RASSEGNA STAMPA

19 GENNAIO 2001
EDDY CARLI
L'agire filosofico di Anscombe
Scompare con Elisabeth Anscombe, l'allieva prediletta di Wittgenstein, un'altra figura chiave della filosofia contemporanea. Nonostante i suoi ottantuno anni, insegnava a Cambridge fino a ancora poco tempo fa
Elizabeth Anscombe era l'allieva prediletta di Ludwig Wittgenstein, tanto che divenne la scrupolosa esecutrice testamentaria del suo lascito filosofico insieme a Georg H. von Wright. Del maestro viennese proseguì il lavoro filosofico, non tanto nei contenuti, quanto nella metodologia, lasciando alla filosofia analitica un'eredità preziosa, ovvero l'invito a una indagine non solo "linguistica" bensì condotta sull'agire umano: è infatti con la sua opera che si è sviluppata quella "filosofia dell'azione" la quale, prendendo origine dal pensiero di Aristotele, è giunta a influenzare l'attuale filosofia del linguaggio e la filosofia della mente, fino a estendere i suoi influssi alle scienze cognitive.
Nell'aprile del 2000, la Cambridge University Press pubblicò una raccolta di saggi in onore di Elisabeth Anscombe, Logic, Cause and Action, che comprendeva contributi di alcuni tra i maggiori filosofi analitici contemporanei, come Michael Dummett e Peter Geach. Ma la fama della quale godeva Anscombe era già saldamente ancorata ai suoi lavori precedenti, Intention (1957), Three Philosophers (1961), On Practical Reasoning (1978), An Introduction to Wittgenstein's Tractatus e Collected Philosophical Papers, (1981).
Aveva cominciato a studiare filosofia nella Oxford degli anni Quaranta, subendo l'influenza e il fascino del grande maestro Wittgenstein, al punto che i suoi allievi la descrivevano con toni manieristici a evidenziarne la somiglianza persino nel tono della voce, nel modo di camminare e di atteggiarsi. Ma al tempo stesso, Anscombe giunse a emanciparsi da Wittgenstein proprio attraverso lo studio di quella filosofia classica che per lui coincideva con la tradizione da cui prendere le distanze.
Sebbene siano tanti i temi di cui Elisabeth Anscombe si è occupata - dalla metafisica alla filosofia politica e all'etica, da Parmenide a Wittgenstein - un filo unitario ha tenuto insieme il suo percorso filosofico: un filo che riguarda l'indagine dello stato mentale dell'intenzione e del suo rapporto con l'azione, con l'agire pratico, già da Aristotele messo a fuoco con la teoria del sillogismo pratico, elaborata nell'Etica Nicomachea.
E' datato 1957 il libro più importante di Elisabeth Anscombe, Intention, nel quale veniva esplicitato, più a fondo di quanto già non fosse avvenuto in scritti precedenti, il legame di Wittgenstein con Aristotele, il filosofo con il quale Anscombe confrontò il suo intero percorso speculativo: nel 1961, nel volume scritto assieme al marito, il filosofo Peter Geach, Three Philosophers. Aristotle, Aquinas, Frege esplicitava, infatti, quanto l'eredità del pensiero aristotelico avesse pesato per i filosofi di scuola analitica, nei vari ambiti, dalla logica alla teoria del significato, ma soprattutto nell'analisi dell'azione. E' dunque da un intreccio tra il rigore metodologico della logica "classica" (di Russell e del "primo" Wittgenstein) e il pensiero di Aristotele, che prende avvio la "filosofia dell'azione" di Anscombe, i cui temi - tra cui il problema dell'intenzione, il rapporto cause-ragioni, la differenza tra azione "basica" e azione volontaria - si ritrovano ancora oggi in gran parte del dibattito sulla mente e l'azione.
Anscombe ha avuto il merito di dare al fenomeno dell'intenzione quel ruolo di rilievo che ha poi mantenuto nei successivi dibattiti sulla filosofia dell'azione tra i filosofi analitici, rilevando come uno stesso comportamento possa apparire intenzionale sotto una certa descrizione e non intenzionale in un'altra; e, dunque, come la spiegazione dipenda strettamente dal modo in cui noi descriviamo quel comportamento e quindi lo comprendiamo come azione. In questa analisi dell'azione intenzionale, si rivelano fondamentali per Anscombe la teoria del "sillogismo pratico" di Aristotele e la differenza tra "cause e ragioni", evidenziata da Wittgenstein.
La spiegazione di Anscombe si pose in netto contrasto con il modello esplicativo, di eredità neopositivista, fornito dalla razionalità scientifica di tipo puramente causale, che riconduce le spiegazioni dell'azione nella medesima struttura logica di quelle naturali. Per quanto il modello induttivo sia più debole, perché non fa appello a leggi rigorose, l'argomento della spiegazione causale non coglie il fatto che le azioni vengono spiegate in termini teleologici, facendo dunque appello ai fini per i quali vengono compiute. E' per questo che un modello più adeguato per la comprensione dell'azione umana ci è fornito, secondo Anscombe, dal sillogismo pratico di tipo aristotelico, un sillogismo diverso da quello scientifico, che si pone l'obiettivo di comprendere l'azione umana, i suoi scopi, le sue mire. L'azione deve essere descrivibile tramite l'inferenza pratica e la spiegazione dell'azione deve richiamarsi a intenzioni, credenze e scopi dell'agente. Per Anscombe non ci sono intenzioni senza azioni, poiché un'intenzione non compiuta non è nemmeno descrivibile.
L'indagine sull'intenzione condotta da Anscombe, prese avvio dall'analisi dei diversi usi dell'"intenzione" nel linguaggio ordinario per giungere alla descrizione delle azioni intenzionali, ovvero quelle alle quali è possibile applicare la domanda "perché?", almeno nel senso che legittima una risposta a tale domanda. Da ciò deriva il fatto che un'azione intenzionale dipende dalla descrizione che ne viene data. Tuttavia, non esiste una descrizione privilegiata, ma ve sono, invece, diverse: tutte vere, tutte rispondenti alla domanda "perché?", nel loro indicare talune intenzioni. Dunque, l'intenzione, collegandosi a una descrizione, non equivale a uno stato mentale privato e interiore, ma risulta suscettibile di un determinato controllo pubblico. Anscombe, come Wittgenstein, giungeva in questo modo ad una critica radicale delle posizioni mentaliste della tradizione filosofica e forniva un importante contributo alla distinzione fra spiegazione e comprensione, affermando il primato di quest'ultima nel campo dell'agire umano. E' questa la ricerca che l'ha accompagnata nel corso del suo decennale percorso filosofico.
"Gran parte del mio lavoro ha avuto a che fare con l'intenzione - affermava Anscombe in un'intervista del 1990. Come qualsiasi altro oggetto, l'azione ha molte descrizioni che possono rivelarsi vere. Sotto una certa descrizione l'azione può rivelarsi intenzionale. Ma non tutte le intenzioni che un agente pensa di tradurre in azioni sono in effetti delle azioni vere. Ad esempio, tutti noi pensiamo di fare del bene per noi stessi, ma questo non significa che lo facciamo veramente".
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