RASSEGNA STAMPA

22 GENNAIO 2001
RAFFAELE DI MUCCI
BUCHANAN:Quando la politica è un male necessario
Il professore americano è diventato famoso analizzando i meccanismi della "scelta pubblica", vale a dire i costi della democrazia
Federalismo come antidoto alla deriva iper-statalista. La ricerca di un giusto mezzo tra l'anarchia e il Leviatano
Il pensiero e l'opera di James Buchanan renderebbero improponibile il giochetto - particolarmente in voga da qualche tempo negli ambienti politici e culturali del nostro Paese - in base al quale stabilire la sua appartenenza alla destra o alla sinistra liberale, ovvero al partito dei "liberisti" o al partito dei "liberali", il partito delle libertà economiche contro il partito delle libertà politiche (per quella che è la reinterpretazione in stile bipartisan della vulgata crociana).
In realtà, questa distinzione non ha proprio senso nella tradizione del liberalismo classico, quello della Scuola scozzese, di Hume, di Smith, di Locke, fino agli esponenti della Scuola austriaca di questo secolo, quali Menger, Mises e Hayek. Ed è a questa tradizione che Buchanan si richiama idealmente e con coerenza, tutte le volte che si trova a spiegare la sua scelta di campo liberale, che implica opzioni etiche non meno che metodologiche, riassumendola nei termini dell'individualismo, del contrattualismo e della democrazia: nel senso che "ogni uomo conta per uno e una situazione è giudicata buona nella misura in cui consente agli individui di realizzare quel che vogliono, con l'unico limite costituito dall'accordo reciproco". E nello stesso senso colto anche da Bobbio quando afferma che eliminate una concezione individualistica della società equivale a non riuscire a giustificare più la democrazia come forma di governo.
Questo distinto professore americano, ormai sull'ottantina, nato in una cittadina del Tennessee (Murfreesboro, 1919), ha dedicato la propria esistenza alla ricerca e all'insegnamento della scienza economica senza trascurare - come tutti i grandi economisti - gli interessi filosofici e politici che si presentano naturalmente connessi all'analisi dei rapporti di scambio. Dirige attualmente il Centerfor Study on Public Choice presso la George Mason University dì Fairfax, dove si conclude il suo lungo itinerario accademico, cominciato proprio dall'Università della Virginia, e proseguito attraverso le più prestigiose Università degli Stati Uniti, fra cui quella della Florida, della California (Los Angeles) e la Cambridge University di Boston. Ma al pubblico più vasto il suo nome è noto soprattutto per il premio Nobel per l'Economia ricevuto nel 1986 con una motivazione che sintetizza efficacemente tutto il suo programma scientifico: "L'aver sviluppato le basi contrattuali e costituzionali della teoria dei processi decisionali politici ed economici".
LA POLITICA COME SCIENZA
L'approccio della "scelta pubblica", definita anche, non a caso, "scelta democratica" - nasce sul terreno degli studi di economia e di scienza delle finanze e riguarda essenzialmente i processi di decisione collettiva relativi all'allocazione e alla distribuzione dei beni pubblici fra i membri di una società, secondo schemi e strategie di razionalità strumentale. L'originalità di Buchanan è consistita soprattutto nell'applicare questo approccio anche all'analisi dei fenomeni politici, posto che i processi di decisione collettiva sono - per definizione - processi politici. Di qui il sincretismo della sua opera che gli è valsa - per se stesso - la qualificazione assolutamente congruente di politologo e - per la sua proposta teorica in scienza politica - la qualificazione di "politonomia", per dire di una scienza politica con pretese di scienza esatta: con intenti palesemente polemici, ma in modo quasi affatto pertinente.
In realtà, questo approccio si basa su una visione genuinamente liberale dei fatti economici e politici: che la storia sia percorsa e animata dagli interessi degli individui, dai loro calcoli razionali circa le ricadute delle proprie azioni in termini di profitti e perdite, da incentivi e disincentivi che guidano la partecipazione alle azioni collettive. Che questo sia, insomma, un mondo di "poveri diavoli", come diceva Kant, e che bisogna trovare il modo di governarne gli insopprimibili istinti di "insocievole socievolezza". Cercare le basi del consenso sulle regole che rendono possibile la produzione di decisioni politiche, a un tempo legittime ed efficaci, per logica negoziale e - nei sistemi complessi - a livello di patto costituzionale, significa per Buchanan prefigurare l'unica forma di governo tollerabile per una società di uomini liberi, lo Stato "minimo" delle regole. E' questo peraltro l'unico bene effettivamente pubblico, per mezzo del quale è possibile mettersi di volta in volta d'accordo sull'assegnazione dì altri "capitali" - risorse e diritti - nonché sulla possibilità di considerarli come beni "pubblici".
