Quello che resta
del secolo dei Lumi| Le verità
che corteggiamo |
| "Che faccia bello o cattivo tempo è mia abitudine andare a
passeggiare ogni pomeriggio verso le 5 nei giardini del
Palais-Royal. Intrattengo me stesso con la politica, l'amore,
il gusto, la filosofia e abbandono la mente al suo
libertinaggio lasciandola padrona di seguire ogni pensiero
che le si presenti, saggio o folle che sia. E la mente si
comporta come quei giovani dissoluti che corrono dietro
alle ragazze con l'aria sventata, il volto sorridente, l'occhio
vivace e il nasino all'insù, corteggiandole tutte senza
attaccarsi a nessuna di loro. Ecco: i miei pensieri sono le
mie puttane". Così comincia uno dei più bei dialoghi
filosofici di Denis Diderot, "Le neveu de Rameau" con un
tocco di leggerezza elegante che rileva fin dalle prime
battute lo stile del grande scrittore e contiene in poche righe
apparentemente svagate il tema di fondo d'ogni filosofo e
d'ogni filosofia: la natura del pensiero, anzi il pensiero che
pensa se stesso.
La mente di Diderot è libertina, insegue un pensiero e
presto l'abbandona per corteggiarne un altro come fanno i
giovanotti a caccia di ragazze allegre sotto i portici del
Palais-Royal. "I pensieri sono le mie puttane": è una battuta
di quelle che non s'erano mai incontrate prima né mai si
incontreranno più sulla bocca d'un filosofo e può ben essere
considerata l'"incipit" della filosofia dei lumi.
Quelle quattro parole sono la sintesi di una folla di domande
(e di risposte) e cioè: che cos'è la mente, che cos'è il
pensiero, chi è l'io che dispone della mente e corteggia i
pensieri man mano che essi appaiono, che cos'è la volontà
che decide di abbandonare un pensiero per seguirne un
altro, chi è che immagina una scena del genere pensando il
proprio pensiero e la propria mente.
Quattro parole che definiscono un'intera e compiuta
ontologia intrisa di scetticismo, sperimentalismo, irriverenza,
rottura col passato, rifiuto dell'autorità e della sacralità,
indicando gli ascendenti di quello che verrà chiamato
l'Illuminismo: Montaigne, Spinoza, Descartes, Leibniz,
Galileo, Newton; e i compagni di viaggio: Locke, Hume,
Voltaire e una folla d'altri maggiori e minori. Poco dopo ma
quasi coevo toccherà a Kant ricevere il lascito illuminista e
ritrasmetterlo sotto la forma del pensiero critico. Rousseau
fa parte a sé: nel bel mezzo della civiltà dei lumi è lui che
spalanca la porta al romanticismo e contemporaneamente
alla dialettica tra la ragione e l'emozione ponendo le basi
intellettuali dell'utopia rovesciata del giacobinismo
robespierrista. Nell'azione politica e ideologica dei
Robespierre e dei Saint-Just non c'è l'ispirazione di Diderot
e di Voltaire, tanto meno quella di Montesquieu.
Condorcet, l'ultimo degli illuministi, cadrà vittima del
Tribunale rivoluzionario dopo il fosco processo contro i
capi girondini. Ma si può attribuire a Rousseau la paternità
ideologica del Terrore? E dei seguiti del giacobinismo nel
Novecento europeo? Si possono tener responsabili i
filosofi, i profeti, i religiosi, degli errori delle colpe dei delitti
commessi dall'azione dei politici? Si può giudicare la Storia
come un immenso e sempre reiterato reato d'opinione? Chi
si incammina su quella strada si impiglia in un'inestricabile
rete che sarebbe stata infaticabilmente tessuta da centinaia
di mandanti in assassinio a cominciare da Abramo passando
per Platone fino ad arrivare a Lutero a Loyola e infine a
Nietzsche. Ma questa non è la storia delle idee bensì quella
del mattatoio che è altra cosa.
