| Che cosa significa oggi essere illuministi? L’intervento di
Giancarlo Bosetti che qui pubblichiamo prende spunto da
un articolo di Eugenio Scalfari uscito su queste pagine il 3
dicembre scorso con il titolo "I lumi del secolo non sono più
di moda".
Più in generale l’articolo di Bosetti segue il dibattito che è
scaturito dall’intervento di Scalfari. Allo scambio di idee su
questo tema hanno partecipato anche Franco Volpi (l’8
dicembre) e Sebastiano Maffettone (il 30 dicembre). Un
commento di Umberto Eco intitolato "La forza del senso
comune" è stato pubblicato il 31 dicembre. Sergio Givone è
intervenuto il 2 gennaio, Gianni Vattimo il 4, Roberto
Esposito il 6 e Sergio Moravia il 10 di questo stesso mese. |
La discussione aperta da Eugenio Scalfari sull'Illuminismo
contiene già diverse possibili diramazioni: se oggi assumere
le difese della cultura dei Lumi non sia "controcorrente" più
che schierarsi con i suoi vari nemici; se quella medesima
contrapposizione abbia ancora senso; se le accuse di
utopismo, astrattezza universalistica, determinismo rivolte
all'Illuminismo siano anche solo in parte meritate. E infine
perché lo stesso Isaiah Berlin fosse così attratto dallo studio
dei nemici della "ragione" al punto da suscitare il sospetto
che il suo cuore stesse con loro, con i romantici, con gli
Herder, i Kierkegaard, gli Hamann più che con i
philosophes. Io parto da quest'ultima domanda, che ha il
vantaggio di essere più circoscritta e precisa: "da che parte
stava" il cuore di Sir Isaiah, perché confido che se riusciamo
rispondere bene a questa - che ha in effetti, almeno in
apparenza, il carattere di un thriller filosofico - troviamo
almeno una parte delle risposte alle altre. E questa domanda
- aggiungo - mi piace molto per una ragione egoistica: me la
sono posta varie volte anch'io, non unico, negli anni, quando
Berlin era ancora vivo, l'ho posta a lui, e con l'aiuto dei suoi
scritti, delle sue conversazioni e di alcuni altri studiosi, penso
qualche volta di intravedere una risposta. Anche se mi
rovino un po' il colpo di scena finale, per chiarezza di
svolgimento vi anticipo la conclusione: Isaiah Berlin fece uso
a piene mani degli autori del versante romantico e
irrazionalistico, "oscuro" o "notturno" della storia del
pensiero, amava anche sinceramente alcuni di loro per
avere "praticato" la loro mente, ma "non stava dalla loro
parte" in alcun modo. Essi erano parte del problema anche
se del problema a volte sapevano offrire una meravigliosa
visione, proprio come un grande nevrotico, che si presenta
come un problema, può dare un bellissimo contributo alla
storia dell'analisi psichica perché talvolta è quello che ci fa
vedere la soluzione. Che gli heideggeriani, i nichilisti e i
debolisti di ogni genere (cito uno per tutti: Vattimo, il più
bravo e - Habermas direbbe - il più urbanisiert) non si
allarmino perché non sto cercando di "psichiatrizzarli" alla
maniera degli stalinisti, sto dicendo che Berlin cerca e
raccoglie le confidenze di alcuni di loro per descrivere le
loro ossessioni (il caso più evidente è quello di Johann
Georg Hamann, che Berlin considera un "fanatico", "un po'
pazzo") per ricavarne una migliore conoscenza dell'animo
umano, ma anche dei limiti, dei pericoli, dei vizi gravi e
molto nocivi che affliggono "gli altri", i razionalisti, i presunti
"normali", con i loro eccessi, e le loro patologie. E' come
aiutarsi con Hitler per capire Stalin, con le perversioni del
nazionalismo per capire le perversioni del costruttivismo
comunista e dell'ingegneria sociale applicata alle masse,
sterminio di kulaki compreso. Isaiah Berlin sapeva
benissimo di maneggiare una materia altamente esplosiva,
assai dolente e totalmente mescolata ai guai e ai massacri
del secolo trascorso, guai che negli anni Novanta si sono
riaffacciati con le pulizie etniche nei Balcani. Berlin aveva già
personalmente riproposto i suoi vecchi studi su Hamann
(con Il Mago del Nord) proprio per questa ragione. Era il
suo modo di "parlare" dei violenti nazionalismi
