pensiero pio, bensì da un evento neurologico". Gli stessi
riti delle varie religioni sarebbero tecniche in grado di far scattare tali meccanismi
cerebrali, dai quali persino gli atei non possono esimersi, in quanto geneticamente
predisposti alla fede. "Finché il nostro cervello avrà questa struttura - sintetizzano gli
scienziati americani -, Dio non andrà via". L'esperto di bioetica nonché
vice-presidente della Pontificia Accademia per la vita, monsignor Elio Sgreccia, da
parte sua non nega il possibile legame fra religione e neurologia: "Non contrasta con
la fede affermare che in una parte del cervello c'è traccia dei momenti di preghiera. Il
che però non significa che è il cervello a creare la fede". |