Aprendo questo
dibattito sull'Illuminismo mi ero chiesto se esso fosse ancora
un lievito attivo nella società contemporanea o un lascito
ormai esaurito e pietrificato. In polemica con i suoi numerosi
critici mi domandavo se oggi ci fosse un eccesso o non
piuttosto un deficit di razionalità. Infine mi ponevo il
problema di demistificare la caricatura tante volte disegnata
che raffigura la filosofia dei lumi come una sorta di impero
della ragione astratta contro la concretezza della vita, delle
emozioni, dei sentimenti. Queste domande e altre ancora
che vi erano connesse portavano a discutere che cosa fosse
stato l'Illuminismo come sistema di pensiero e come
movimento culturale e politico storicamente determinato. Il
dibattito ha avuto un'ampiezza e una partecipazione che
francamente non mi aspettavo, con interventi di grande
spessore che meriterebbero d'esser raccolti e conservati.
Non pretendo certo di concludere un confronto su un tema
che anche in questa occasione ha dimostrato la sua attualità
e vitalità né mi propongono di rispondere ai vari
interlocutori, che ringrazio per i contributi dati alla migliore
conoscenza di una corrente di pensiero che segna l'ingresso
della cultura europea nella modernità. Mi proverò invece ad
esporre alcuni punti che mi paiono acquisiti e alcune
questioni che restano invece aperte e meritevoli di riflessioni
ulteriori. E comincio dal nucleo centrale della filosofia dei
lumi che riguarda la relativizzazione dell'Assoluto in tutte le
sue forme filosofiche, religiose, politiche. Ho accennato agli
antenati dell'Illuminismo facendo per primo il nome di
Montaigne, ma in realtà si potrebbe risalire molto più
indietro, al IV secolo avanti Cristo, allo scetticismo di
Pirrone e di Timone. C'è infatti un fondo scettico nel
pensiero dei "philosophes" che preserva i più consapevoli
tra loro perfino dall'asserire come indiscutibile verità il
relativismo che impregna la loro filosofia la quale era vista
da loro stessi come un procedere in mezzo alle tenebre con
una piccola lucerna che rischiarava il cammino, sempre a
rischio di spegnersi non soltanto a causa dell'intolleranza
degli avversari e dell'arbitrio del potere religioso e politico,
ma anche dell'oscurantismo dell'opinione pubblica, dei tabù
consolidati nel tempo e infine dallo stesso loro metodo di
conoscenza sperimentale affidato ai sensi e alla ragione che i
più consapevoli tra di loro ritenevano essere una sorta di
sesto senso, un'efflorescenza cerebrale che subiva i
mutamenti dell'organo che la emanava ed era quindi ben
lontana dall'essere quello strumento perfetto capace di
scoprire a colpo sicuro le regole auree che governano
l'universo, la natura e l'azione dei viventi. Chi dipinge i
"philosophes" come i portatori di un'arrogante miscredenza
che appiattisce il mondo su un naturalismo materialista e
meccanico ed una nuova religione guidata dalla dea Ragione
che tutto spiega cancellando ogni ombra e ogni mistero, ha
capito ben poco di questa corrente di pensiero che non a
caso non dette mai vita ad un sistema filosofico ma molto
più suggestivamente ad un viaggio conoscitivo dove
l'aspetto più importante era quello di viaggiare alla ricerca
del nuovo più che il nuovo in se stesso. Con le sole
eccezioni, in realtà piuttosto rozze e secondarie, di La
Mettrie e d'Holbach, i rappresentanti maggiori dei lumi
redassero con l'Enciclopedia e con i loro scritti filosofici,
artistici, politici, non già un sistema chiuso ma un'opera
volutamente rimasta aperta a successivi contributi ed
evoluzioni. E non parlarono mai con voce univoca, anzi
ciascuno di loro fece parte a sé, spesso contraddicendo i
compagni di viaggio e talvolta contraddicendo anche se
stessi nel dubbioso procedere dell'opera loro.