post-comunisti. Prima ancora di pubblicare il libro, nel '93
mi aveva affidato durante le vacanze a Paraggi, per i primi
numeri di Reset che esordiva di lì a poco, un vecchio
dattiloscritto su Hamann. Perché? Perché, mi spiegò,
"cercavo l'uomo che per primo gettò la bomba contro
l'Illuminismo e l'ho trovato in questo contemporaneo e
concittadino di Kant - era di Koenigsberg anche lui - e ne
siamo ancora tutti vittime". Che cosa voleva dire? Che la
tradizione di pensiero antirazionalistica, anticartesiana, o
antiplatonica, quella che possiamo chiamare variamente e un
po' arbitrariamente storicistica, romantica, esistenzialistica,
soggettivistica, quella di Vico, Herder, Goethe (e nella quale
Hamann è pienamente inscritto) ha avuto il merito di
rompere con la "philosophia perennis", con quello che è
stato per duemilacinquecento anni il cuore della vita
filosofica dell'umanità, il principio che la verità sia una sola.
Con il Romanticismo questa unità, questo monismo della
verità si rompe. Comincia Vico: la verità dipende dal centro
di gravità di una cultura, dipende dall'epoca. Prosegue
Herder: dipende dal luogo, dal clima, dalla varietà dei
costumi. Questa scoperta apre la strada a una novità
sconvolgente: il pluralismo. Hamann rappresenta una
posizione rilevante su questo medesimo percorso, ma lui
lancia una sfida "dinamitarda"; invece di ricavare dal
pluralismo la lezione della tolleranza (come Herder) esagera
con una violenza distruttiva verso la diversità degli "altri" e
mette le basi del nazionalismo, inaugura una fonte inquinata
che non ha ancora finito di distribuire i suoi veleni. Se era
comprensibile e necessaria una reazione alle eccessive
pretese di uniformità dell'universalismo e del costruttivismo
razionalistico, la reazione eccessiva di segno opposto
edifica anche l'altra ala di quella specie di arsenale da cui
sono uscite tutte le disgrazie della storia contemporanea.
Soffriamo - ancora parole di Berlin - di un male duplice:
"eccesso di uniformità sul versante illuministico ed
estremismo della reazione romantica". L'unica reazione
terapeutica davvero salutare sta nel concepire la convivenza
di valori che si presentano come diversi, e spesso
confliggenti, eppure ugualmente umani ed ugualmente
aspiranti a veder riconosciuta la loro validità. Non basta
accettare l'esistenza del pluralismo, che già certo è una
buona cosa. Salvatore Veca, al quale si deve la
pubblicazione in Italia di un libro molto importante e forse il
più noto di Berlin, Quattro saggi sul concetto di libertà, ha
sintetizzato così il pluralismo, più esigente, del nostro autore:
"Molti e differenti sono i valori ultimi, i fini cui gli esseri
umani possono aspirare restando pienamente umani, e
mantenendo la capacità di riconoscersi e mutuamente
comprendersi". Gli ideali buoni, in numero non infinito, sono
tanti, diversi. E confliggono. E se confliggono bisogna
scegliere. Ma la scelta non deve finire in massacro. Quindi,
moderazione. Ancora Berlin: "Ripeto le parole dell'oracolo
di Delfi: "non andate troppo lontano". Voglio dire, non
spingetevi troppo in là. Di nulla troppo". E' la massima di
una filosofia liberale dell'antieccesso, non semplicemente di
un illuminista ma di un "anti-antiilluminista" (Veca). Questo
del thriller potrebbe sembrare il finale. Invece non è così: c'è
un controfinale. Viene infatti da chiedersi, a questo punto: se
la conclusione di Berlin è, di fronte ai pericoli, da una parte
e dall'altra, troppa ragione e troppo poca, quella di dire
"non esagerate", allora Berlin rappresenta una via di mezzo
tra Illuminismo e non? Ed è una idea sensata quella di
collocarlo "fuori" del progetto dei Lumi causa delle sue
intense frequentazioni romantiche? La risposta è
decisamente: no. Per molte ragioni, di cui qui posso dirne
soltanto una. La lezione di Berlin, di tutta la sua traiettoria
intellettuale e politica è forse il più aguzzo sviluppo di uno
dei "pacchetti" centrali delle idee illuministiche. Si tratta del
"pacchetto" kantiano che va sotto il nome di legno storto.
