RASSEGNA STAMPA

30 GENNAIO 2001
ANGELO D'ORSI
GENTILE Viva il Duce d'Europa!
Politica e organizzazione culturale nel carteggio fino a ieri sconosciuto tra il "filosofo del regime" e Marino Parenti
Quando Luigi Firpo fece acquistare dalla Provincia di Torino la Biblioteca di Storia e Cultura del Piemonte, non aveva idea che al di là della ricchissima, preziosa biblioteca esisteva celato nelle casse un patrimonio altrettanto prezioso: l'Archivio di quello straordinario organizzatore di cultura che fu Marino Parenti. Quelle casse rimasero a lungo sepolte negli scantinati di Palazzo Cisterna, da dove solo recentemente sono riemerse, rivelando il loro contenuto. In particolare, fra i 1600 corrispondenti (e i 25mila pezzi complessivi), l'attenzione andò subito al carteggio più cospicuo: quello intrattenuto con Giovanni Gentile. Oltre quattrocento lettere - un corpus epistolare tra i maggiori del pensatore siciliano - testimoniano l'importanza di un rapporto e offrono conferme di rilievo, non senza qualche novità, sulla personalità complessa di colui che si è soliti etichettare come "il filosofo del fascismo". Certo, Gentile fu il supremo regista dell'azione intrapresa dal regime per la costruzione del consenso, per cui il contributo degli intellettuali fu determinante; lo Stato divenne mecenate, sponsor, imprenditore di cultura. Ne conseguì un radicale cambiamento del ruolo degli uomini di cultura, trasformati in funzionari della macchina culturale di regime. Se la riforma della scuola da Gentile firmata nel '23 fu l'esito di un lungo percorso risalente ai primi del secolo, l'esordio ufficiale del capomanovra c ulturale dell'Italia di Mussolini si ebbe con il Manifesto del 1925, "Agli intellettuali di tutte le nazioni", nel quale si esprimeva una idea interventistica della cultura, proponendo una figura di intellettuale pronto a interessarsi attivamente dei problemi della società e della politica. L'obiettivo primario di Gentile non fu quello di creare la cultura fascista, quanto di guidare gli intellettuali verso una osmosi con il regime, facendone i fabbricanti del consenso.
Nell'insieme, il suo sforzo fu coron ato da successo, a cominciare da quella eccezionale impresa che fu l' Enciclopedia Italiana . Fra gli oltre 3000 collaboratori vi fu Marino Parenti: iscritto al Pnf fin dal 1921, questo tipico intellettuale funzionario dal regime ottenne opportunità e onori, esplicando il suo ruolo di organizzatore, scrittore, editore.
Parenti può apparire figura esemplare anche nella sua capacità di traghettarsi in modo indolore dal fascismo alla Repubblica: in fondo egli continuò a fare dopo il 1945 quel che faceva prima. Forse l'apice della sua azione culturale fu il Centro Studi Manzoniani di Milano, creatura di Gentile, affidata a Parenti sul piano organizzativo, anche se Gentile, "Regio Commissario", interveniva personalmente su tutte le questioni, dagli stipendi alle spese telefoniche, facendo sempre sentire, anche con modi bruschi, tutto il peso della propria autorità: all'epoca egli oltre ad essere direttore dell' Enciclopedia , membro della Reale Accademia d'Italia, proprietario della casa editrice Sansoni, occupava anche il posto di grande prestigio di direttore della Scuola Normale Superiore di Pisa, che egli stesso in qualità di Commissario aveva provveduto a rilanciare fin dal 1928: tutti ruoli che gli consentivano di stabilire relazioni importanti con il meglio dell'intellettualità italiana in ogni campo. Ciò facilitava enormemente Parenti nel suo compito: in fondo avere rapporti con lui significava avere rapporti con Gent ile, alle cui spalle si stagliava l'ingombrante sagoma del duce. Ma i due - Gentile e Parenti - si legarono, lungo gli anni, di sincero affetto. Parenti cercava nel suo piccolo di "fare il Gentile": seguirne il modello, imitarne i comportamenti, con i rischi che ciò comportava.
