Il genio di Sant'Alfonso, fratello spirituale di
Genovesi | DIRITTO E MORALE DEL '700 EUROPEO, UN CONVEGNO A PAGANI SUL
TEOLOGO DEGLI ULTIMI |
| In un frammento del suo Journal Mircea Eliade dice che il cattolicesimo fa parte
della dimensione metafisica dell'anima italiana. Io non so se esiste qualcosa di
simile a una dimensione metafisica. Credo però che esistano le strutture
spirituali che danno consistenza al nostro mondo interiore anche se penso che
esse si compongano e si decompongano nel corso della difficile e
contraddittoria storia lungo la quale si costruisce la nostra identità. Ora, il
cattolicesimo è di sicuro una struttura permanente dell'animo italiano e
specialmente dell'animo dell'italiano meridionale. Nella sua permanenza,
ovviamente, tale struttura si è conformata in modi diversi in tempi diversi. E
questo per l'opera di coloro che, di volta in volta, hanno saputo riplasmarla in
maniera da metterla in condizioni di affrontare i problemi proposti dall'incalzante
mutare dei tempi.
Uno di questi è sicuramente Alfonso Maria dei Liguori, il santo dell'epoca dei
lumi, come lo ha definito il suo più recente e importante biografo, Th. Rey
Mermet. A lui è non a caso dedicato, domani e dopodomani a Pagani (Salerno),
un grande convegno sul tema: "S. Alfonso e le ragioni degli ultimi. Diritto e
morale del '700 europeo". Nessuno, come lui, ha contribuito a modellare, nei
tempi moderni, la dimensione interiore dell'uomo meridionale. Eminente
protagonista, nel Settecento, di quella storia della pietà della quale il suo
maggiore interprete, monsignor Giuseppe De Luca, si farà attento ricostruttore,
S. Alfonso rese popolari i temi dell'ascesi e della mistica cristiana, servendosi,
da vero genio della divulgazione massmediale, di un numero enorme di piccoli
libri, di opuscoli, di testi brevissimi che grazie alla loro chiarezza e alla loro
semplicità ebbero una diffusione immensa e capillare, consentendogli di
diffondere i suoi messaggi spirituali in tutte le pieghe della società meridionale e
di ricostruire e consolidare il sentimento cattolico facendolo uscire rafforzato
dalla crisi che l'aveva colpito nell'epoca della diffusione dei lumi.
Gli anni in cui si formò S. Alfonso, nei primi decenni del XVIII secolo, furono a
Napoli anni di grande fervore intellettuale. La città divenne un crocevia della
cultura europea del tempo e molti spiriti si impegnarono nella costruzione della
scienza e delle scienze con un'inclinazione tutta particolare. Invece di rincorrere
sogni metafisici, essi si sforzarono di orientare i nuovi saperi in direzione
pratica. Agirono, cioè, come agì Genovesi che per fare morale concreta, da
metafisico, moralista e teologo si fece economista. E lo fece proprio per
affrontare meglio e più da vicino i problemi annosi della sua terra e della sua
gente. Ma per farlo dovette però puntare sull'uomo. E poiché non ignorava che
l'uomo è un essere sfuggente, gravitante intorno a ciò che gli è sconosciuto,
pensò che per sottrarlo all'instabilità e all'insicurezza occorresse indurlo a
creare più solide e più giuste istituzioni sociali e politiche e che non fosse
necessario fare altro.
Il contrario di S. Alfonso. Certo anche S. Alfonso affrontò gli stessi problemi ed
ebbe le stesse preoccupazioni di Genovesi. Ma egli partì da un punto di vista
diverso. Muovendo da una diffidenza più grande nei confronti dell'uomo pensò
che la risposta alla crisi nella quale questi era precipitato non potesse essere
cercata proprio nell'uomo. Pensò che l'uomo non possa orientarsi da sé: per lui
il centro dell'uomo è Dio. E l'uomo può orientarsi e orientare solo se trova in Dio
il suo centro. Questo lo sapeva per esperienza. Egli era stato, infatti, visitato da
Dio, che gli aveva parlato e gli aveva indicato la sua strada, gli aveva mostrato il
suo compito. Un compito eminentemente pratico: affrontare un mondo sconvolto
della crisi intervenuta a causa di un sapere che aveva creduto di poter fare a
meno di Dio. Quel mondo bisognava riportarlo a Dio. E per farlo era necessario
riconquistare le coscienze.
Ma riteneva che questo non restringe, amplifica piuttosto i compiti pratici. Egli
era, dunque, in qualche modo, anche fratello spirituale di Genovesi. Ma il
campo in cui rivolgeva la sua attenzione era più ampio, più impegnativo e, in
qualche modo, diverso da quello sul quale operava Genovesi. Esso gli stava
davanti come un immenso campo di lavoro rispetto al quale egli diede prova di
tutto il suo genio pratico, che si dispiegò in una direzione ben precisa, quella
costituita dal mondo morale e religioso, mondo ben più ampio di quello coperto
dall'attività dello Stato, cui si rivolgevano le attenzioni di Genovesi e degli
illuministi napoletani. Per questo mentre costoro, preoccupati di giungere alla
riforma dello Stato, si impegnarono a formare un'opinione pubblica in grado di
sostenere il loro progetto, educando i ceti borghesi emergenti, S. Alfonso si
orientò decisamente in direzione del mondo rurale che versava allora in
condizioni materiali e spirituali veramente pietosissime. E inventò le missioni
interne, rivolte a portare educazione religiosa e coscienza nell'immenso mondo
contadino del Mezzogiorno. Così Alfonso si mise in viaggio, si fece pellegrino
del mondo, un po' come ha fatto nel nostro tempo Giovanni Paolo II. E mise in
campo un'immensa opera di evangelizzazione nel corso della quale plasmò
l'anima stessa della società rurale meridionale. Lo fece formando il popolo e
formando i formatori del popolo. La sua oceanica Teologia morale agì nel '700 e
nell'800 come strumento di formazione e di orientamento del clero meridionale e
non solo meridionale, dispiegando così un'influenza storica immensa. |