"Da un legno storto, come quello di cui l'uomo è fatto, non
può uscire nulla di interamente diritto". Kant impiegava
questa immagine per dire dei limiti entro i quali è possibile
perseguire un progetto politico razionale: tradurre in realtà
degli ideali è possibile a condizione che non si aspiri a
realizzare in terra uno "stato perfetto", soprattutto se si
confida in "governanti perfetti". Vi si oppone la natura
umana, carica di difetti irriducibili. Berlin ha intitolato così la
raccolta dei suoi scritti degli ultimi anni (Il legno storto
dell'umanità). Ed il saggio più importante, che è il discorso
pronunciato a Torino per l'accettazione del premio Senatore
Agnelli nel 1988, contiene la più compiuta formulazione del
pluralismo degli ideali e della necessità di perseguirli nei
limiti di una visione realistica della natura umana, ed
ammaestrati dalla lezione di Machiavelli, Vico, Herder. E
soprattutto di Kant, il cui pensiero contiene la principale
sintesi filosofica dell'Illuminismo. Ma non si tratta solo di un
legame filologico con il più importante pensatore di
Koenigsberg; la stessa idea della mutua intellegibilità degli
ideali umani, pur diversi e confliggenti, è alle radici di quella
"etica del discorso" che coglie nel linguaggio le premesse
per una comunicazione razionale tra gli appartenenti alla
nostra specie. Quel "calcolemus" che Umberto Eco
individua, con Leibniz, come modo per cercare soluzioni
ragionevoli e pragmatiche ai conflitti, presuppone molte più
cose di quelle che di solito le filosofie postmoderniste hanno
voglia di riconoscere, dal momento che qualunque
"fondamento" o "premessa" razionale mette in crisi il loro
rifiuto di ogni genere di entità "sottostante". Ma senza
scomodare adesso nessuna metafisica, e senza confondere
Berlin con Habermas, così diverso per tantissime ragioni, si
può ben riconoscere la collocazione illuministica del
pensiero di Berlin. E rispondere alla domanda su "da che
parte sta", se non l'intero suo cuore, almeno l'intera sua
testa. Certo ha ragione Scalfari quando rivendica una
visione più adeguata del bagaglio dell'Illuminismo francese,
che Berlin non ha approfondito con la stessa passione che
ha dedicato ai suoi amati autori baltici e russi. Spesso la
rappresentazione "cimiteriale", dogmatica e astratta dei
philosophes precettori della Ragione trascura che essi erano
consapevoli del "pacchetto" del "legno storto" sicuramente
molto più di Robespierre, con il quale non vanno confusi. In
particolare Diderot. E non solo per la molteplice
"concretezza" delle loro attività scientifiche, tecniche,
imprenditoriali (l'Encyclopédie), ma anche per chiarezza
teorica. Sono tipici tratti degli illuministi francesi la
rivendicazione del diritto all'errore e al dubbio. "Si deve
esigere da me che io cerchi la verità, non già che la trovi",
scriveva Diderot nelle Pensées philosophiques, la difesa
dello scetticismo: "Ciò che non è mai stato posto in
questione non è affatto provato". E anche nella sfera politica
Diderot sapeva bene che il perseguimento di un ideale di
progresso non dava esiti univoci: la visione della avanzata
delle umane sorti, anche in epoca di Lumi, era temperata
dalla convinzione che la perdita di una condizione naturale
di innocenza comportava anche una decadenza morale e
che, per di più, nella civilizzazione si annidava il rischio della
tirannide. "Diffidate di colui che vuol mettere ordine", diceva
Diderot. "Di nulla, troppo", direbbe Berlin, il legno è storto.
La filosofia dell'antieccesso, come vedete, non lo
allontanava dai fondatori del mondo moderno. |