Parenti ebbe modo comunque di sperimentare la "grande bontà" di "Sua Eccellenza" nei propri confronti: e le parole per esprimere la sua "riconoscenza devota e affettuosa" affiorano con frequenza, e con indubbia sincerità, nella penna di Parenti. Dopo l'intervento italiano nel conflitto, il 10 giugno 1940, i due incominciarono a manifestare preoccupazione. Ma Gentile continuava a tener duro: "Perciò, energia caro Parenti, noi dobbiamo esser presto a posto; perché non posso stare ad aspettare il bel tempo e il maturarsi dei binari". La sua attività non conosceva tregua: la Domus Galileiana, l'Istituto Mazziniano, l'Istituto di Studi Germanici, l'Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente ed altro ancora, a cominciare naturalmente dall'Istituto di Cultura Fascista di cui era sempre presidente. Né la morte di amici (come Barbi) o di familiari (il figlio Giovannino, fisico teorico, di sicuro avvenire), lo distoglievano dall'azione culturale: "Bisogna rassegnarsi a questa vita, che è quella che dev'essere". Sicché gli incitamenti a tirare avanti animano le lettere di Gentile all'amico negli anni Quaranta, ma percorse sottotraccia dalla sensazione della catastrofe incombente. La consapevolezza della tragedia incombente non produceva la volontà di tirarsene fuori. Il 24 maggio '43 egli tenne a Roma, in Campidoglio, un Discorso agli Italiani nel quale, pur ammettendo gli "errori" del regime, li definiva "inevitabili", tipici "di ogni vasto movimento rivoluzionario". Nemmeno la provvisoria caduta del duce sembrò aiutarlo a comprendere: "non voglio perdere la fede nel popolo italiano e credo ancora, malgrado tutto, che ne usciremo con l'onore salvo e la possibilità di rimetterci in via". La sua concezione dell'"onore" lo condusse all'adesione alla Repubblica di Salò; ma non si spiegherebbe senza tener conto del precedente tragitto politico-intellettuale dell'uomo, della sua scelta fascista che, benché anomala e per qualche verso sui generis , rimase la linea su cui Gentile camminò per vent'anni. Ovvia e necessaria gli parve la prosecuzione della guerra a fianco dei tedeschi, sia dopo il 25 luglio sia dopo l'8 settembre. Non avrebbe mai ammesso un tirarsi indietro della nazione, meno che mai un cambio di campo. Sicché era lui, a dispetto degli anni e degli acciacchi, a rincuorare il più giovane amico: "Quanto alle cose pubbliche, non ti meravigliare se ti dico che non tutto è perduto; e che spero ancora ora che gli Italiani sono faccia a faccia con la dura realtà, e debbono perciò smettere di ciarlare". Il ruolo di spettatore non gli si addiceva e sebbene in un clima di non completa fiducia (i fascisti estremisti lo chiamarono "traditore" e gli antifascisti incominciavano a minacciarlo) continuò a organizzare, pr ogettare, dirigere, mentre il pensatore non deponeva la penna: nell'estate del '43 scrisse l'ultima sua opera, Genesi e struttura della società , un tentativo estremo di conciliare individuo e comunità sociale: quasi un epitaffio alla propria intera riflessione. La nomina alla testa dell'Accademia d'Italia, spostata di sede da Roma a Firenze, ebbe una valenza politica di cui egli fu cosciente. Lo provano anche le sue esternazioni coeve; scrisse sul Corriere della Sera : "Una bandiera si è levata: una sola. L'ha in pugno un uomo che ebbe già la fiducia di tutti gli italiani e parve la voce antica e sempre viva della Patria. E vuol essere la bandiera dell'onore e della salvezza dell'Italia". Il fascismo di Gentile fu ben diverso da quello di Parenti: l'idealismo volitivo e realizzatore dell'uno non ha nulla a che spartire con il quieto opportunismo dell'altro. Per il primo la filosofia e la cultura erano armi per rifare l'Italia e gli italiani; per il secondo la letteratura e la cultura erano, oltre che un piacere, strumenti di autorealizzazione e di sopravvivenza. Nell'editoriale del primo e unico fascicolo da lui firmato della Nuova Antologia , Gentile invitava gli animi a raccolta contro la "sciagura infinita d'oggi": "la discordia che ci dilania", lo struggimento davanti "allo sfacelo di quello che era la nostra fede comune".
All'inaugurazione della nuova Accademia, tenne un discorso dalle ombre inquietanti, che non può non apparirci profetico: "se occorre, vogliamo morire" per questa Italia che il Duce e il suo alleato germanico stanno salvando "per la salvezza dell'Europa e della civiltà occidentale". Due settimane più tardi sette colpi di pistola posero fine all'esistenza di Giovanni Gentile. A circa vent'anni di distanza, anche Marino Parenti se ne andò, stroncato da un infarto in una strada di quella stessa Firenze dove Gentile aveva trovato la morte.
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