GENTILE Viva il Duce d'Europa!| Politica e organizzazione culturale nel carteggio fino a ieri sconosciuto tra il "filosofo
del regime" e Marino Parenti |
| Quando Luigi Firpo fece acquistare dalla Provincia di Torino la
Biblioteca di Storia e Cultura del Piemonte, non aveva idea che al di là della ricchissima,
preziosa biblioteca esisteva celato nelle casse un patrimonio altrettanto prezioso:
l'Archivio di quello straordinario organizzatore di cultura che fu Marino Parenti. Quelle
casse rimasero a lungo sepolte negli scantinati di Palazzo Cisterna, da dove solo
recentemente sono riemerse, rivelando il loro contenuto. In particolare, fra i 1600
corrispondenti (e i 25mila pezzi complessivi), l'attenzione andò subito al carteggio più
cospicuo: quello intrattenuto con Giovanni Gentile. Oltre quattrocento lettere - un corpus
epistolare tra i maggiori del pensatore siciliano - testimoniano l'importanza di un
rapporto e offrono conferme di rilievo, non senza qualche novità, sulla personalità
complessa di colui che si è soliti etichettare come "il filosofo del fascismo". Certo, Gentile
fu il supremo regista dell'azione intrapresa dal regime per la costruzione del consenso,
per cui il contributo degli intellettuali fu determinante; lo Stato divenne mecenate,
sponsor, imprenditore di cultura. Ne conseguì un radicale cambiamento del ruolo degli
uomini di cultura, trasformati in funzionari della macchina culturale di regime. Se la
riforma della scuola da Gentile firmata nel '23 fu l'esito di un lungo percorso risalente ai
primi del secolo, l'esordio ufficiale del capomanovra c ulturale dell'Italia di Mussolini si
ebbe con il Manifesto del 1925, "Agli intellettuali di tutte le nazioni", nel quale si
esprimeva una idea interventistica della cultura, proponendo una figura di intellettuale
pronto a interessarsi attivamente dei problemi della società e della politica. L'obiettivo
primario di Gentile non fu quello di creare la cultura fascista, quanto di guidare gli
intellettuali verso una osmosi con il regime, facendone i fabbricanti del consenso.
Nell'insieme, il suo sforzo fu coron ato da successo, a cominciare da quella eccezionale
impresa che fu l' Enciclopedia Italiana . Fra gli oltre 3000 collaboratori vi fu Marino
Parenti: iscritto al Pnf fin dal 1921, questo tipico intellettuale funzionario dal regime
ottenne opportunità e onori, esplicando il suo ruolo di organizzatore, scrittore, editore.
Parenti può apparire figura esemplare anche nella sua capacità di traghettarsi in modo
indolore dal fascismo alla Repubblica: in fondo egli continuò a fare dopo il 1945 quel
che faceva prima. Forse l'apice della sua azione culturale fu il Centro Studi Manzoniani
di Milano, creatura di Gentile, affidata a Parenti sul piano organizzativo, anche se
Gentile, "Regio Commissario", interveniva personalmente su tutte le questioni, dagli
stipendi alle spese telefoniche, facendo sempre sentire, anche con modi bruschi, tutto il
peso della propria autorità: all'epoca egli oltre ad essere direttore dell' Enciclopedia ,
membro della Reale Accademia d'Italia, proprietario della casa editrice Sansoni,
occupava anche il posto di grande prestigio di direttore della Scuola Normale Superiore
di Pisa, che egli stesso in qualità di Commissario aveva provveduto a rilanciare fin dal
1928: tutti ruoli che gli consentivano di stabilire relazioni importanti con il meglio
dell'intellettualità italiana in ogni campo. Ciò facilitava enormemente Parenti nel suo
compito: in fondo avere rapporti con lui significava avere rapporti con Gent ile, alle cui
spalle si stagliava l'ingombrante sagoma del duce. Ma i due - Gentile e Parenti - si
legarono, lungo gli anni, di sincero affetto. Parenti cercava nel suo piccolo di "fare il
Gentile": seguirne il modello, imitarne i comportamenti, con i rischi che ciò comportava.
