RASSEGNA STAMPA

19 GENNAIO 2001
DANIELE ABBIATI
Al "club degli scettici" le iscrizioni sono sempre aperte
Un dossier sull'ultimo numero del "Magazine littéraire" rilancia l'indirizzo filosofico nato col presocratico Pirrone di Elide
Molti grandi come Pascal, Montaigne e Hume alimentarono le loro dottrine con quei concetti. Che forse hanno radici orientali
C'è chi dice "no". Continua a ripeterlo da millenni non per banale spirito da bastian contrario ma perché dire "si" comporterebbe la fine del più affascinante dei giochi, la filosofia. Quelli che dicono "no" sono gli scettici. Tuttavia il loro non è un "no" definitivo, dogmatico (altrimenti varrebbe come il "si" ... ). Piuttosto, è un "non ancora", un "non ci siamo", un "però". Questi signori indossano volentieri i panni dei rompiballe ma senza essere animati da una radicale opposizione alla cultura imperante. Al contrario, non di rado esortano a vivere dentro la società, addirittura ricoprendovi cariche importanti. Prendiamo a esempio Pirrone di Elide, considerato il fondatore della scepsi, tanto che scetticismo e pirronismo sono diventati e continuano a essere sinonimi. "Fu tanto onorato dalla sua patria - scrive Diogene Laerzio - da essere eletto sommo sacerdote e, per causa sua, fu decretato che tutti i filosofi fossero esenti da tasse". Decisamente, un successo che va oltre le più rosee previsioni.
Ma il bello dello scetticismo è un'altro, meno prosaico: il suo essere trasversale, fuori dagli schieramenti e dal tempo perché di tutti i tempi. C'è, lo scetticismo teistico di Archiloco ed Euripide, quello aporistico di Zenone (il velocissimo Achille che non raggiunge la lentissima tartaruga ... ), quello dialettico di Socrate, quello vagamente sapienziale del sommo Platone. Poi vennero i vari maquillage dell'Accademia, il mattatore Cicerone, la medicina empirica. Siamo sempre nella rassicurante culla della civiltà, il nostro amatissimo Mediterraneo. Dove di giorno splende il sole greco e italico e la sera, banchettando, ci s'interroga sui perché del mondo.
Ma ecco che l'idillio arcadico viene prima disturbato, quindi addirittura rotto dall'intrusione dei monoteismi. Un solo Dio (chiunque egli sia), un solo pensiero. Fine delle trasmissioni? Tutt'altro. Il fertile oscurantismo medievale e i suoi succosi frutti maturati nella calda serra della fede alimentano oltre un millennio di cultura. Inoltre la terra continua a covare i semi dello scetticismo che assume altre forme, a esempio quella del nominalismo, prima messo a tema da Roscellino di Compiègne nell'XI secolo, poi condotto alle estreme conseguenze nel XIV da Guglielmo da Ockham, per il quale da un lato l'universale (cioè il concetto, l'attributo, il predicato, il giudizio) non esiste fuori del pensiero, dall'altro natura occulte operatur in universalibus. "Tranne lui e i suoi discepoli - scrive lo storico della filosofia medievale Etienne Gilson a proposito del pensatore inglese -, non si può citare altri che Descartes che abbia sostenuto che, se Dio l'avesse voluto, avrebbe potuto essere un atto meritorio odiarlo". Non male per un francescano, per quanto marchiato ufficialmente come eretico.
Ma per il ritorno dello scetticismo in grande stile occorre ancora un po' di pazienza. Uscito dalle abbazie, infatti, il Pensiero entra nelle corti: s'alza il sipario sul colossale spettacolo rinascimentale, durante il quale si preferisce lasciare da parte alcune domande scomode per dedicarsi anima e corpo alla bellezza. Però i problemi rimangono.
Antonio Russo, che curò oltre vent'anni fa il volume dedicato agli Scettici antichi (Utet) individua gli estremi della seconda vita dello scetticismo: crisi del Rinascimento e problematica post-kantiana (e la terza vita, iniziata dalla crisi dell'idealismo moderno e dello scientismo positivistico, continua ancora). E chi fu l'uomo che diede la decisiva spallata, volontaria o no, a quei due secoli d'oro? Michel de Montaigne. Lo lascia intendere anche Sylvia Giocanti sull'ultimo numero del Magazine littéraire. La rivista francese dedica un corposo dossier al "Ritorno degli scettici": si parte da Metrodoro di Chio e si arriva a Stanley Cavell, esponente della rinascita della scepsi nel secolo scorso.
Un lungo percorso che passa anche per la scuola di Port-Royal, de La Mothe Le Vayer, Gassendi, Cyrano, Pascal, Bayle, Hume, Wittgenstein, Quine, Stroud... Ai quali si possono applicare, con opportune gradazioni, quegli aggettivi che già Diogene Laerzio applicava ai seguaci di Pirrone: zetetici o ricercatori, efettici o sospensori del giudizio, aporetici o dubitanti, scettici o indagatori. Il cerchio si chiude in ossequio all'eterno ritorno, ma, se vogliamo, si trasforma in una spirale che ci porta, a ritroso nel tempo e nello spazio, fuori dal bacino mediterraneo e oltre la diatriba analitici-continentali oggi in auge.
E' sufficiente tornare a Pirrone. Discepolo di Anassarco (intimo di Alessandro Magno), lo seguì, dice Diogene Laerzio, "e lo accompagnò dovunque nei suoi viaggi, così che ebbe la possibilità di avere rapporti con i Gimnosofisti in India e con i Magi. Di qui attinse maggiore stimolo per le sue convinzioni filosofiche e pare che egli si aprì la via più nobile nella filosofia, in quanto introdusse e adottò i principi dell'acatalessia (cioè della irrappresentabilità o incomprensione delle cose) e dell'epoché (cioè della sospensione del giudizio). Pirrone diceva che niente è bello né brutto, niente è giusto né ingiusto, e similmente applicava a tutte le cose il principio che nulla esiste in verità e sosteneva che tutto ciò che gli uomini fanno accade per convenzione e per abitudine, e che ogni cosa non è più questo che quello". Percepiamo un vago, orientaleggiante sentore di nirvana, forse più fisico che spirituale, la voglia di spogliarsi delle certezze per indossare la nudità del dubbio. Ma senza averne la certezza, come insegna Metrodoro di Chio: "Nessuno di noi sa nulla e neppure questa cosa stessa, se sappiamo o non sappiamo". Un pensiero né forte né debole, un pensiero che non si applica soltanto a ciò che sta fuori ma s'interroga anche e soprattutto su se stesso. Come la bestia alla macina del mulino, il filosofo scettico gira in tondo, umile e insoddisfatto. E la sua sterile domanda di chiarezza, di certezza, produce farina con la quale altri produrranno pane.
Alla lontana, sarà anche un po' farina del suo sacco.
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Storia della filosofia