RASSEGNA STAMPA

19 GENNAIO 2001
GIANCARLO BOSETTI
La notte di Isaiah Berlin
Dibattito sull’illuminismo
Che cosa significa oggi essere illuministi? L’intervento di Giancarlo Bosetti che qui pubblichiamo prende spunto da un articolo di Eugenio Scalfari uscito su queste pagine il 3 dicembre scorso con il titolo "I lumi del secolo non sono più di moda". Più in generale l’articolo di Bosetti segue il dibattito che è scaturito dall’intervento di Scalfari. Allo scambio di idee su questo tema hanno partecipato anche Franco Volpi (l’8 dicembre) e Sebastiano Maffettone (il 30 dicembre). Un commento di Umberto Eco intitolato "La forza del senso comune" è stato pubblicato il 31 dicembre. Sergio Givone è intervenuto il 2 gennaio, Gianni Vattimo il 4, Roberto Esposito il 6 e Sergio Moravia il 10 di questo stesso mese.
La discussione aperta da Eugenio Scalfari sull'Illuminismo contiene già diverse possibili diramazioni: se oggi assumere le difese della cultura dei Lumi non sia "controcorrente" più che schierarsi con i suoi vari nemici; se quella medesima contrapposizione abbia ancora senso; se le accuse di utopismo, astrattezza universalistica, determinismo rivolte all'Illuminismo siano anche solo in parte meritate. E infine perché lo stesso Isaiah Berlin fosse così attratto dallo studio dei nemici della "ragione" al punto da suscitare il sospetto che il suo cuore stesse con loro, con i romantici, con gli Herder, i Kierkegaard, gli Hamann più che con i philosophes. Io parto da quest'ultima domanda, che ha il vantaggio di essere più circoscritta e precisa: "da che parte stava" il cuore di Sir Isaiah, perché confido che se riusciamo rispondere bene a questa - che ha in effetti, almeno in apparenza, il carattere di un thriller filosofico - troviamo almeno una parte delle risposte alle altre. E questa domanda - aggiungo - mi piace molto per una ragione egoistica: me la sono posta varie volte anch'io, non unico, negli anni, quando Berlin era ancora vivo, l'ho posta a lui, e con l'aiuto dei suoi scritti, delle sue conversazioni e di alcuni altri studiosi, penso qualche volta di intravedere una risposta. Anche se mi rovino un po' il colpo di scena finale, per chiarezza di svolgimento vi anticipo la conclusione: Isaiah Berlin fece uso a piene mani degli autori del versante romantico e irrazionalistico, "oscuro" o "notturno" della storia del pensiero, amava anche sinceramente alcuni di loro per avere "praticato" la loro mente, ma "non stava dalla loro parte" in alcun modo. Essi erano parte del problema anche se del problema a volte sapevano offrire una meravigliosa visione, proprio come un grande nevrotico, che si presenta come un problema, può dare un bellissimo contributo alla storia dell'analisi psichica perché talvolta è quello che ci fa vedere la soluzione. Che gli heideggeriani, i nichilisti e i debolisti di ogni genere (cito uno per tutti: Vattimo, il più bravo e - Habermas direbbe - il più urbanisiert) non si allarmino perché non sto cercando di "psichiatrizzarli" alla maniera degli stalinisti, sto dicendo che Berlin cerca e raccoglie le confidenze di alcuni di loro per descrivere le loro ossessioni (il caso più evidente è quello di Johann Georg Hamann, che Berlin considera un "fanatico", "un po' pazzo") per ricavarne una migliore conoscenza dell'animo umano, ma anche dei limiti, dei pericoli, dei vizi gravi e molto nocivi che affliggono "gli altri", i razionalisti, i presunti "normali", con i loro eccessi, e le loro patologie. E' come aiutarsi con Hitler per capire Stalin, con le perversioni del nazionalismo per capire le perversioni del costruttivismo comunista e dell'ingegneria sociale applicata alle masse, sterminio di kulaki compreso. Isaiah Berlin sapeva benissimo di maneggiare una materia altamente esplosiva, assai dolente e totalmente mescolata ai guai e ai massacri del secolo trascorso, guai che negli anni Novanta si sono riaffacciati con le pulizie etniche nei Balcani. Berlin aveva già personalmente riproposto i suoi vecchi studi su Hamann (con Il Mago del Nord) proprio per questa ragione. Era il suo