RASSEGNA STAMPA

14 GENNAIO 2001
MASSIMO LO CICERO
Economia, chiamatele emozioni
Gianfilippo Cuneo, "Ragione, emozione, decisione", (a cura di Pier Paolo Preti), Baldini&Castoldi, Milano 2000 pagg. 248, L. 34.000
Daniel McFadden, "Rationality for Economists?", Settembre 1998 in http://elsa.berkeley.edu/users/mcfadden/ e anche in Journal of Risk and Uncertainty, 1999
Aviad Heifetz and Yossi Spiegel, "On the evolutionary emergence of optimism", Ottobre 2000, in http://papers.ssrn.com
Sendhil Mullainathan and Richard Thaler, "Behavioral Economics", Mit, Department of Economics, Working Papers Series 00-27, Settembre 2000, anche in NBER, "Working Papers" e su http://lpapers.ssrn.com
"The Society for the Advancement of Behavioral Economics" gestisce il sito web http://www.usask.ca/economics/SABE
L'uomo di Chicago potrebbe essere una specie a rischio. L'impatto della psicologia sull'analisi delle decisioni economiche minaccia i confini del suo territorio vitale. Con questa opinione ironica si conclude un paper di Daniel McFadden dalla lunga gestazione. Una prima versione apparve nel 1996, l'ultima è stata pubblicata nel 1999. Il titolo è Razionalità per gli economisti? e il contenuto raccoglie e sintetizza un lungo lavoro, premiato recentemente con il premio Nobel.
L'economia del comportamento (Behavioral Economics) si afferma nella ricerca microeconomica e si affianca all'economia delle istituzioni (Institutional Economics). Entrambe si occupano di fallimenti del mercato ed entrambe rifiutano la sostituzione del mercato con una direzione pianificata dei sistemi produttivi e finanziari. Entrambe ritengono che il mercato sia la soluzione meno peggiore per disciplinare gli scambi e realizzare l'aumento del benessere ma entrambe ritengono, anche, che alla radice del mercato ci sia il comportamento individuale.
Gli individui sono il motore del processo e, dunque, bisogna capire che cosa li spinga ad agire e come governare la formazione delle decisioni verso soluzioni, i vantaggi sociali delle quali siano superiori.
La prima prospettiva è quella dell'economia del comportamento mentre la seconda è quella dell'economia delle istituzioni. La specie a rischio è lo stereotipo dell'economia neoclassica, che ha un vero e proprio tempio emblematico nell'Università di Chicago. Essa è diffusa nei manuali di microeconomia ed è un soggetto: capace di ordinare razionalmente le sue preferenze; essere perfettamente informato sullo stato del mondo attuale, e su tutti i futuri stati possibili; agire seguendo strettamente obiettivi di massimizzazione dei vantaggi o di minimizzazione dei costi. E' l'uomo egoista, razionale e informato che rappresenta la cellula del mercato competitivo ed efficiente, cioè del termine a quo necessario per capire i mercati in cui operiamo quotidianamente.
Questa specie è messa a rischio dagli studi dell'economia del comportamento con poche mosse, sul piano logico, e molti esperimenti sul piano della pratica. Sembra strano ma, in questa sfera di ricerca, la psicologia ha trasferito molta metodologia di laboratorio alla scienza sociale per eccellenza: l'economia politica. Osservazione, ragionamento ed esperimento scandiscono le tappe di questo assedio al tempio della razionalità assoluta. Il pioniere riconosciuto è Herbert Simon con i suoi studi sull'organizzazione e la razionalità limitata. Il nuovo paradigma, proposto da McFadden come l"'Uomo K-T", dalle iniziali di Kahneman e Tversky, agisce secondo assetti mentali che non hanno un ordinamento razionale, come le preferenze dell'Uomo di Chicago. Questi assetti mentali determinano modi di essere e motivazioni e l'insieme di queste tre cause modifica il processo di formazione della scelta individuale. Processo che si realizza stretto, come tra Scilla e Cariddi, dalle credenze e dalle percezioni del mondo ma anche dalle preferenze, che sono, appunto, giudizi comparativi sulle opzioni possibili. La disponibilità di informazioni taglia alla radice la significatività di entrambe le pinze della tenaglia che governa il processo di decisione. Per questo, come scoprì Simon, la razionalità non è mai piena ed è sempre vincolata: bounded.
Nello scegliere siamo vincolati dalla condizione in cui ci troviamo: e infatti assegniamo prezzi più elevati al medesimo oggetto se ci viene chiesto di venderlo piuttosto che di comprarlo.
Dice Senofonte che "se uno avanza verso il nemico col favore degli dei e con animo più risoluto, quasi sempre travolge la resistenza degli avversari". La medesima cosa dimostrano, con la teoria dei giochi, Aviad Heifetz e Yossi Spiegel in un paper di behavioral economics alla fine del 2000. La citazione dì Senofonte ci viene, invece, da un libro molto intrigante di Gianfilippo Cuneo che affronta proprio la relazione tra ragione, emozione e decisione. E la affronta sul campo: raccogliendo testimonianze di top manager italiani, da Romiti e De Bustis, da Benassi a Salvatori, ma anche testi classici, come Senofonte, appunto, Sant'Agostino o Manzoni. Il libro si propone di mostrare l'obsolescenza di cinque categorie tradizionali del management: la gerarchia, la burocrazia, la distinzione tra shareholders e manager, la centralizzazione e l'ipocrisia, considerata ovviamente come l'olio necessario per far girare organizzazioni rigide e complesse.
Tutte le testimonianze, ma anche le citazioni dell'antica esperienza, ci confermano che l'economia dei comportamenti non è solo una moda accademica o la ragione di un premio Nobel per McFadden. Dietro il comportamento individuale si nascondono forze molto complicate. Cesare Romiti afferma che un errore nella valutazione degli uomini è più pericoloso e devastante di un errore nella valutazione di investimenti tecnici. Ma se gli uomini sono la risorsa più rischiosa essi sono anche quella più redditizia: bisogna saperli scegliere e sapersi fare scegliere da loro. E' la conclusione di Cuneo e la behavioral economics la sottoscrive.
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