Parenti ebbe modo comunque di sperimentare la "grande bontà" di "Sua Eccellenza" nei
propri confronti: e le parole per esprimere la sua "riconoscenza devota e affettuosa"
affiorano con frequenza, e con indubbia sincerità, nella penna di Parenti. Dopo
l'intervento italiano nel conflitto, il 10 giugno 1940, i due incominciarono a manifestare
preoccupazione. Ma Gentile continuava a tener duro: "Perciò, energia caro Parenti, noi
dobbiamo esser presto a posto; perché non posso stare ad aspettare il bel tempo e il
maturarsi dei binari". La sua attività non conosceva tregua: la Domus Galileiana,
l'Istituto Mazziniano, l'Istituto di Studi Germanici, l'Istituto Italiano per il Medio ed
Estremo Oriente ed altro ancora, a cominciare naturalmente dall'Istituto di Cultura
Fascista di cui era sempre presidente. Né la morte di amici (come Barbi) o di familiari (il
figlio Giovannino, fisico teorico, di sicuro avvenire), lo distoglievano dall'azione
culturale: "Bisogna rassegnarsi a questa vita, che è quella che dev'essere". Sicché gli
incitamenti a tirare avanti animano le lettere di Gentile all'amico negli anni Quaranta, ma
percorse sottotraccia dalla sensazione della catastrofe incombente. La consapevolezza
della tragedia incombente non produceva la volontà di tirarsene fuori. Il 24 maggio '43
egli tenne a Roma, in Campidoglio, un Discorso agli Italiani nel quale, pur ammettendo
gli "errori" del regime, li definiva "inevitabili", tipici "di ogni vasto movimento
rivoluzionario". Nemmeno la provvisoria caduta del duce sembrò aiutarlo a
comprendere: "non voglio perdere la fede nel popolo italiano e credo ancora, malgrado
tutto, che ne usciremo con l'onore salvo e la possibilità di rimetterci in via". La sua
concezione dell'"onore" lo condusse all'adesione alla Repubblica di Salò; ma non si
spiegherebbe senza tener conto del precedente tragitto politico-intellettuale dell'uomo,
della sua scelta fascista che, benché anomala e per qualche verso sui generis , rimase la
linea su cui Gentile camminò per vent'anni. Ovvia e necessaria gli parve la prosecuzione
della guerra a fianco dei tedeschi, sia dopo il 25 luglio sia dopo l'8 settembre. Non
avrebbe mai ammesso un tirarsi indietro della nazione, meno che mai un cambio di
campo. Sicché era lui, a dispetto degli anni e degli acciacchi, a rincuorare il più giovane
amico: "Quanto alle cose pubbliche, non ti meravigliare se ti dico che non tutto è
perduto; e che spero ancora ora che gli Italiani sono faccia a faccia con la dura realtà, e
debbono perciò smettere di ciarlare". Il ruolo di spettatore non gli si addiceva e sebbene
in un clima di non completa fiducia (i fascisti estremisti lo chiamarono "traditore" e gli
antifascisti incominciavano a minacciarlo) continuò a organizzare, pr ogettare, dirigere,
mentre il pensatore non deponeva la penna: nell'estate del '43 scrisse l'ultima sua opera,
Genesi e struttura della società , un tentativo estremo di conciliare individuo e comunità
sociale: quasi un epitaffio alla propria intera riflessione. La nomina alla testa
dell'Accademia d'Italia, spostata di sede da Roma a Firenze, ebbe una valenza politica di
cui egli fu cosciente. Lo provano anche le sue esternazioni coeve; scrisse sul Corriere
della Sera : "Una bandiera si è levata: una sola. L'ha in pugno un uomo che ebbe già la
fiducia di tutti gli italiani e parve la voce antica e sempre viva della Patria. E vuol essere
la bandiera dell'onore e della salvezza dell'Italia". Il fascismo di Gentile fu ben diverso da
quello di Parenti: l'idealismo volitivo e realizzatore dell'uno non ha nulla a che spartire
con il quieto opportunismo dell'altro. Per il primo la filosofia e la cultura erano armi per
rifare l'Italia e gli italiani; per il secondo la letteratura e la cultura erano, oltre che un
piacere, strumenti di autorealizzazione e di sopravvivenza. Nell'editoriale del primo e
unico fascicolo da lui firmato della Nuova Antologia , Gentile invitava gli animi a
raccolta contro la "sciagura infinita d'oggi": "la discordia che ci dilania", lo
struggimento davanti "allo sfacelo di quello che era la nostra fede comune".
All'inaugurazione della nuova Accademia, tenne un discorso dalle ombre inquietanti, che
non può non apparirci profetico: "se occorre, vogliamo morire" per questa Italia che il
Duce e il suo alleato germanico stanno salvando "per la salvezza dell'Europa e della
civiltà occidentale". Due settimane più tardi sette colpi di pistola posero fine all'esistenza
di Giovanni Gentile. A circa vent'anni di distanza, anche Marino Parenti se ne andò,
stroncato da un infarto in una strada di quella stessa Firenze dove Gentile aveva trovato
la morte. |