modo di "parlare" dei violenti nazionalismi post-comunisti. Prima ancora di pubblicare il libro, nel '93 mi aveva affidato durante le vacanze a Paraggi, per i primi numeri di Reset che esordiva di lì a poco, un vecchio dattiloscritto su Hamann. Perché? Perché, mi spiegò, "cercavo l'uomo che per primo gettò la bomba contro l'Illuminismo e l'ho trovato in questo contemporaneo e concittadino di Kant - era di Koenigsberg anche lui - e ne siamo ancora tutti vittime". Che cosa voleva dire? Che la tradizione di pensiero antirazionalistica, anticartesiana, o antiplatonica, quella che possiamo chiamare variamente e un po' arbitrariamente storicistica, romantica, esistenzialistica, soggettivistica, quella di Vico, Herder, Goethe (e nella quale Hamann è pienamente inscritto) ha avuto il merito di rompere con la "philosophia perennis", con quello che è stato per duemilacinquecento anni il cuore della vita filosofica dell'umanità, il principio che la verità sia una sola.
Con il Romanticismo questa unità, questo monismo della verità si rompe. Comincia Vico: la verità dipende dal centro di gravità di una cultura, dipende dall'epoca. Prosegue Herder: dipende dal luogo, dal clima, dalla varietà dei costumi. Questa scoperta apre la strada a una novità sconvolgente: il pluralismo. Hamann rappresenta una posizione rilevante su questo medesimo percorso, ma lui lancia una sfida "dinamitarda"; invece di ricavare dal pluralismo la lezione della tolleranza (come Herder) esagera con una violenza distruttiva verso la diversità degli "altri" e mette le basi del nazionalismo, inaugura una fonte inquinata che non ha ancora finito di distribuire i suoi veleni. Se era comprensibile e necessaria una reazione alle eccessive pretese di uniformità dell'universalismo e del costruttivismo razionalistico, la reazione eccessiva di segno opposto edifica anche l'altra ala di quella specie di arsenale da cui sono uscite tutte le disgrazie della storia contemporanea.
Soffriamo - ancora parole di Berlin - di un male duplice: "eccesso di uniformità sul versante illuministico ed estremismo della reazione romantica". L'unica reazione terapeutica davvero salutare sta nel concepire la convivenza di valori che si presentano come diversi, e spesso confliggenti, eppure ugualmente umani ed ugualmente aspiranti a veder riconosciuta la loro validità. Non basta accettare l'esistenza del pluralismo, che già certo è una buona cosa. Salvatore Veca, al quale si deve la pubblicazione in Italia di un libro molto importante e forse il più noto di Berlin, Quattro saggi sul concetto di libertà, ha sintetizzato così il pluralismo, più esigente, del nostro autore: "Molti e differenti sono i valori ultimi, i fini cui gli esseri umani possono aspirare restando pienamente umani, e mantenendo la capacità di riconoscersi e mutuamente comprendersi". Gli ideali buoni, in numero non infinito, sono tanti, diversi. E confliggono. E se confliggono bisogna scegliere. Ma la scelta non deve finire in massacro. Quindi, moderazione. Ancora Berlin: "Ripeto le parole dell'oracolo di Delfi: "non andate troppo lontano". Voglio dire, non spingetevi troppo in là. Di nulla troppo". E' la massima di una filosofia liberale dell'antieccesso, non semplicemente di un illuminista ma di un "anti-antiilluminista" (Veca). Questo del thriller potrebbe sembrare il finale. Invece non è così: c'è un controfinale. Viene infatti da chiedersi, a questo punto: se la conclusione di Berlin è, di fronte ai pericoli, da una parte e dall'altra, troppa ragione e troppo poca, quella di dire "non esagerate", allora Berlin rappresenta una via di mezzo tra Illuminismo e non? Ed è una idea sensata quella di collocarlo "fuori" del progetto dei Lumi causa delle sue intense frequentazioni romantiche? La risposta è decisamente: no. Per molte ragioni, di cui qui posso dirne soltanto una. La lezione di Berlin, di tutta la sua traiettoria intellettuale e politica è forse il più aguzzo sviluppo di uno dei "pacchetti" centrali delle idee illuministiche. Si tratta del "pacchetto" kantiano che va sotto il nome di legno storto.