Mi
dispiace osservare che su questo punto perfino un
pensatore della levatura di Ralf Dahrendorf, nel suo
intervento di ieri, indulga alla versione semplicistica che fa
degli illuministi francesi gli adoratori della dea Ragione in
contrapposizione con la cultura empirica dei liberali
anglosassoni e americani. Questa contrapposizione
scolastica fa parte di una "vulgata" che non ha nessuna base
storica; il pensiero di Locke si mosse vorrei dire in tandem
con quello di Voltaire, Hume fu un punto di riferimento
costante per i collaboratori dell'Enciclopedia, i padri
fondatori della democrazia americana si formarono sul
pensiero dei "philosophes". Un mese prima che Voltaire
morisse, Benjamin Franklin arriva a Parigi per incontrarlo
ed ecco la cronaca fatta dallo stesso Voltaire: "Franklin
aveva portato con sé un suo nipotino che chiese la mia
benedizione. Gliel'ho data ponendogli le mani sul capo e
pronunciando le parole "God and Liberty". Poi le ripetei in
francese "Dieu e Liberté". C'erano con noi una ventina di
persone e piangevano tutte". Il giorno dopo tutta Parigi sa di
quell'incontro straordinario e l'entusiasmo raddoppia.
Ricordo questi fatti per riconfermare anche su base
documentale che una contrapposizione tra illuministi francesi
e anglosassoni è inesistente e che la società aperta è stata
l'obiettivo degli uni e degli altri. Del resto per chi batté in
breccia l'assolutismo in tutte le sue forme non avrebbe
potuto essere diversamente. Ma torniamo all'essenza
filosofica di quel pensiero. La derivazione metodologica da
Descartes è palese ma la correzione che Diderot opera sul
pensiero cartesiano ha un'importanza fondamentale.
Descartes aveva fondato l'intera sua ontologia dell'esistente
sulla distinzione tra la "res cogitans" e la "res extensa" o per
dirla in modo più piano tra l'anima pensante e il corpo;
aveva dato alla "res cogitans" un'esistenza indipendente dai
corpi e in quel dualismo aveva recuperato quella metafisica
che il "cogito, ergo sum" sembrava aver superato per
sempre. Ma Diderot contesta alla radice il dualismo
cartesiano e trasforma la "res cogitans" in una funzione della
"res extensa". Da un lato si rifà allo Spinoza della "natura
naturans", la natura che genera se stessa all'infinito e in
forme sempre diverse; dall'altro precorre Nietzsche e la
rivalutazione del corpo fatta dal cantore di Zarathustra. Il
rapporto Diderot-Nietzsche è stato assai poco esplorato fin
qui ed è una lacuna non secondaria negli studi nietzschiani;
lo stesso filo che corre tra Spinoza e Nietzsche non mi pare
approfondito a sufficienza forse perché si è impigliato
nell'ostacolo del panteismo che viceversa è estraneo tanto
all'uno quanto all'alto. Non è questa la sede per affrontare
problemi di tale dimensione; mi premeva segnalare quale sia
stata e tuttora sia l'attualità filosofica del movimento dei lumi
e in particolare del suo principale rappresentante. Da
questo punto di vista mi permetto di suggerire, non certo
agli specialisti ma al pubblico colto, la lettura del dialogo
diderottiano Le rêve de d'Alembert che contiene forse la
versione più compiuta del pensiero filosofico dell'autore e
che, per una serie di circostanze editoriali, è invece uno dei
testi meno conosciuti non solo in Italia ma nella stessa
Francia.
Ma c'è un altro aspetto dell'Illuminismo che
costituisce elemento fondante della modernità ed è il tema
della rappresentazione, della verità e della volontà nelle loro
reciproche inferenze. La modernità si può definire in molti
modi e con molteplici attribuzioni ma chi volesse arrivare al
nocciolo di questa definizione credo che l'identificherebbe in
quel rapporto circolare che coinvolge al tempo stesso
l'attività conoscitiva, quella estetica, la prassi e la morale.
