| Ragioni e paure dalla lebbra all'Aids | La paura appartiene alla storia dell'uomo tanto quanto alla sua realtà attuale. Calamità, angosce, reazioni emotive appartengono al presente tanto quanto al passato.
La paura nella storia, o la storia della paura, comprende, come oggi, reazioni non soltanto emotive, ma anche concettuali e operative, inerenti alla regione umana e agli interventi dell'uomo: interventi spontanei od organizzati, in risposta a eventi avversi che sovente non sono affatto totalmente naturali - e perciò impersonali, inintenzionali, neutri - ma implicano anche responsabilità sociali ed esigono pertanto risposte sociali. La ragione umana, inoltre, si sforza di addomesticare la paura nei confini della nostra cultura, esorcizzando come sa e come può l'incubo dell'imprevisto, dell'inaudito, dell'ignoto, e attivando i circuiti dello scambio culturale e sociale per rendere la paura condivisibile e quindi più sopportabile e superabile.
Prendiamo l'esempio delle grandi epidemie nella storia, di quei grandi eventi, insieme naturali e sociali, di cui i libri di storia, pur così attenti ai fatti umani, si occupano poco o addirittura trascurano di occuparsi. E perché trascurano di farlo? Potremmo rispondere che la motivazione sta forse nel fatto che lo sforzo storiografico di rendere comprensibili e razionali gli eventi storici viene a scontrarsi con quegli eventi apparentemente irrazionali e incomprensibili che sono appunto le epidemie, improvvise, impreviste, spesso imprevedibili, talora inevitabili come il destino e come questo fatali, mortali, e perciò decorrenti con il loro carico di angoscia e di paura.
Una prima paura storica è la paura della peste. Per la peste vigeva la legge del "tutto o nulla". Se non la si evitava, si moriva. Ma anche chi era favorito dalla fortuna poteva morirne, di angoscia o di paura. Un anonimo cronista orvietano della peste del 1348 (quella descritta dal Boccaccio nel Decamerone) annoverava tra le cause di morte improvvisa anche lo "sbigottimento delle genti". E cinquecento anni dopo, nel 1836, anno di esplosione in Europa della "peste dell'Ottocento" (cioè del colera), il filosofo e storico Emile Littré scriveva che l'azione del morbo «si porta sull'intelligenza e genera epidemicamente le alterazioni mentali più singolari». Il trauma psichico indotto dalla paura era violento: la buona morte si circondava di orrore e terrore, si deritualizzava nel macabro. La morte, da messaggera di Dio (quasi una sorta di angelo), si trasformava in una dea maligna trasvolante nell'aria, nell'aere pestilenziale, con le sembianze di un essere cadaverico, controfigura vivente del corpo dell'appestato. La peste era la morte, la "morte nera".
Un'altra paura, storicamente più antica, è la paura della lebbra. Se la peste era la morte fisica, la lebbra era la morte civile, che comportava la segregazione dal mondo dei vivi. Il lebbroso anticipava in vita la decomposizione della carne propria della morte; però non induceva paura di morte, ma ribrezzo. Il suo corpo corrotto, mutilato, deformato, induceva un'altra paura, la paura del "diverso", di chi apparteneva alla "famiglia del diavolo", di chi, seminando il contagio, meritava, come talora accadeva, di essere arso vivo, come l'ebreo.
Una terza paura, più vicina a noi nel tempo, è la paura della malattia contagiosa e vergognosa. Quante non furono, tra Quattrocento e Cinquecento, le cause fisiche e metafisiche, biologiche e sociali, comportamentali e morali, che furono viste corrompere gli elementi e gli uomini, concretandosi in una nuova malattia, la sifilide, che veniva considerata insieme del corpo e dell'anima, una infermità e una colpa, una bruttura e una vergogna, e alla quale corrispondeva una nuova, grande paura? I medici di oggi sanno che la sifilide si trasmetteva per via sessuale, e dalle madri ai figli per via placentare, e che contemplava alterazioni della pelle, progrediva in sequenza cutaneo-nervosa, mirava al nevrasse e nell'ultimo stadio "andava alla testa" (come autocertificava Osvaldo, il protagonista di Spettri, con il «Mamma, dammi il sole» che chiude il dramma di Ibsen).
Stiamo parlando di una malattia, e di una paura, del Rinascimento e dell'Ottocento oppure stiamo parlando di una paura, e di una malattia, di oggi, cioè di una malattia, l'Aids, che da vent'anni a questa parte accomuna il sottoproletariato urbano dell'America del nord e le moltitudini africane ma che non risparmia gli uomini e le donne della civile Europa benestante e opulenta? Qui non basta "chiamarsi fuori", mettendo "dentro", nel sacco delle streghe e del diavolo, i molti nuovi "diversi". Mentre la scienza è ancora alla ricerca di un efficace vaccino immunizzante o di un risolutivo farmaco antivirus, e mentre una stessa paura accomuna tutti assillandoci e sfiorandoci con tutta una gamma di reazioni emotive, bisogna pensare e operare secondo ragione.
Si potrebbe dire che, se la paura (parafrasando Pascal) «ha delle ragioni che la ragione non conosce», la ragione ha dalla sua le risorse per studiare, per capire, per aiutare a tenere sotto controllo l'umana paura. |