"Da un legno storto, come quello di cui l'uomo è fatto, non può uscire nulla di interamente diritto". Kant impiegava questa immagine per dire dei limiti entro i quali è possibile perseguire un progetto politico razionale: tradurre in realtà degli ideali è possibile a condizione che non si aspiri a realizzare in terra uno "stato perfetto", soprattutto se si confida in "governanti perfetti". Vi si oppone la natura umana, carica di difetti irriducibili. Berlin ha intitolato così la raccolta dei suoi scritti degli ultimi anni (Il legno storto dell'umanità). Ed il saggio più importante, che è il discorso pronunciato a Torino per l'accettazione del premio Senatore Agnelli nel 1988, contiene la più compiuta formulazione del pluralismo degli ideali e della necessità di perseguirli nei limiti di una visione realistica della natura umana, ed ammaestrati dalla lezione di Machiavelli, Vico, Herder. E soprattutto di Kant, il cui pensiero contiene la principale sintesi filosofica dell'Illuminismo. Ma non si tratta solo di un legame filologico con il più importante pensatore di Koenigsberg; la stessa idea della mutua intellegibilità degli ideali umani, pur diversi e confliggenti, è alle radici di quella "etica del discorso" che coglie nel linguaggio le premesse per una comunicazione razionale tra gli appartenenti alla nostra specie. Quel "calcolemus" che Umberto Eco individua, con Leibniz, come modo per cercare soluzioni ragionevoli e pragmatiche ai conflitti, presuppone molte più cose di quelle che di solito le filosofie postmoderniste hanno voglia di riconoscere, dal momento che qualunque "fondamento" o "premessa" razionale mette in crisi il loro rifiuto di ogni genere di entità "sottostante". Ma senza scomodare adesso nessuna metafisica, e senza confondere Berlin con Habermas, così diverso per tantissime ragioni, si può ben riconoscere la collocazione illuministica del pensiero di Berlin. E rispondere alla domanda su "da che parte sta", se non l'intero suo cuore, almeno l'intera sua testa. Certo ha ragione Scalfari quando rivendica una visione più adeguata del bagaglio dell'Illuminismo francese, che Berlin non ha approfondito con la stessa passione che ha dedicato ai suoi amati autori baltici e russi. Spesso la rappresentazione "cimiteriale", dogmatica e astratta dei philosophes precettori della Ragione trascura che essi erano consapevoli del "pacchetto" del "legno storto" sicuramente molto più di Robespierre, con il quale non vanno confusi. In particolare Diderot. E non solo per la molteplice "concretezza" delle loro attività scientifiche, tecniche, imprenditoriali (l'Encyclopédie), ma anche per chiarezza teorica. Sono tipici tratti degli illuministi francesi la rivendicazione del diritto all'errore e al dubbio. "Si deve esigere da me che io cerchi la verità, non già che la trovi", scriveva Diderot nelle Pensées philosophiques, la difesa dello scetticismo: "Ciò che non è mai stato posto in questione non è affatto provato". E anche nella sfera politica Diderot sapeva bene che il perseguimento di un ideale di progresso non dava esiti univoci: la visione della avanzata delle umane sorti, anche in epoca di Lumi, era temperata dalla convinzione che la perdita di una condizione naturale di innocenza comportava anche una decadenza morale e che, per di più, nella civilizzazione si annidava il rischio della tirannide. "Diffidate di colui che vuol mettere ordine", diceva Diderot. "Di nulla, troppo", direbbe Berlin, il legno è storto.
La filosofia dell'antieccesso, come vedete, non lo allontanava dai fondatori del mondo moderno.
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