Dopo i "philosophes" quella ricerca diventa centrale in
Kant, in Schelling, in Feuerbach, in Schopenhauer e in
Giacomo Leopardi. E naturalmente in Nietzsche. Sia detto
qui di passata: la grandezza filosofica di Leopardi, come ha
ben visto Severino, continua ad essere ignorata e
subordinata alla sublimità della sua poetica. È un errore.
Leopardi è stato grandissimo pensatore oltreché e forse
prima che poeta. I passi dello Zibaldone dove si parla del
rapporto tra la verità, l'illusione, l'azione, la morte, il nulla,
configurano un pensiero di altissima profondità. Non so se
Schopenhauer lo conoscesse quando scrisse il suo Mondo
come volontà e rappresentazione pochi anni dopo, né se lo
conoscesse Nietzsche quando scrisse la Genealogia della
morale, lo Zarathustra e più ancora Gaia Scienza e i
Pensieri postumi coevi all'Aurora; ma è certo che il nucleo
filosofico leopardiano costituisce uno dei cardini del
pensiero moderno ed ha una derivazione illuministica di tutta
evidenza. Richiamo da questo punto di vista il poema
volterriano sul terremoto di Lisbona e la constatazione del
male assoluto come problema inesplicabile che abbatte ogni
metafisica provvidenziale privilegiando la casualità della vita
e dei suoi svolgimenti senza più traccia di mitologie
progressiste, pur indispensabili per dare un senso che al
tempo stesso è puramente immaginario ma necessario alla
vivibilità dell'esistenza, esattamente come l'illusione
necessaria descritta da Leopardi.
Si dovrebbe
ancora parlare della filosofia dei lumi nel suo aspetto di
movimento culturale e politico, che è stato presentissimo
nell'intervista di Bobbio e in molti altri interventi. Del resto
su questo punto i fatti parlano da soli e non mi riferisco
soltanto all'azione dirompente che l'Illuminismo ebbe nel
segnare il passaggio storico dall'Ancien Régime al
costituzionalismo, alla divisione dei poteri, al sistema
rappresentativo, ai diritti dell'uomo, all'eguaglianza giuridica
e ai diritti di cittadinanza. Mi riferisco alla spinta potente con
cui quella corrente di pensiero continuò ad alimentare tutte
le lotte che seguirono fino ai tempi nostri contro la tirannide
totalitaria, l'assolutismo, le tentazioni neotemporalistiche e i
tanti e spesso tragici ritorni all'"utopia reazionaria" di cui
parla Bobbio nel suo intervento. Da questo punto di vista,
come bene hanno visto Esposito, Givone e Sergio Moravia,
la tesi di Horkheimer e Adorno che ritiene l'Illuminismo
responsabile non solo del Terrore robespierrista ma anche
dei lager comunisti e perfino dell'Olocausto hitleriano è
talmente fuori da ogni validità intellettuale da non meritar
neppur una confutazione. Ne abbiamo già parlato all'inizio,
ma viene acconcio di richiamare qui il pensiero di Heinrich e
di Thomas Mann, quest'ultimo convinto di errore quando
furono i fatti a dimostrargli d'aver sbagliato nelle sue
Considerazioni d'un impolitico e a stimolarlo ad una
pubblica e radicale rettifica del suo pensiero. Politicamente
il lascito illuminista fa ancora tutt'uno con la politica
riformatrice e col pieno recupero della triade "Libertà
eguaglianza fraternità" tanto tradita e calpestata durante le
drammatiche crisi e massacri del Novecento.
Filosoficamente il lascito è quello di procedere con
sentimento morale e razionalità intellettuale traendo dal buio
alcune provvisorie certezze che galleggiano sull'oceano del
caos. Così la nostra specie ha fatto e continuerà a fare
perché questa è la nostra condizione esistenziale: di cercare
la verità perfino quando sappiamo che non la troveremo
neppure oltre le colonne d'Ercole dove la nostra audacia e
la nostra necessità ci porta. |