IL MALE NECESSARIO
Si spiega così il "paradosso dell'essere governati": la politica, in quanto accordo sulle regole e sui meccanismi di sanzione per farle rispettare, è un "male necessario" che conviene a tutti coloro che si trovano impegnati o invischiati in un'impresa collettiva, se non altro per evitare "mali pubblici" ancora più devastanti.
E questo il succo del libro forse più famoso di Buchanan, The calculus of consent scritto con Gordon Tullok nel 1962. Ma già nel 1949, Buchanan aveva anticipato in un saggio le premesse di questa teoria per cui la politica deve consistere principalmente in sforzi individuali e collettivi per ottenere il numero maggiore di benefici dal governo, fra i quali quello di pagare il minimo contributo non solo in termini di imposte fiscali, ma anche più in generale in termini di "imposte di libertà" per ottenerne in cambio politiche di regolazione e di distribuzione razionali. Queste tesi sono successivamente raccolte e analizzate in forma più sistematica nel saggio che può forse considerarsi il "manifesto" filosofico del suo pensiero, The Limits of Liberty (1975), il quale già nel sottotitolo di ispirazione hobbesiana - fra anarchia e Leviatano - esprime la posizione ideale di questo autore, assolutamente equidistante tra il fascino discreto dell'utopia anarchica e lo spettro incombente dello statalismo, ormai materializzato in molte democrazie contemporanee.
UN NUOVO PATTO SOCIALE
Più che mai convinto che nel Paesi capitalistici il settore pubblico sia cresciuto in misura pericolosa per la libertà individuale e che questa crescita patologica sia anche imputabile ad una serie di errori fatali commessi dai sostenitori delle teorie economiche di Lord Keynes - poco più che un mantello ideologico steso sulle aberrazioni del reddito politico e delle rendite burocratiche - Buchanan è tornato di recente a ribadire la necessità di un nuovo patto sociale, di una nuova "costituzione", che consenta la riduzione dell'intervento pubblico, attraverso politiche di pareggio nel bilancio e una ridefinizione dei diritti individuali (Constitutional economics, 1991).
Non c'è scritto di Buchanan, persino i più tecnici, nel quale manchino riferimenti e indicazioni sulle possibili strategie di riforma sulle quali indirizzare i propri sforzi di analisi teorica: con gli occhi puntati certamente sulla realtà del suo Paese, ma con la mente rivolta tutt'intorno al mondo della civiltà occidentale. E anche questo stretto legame fra scienza e passione civile, immune da contaminazioni ideologiche, è tipicamente liberale.
DESTRA O SINISTRA
Molta parte del suo insegnamento è andata a segno. Tutti (più o meno) concordano oggi sul fatto che il mercato organizzi le attività economiche in modo da garantire, meglio dell'organizzazione e del controllo politici, una più ampia gamma di beni e servizi efficienti. D'altra parte, assistiamo a un movimento mondiale verso la spoliticizzazione che assume varie forme: privatizzazione, decentramento, deregolamentazione, federalismo. Le attività politiche si stanno separando da quelle economiche, e la stessa base economica dei grandi Stati-nazione onnicomprensivi sta quasi del tutto dissolvendosi.
In questo quadro e in questo senso, le riflessioni più recenti di Buchanan - esposte fra l'altro in una serie di conferenze tenute anche in Italia - insistono sul rapporto tra libertà economica e federalismo competitivo. Coerentemente con le nuove realtà della "globalizzazione": emergono strutture politiche effettivamente ispirate al principio della sussidiarietà. Il federalismo consente all'organizzazione politica di attrezzarsi con un sistema di concorrenza simile a quello che opera nei mercati, e che impone nuove forme di disciplina agli attori politici. Il punto è: quale e quanta delega devono ricevere queste strutture dal "centro"? come deve essere concepita - in poteri ed estensione - questa autorità centrale? Come, in definitiva, si prospettano le possibilità di una vera concorrenza politica a l'inizio del nuovo secolo?
Chissà se sono problemi "di destra" o "di sinistra". E se a risolverli saranno liberisti (di destra) o liberali (di sinistra).
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Economia