E l'uomo ricreò il mondoLa lezione di Ian Hacking al Collége de France: il ragionamento scientifico da Torricelli all'ingegneria genetica Le specie animali sono reali o frutto di una nostra invenzione Il concetto di natura è ideologico, come prova il dibattito sul transgenico |
| Un tempo i fenomeni venivano studiati, osservati, fatti
oggetto di speculazioni. Poi sono stati fabbricati, isolati,
purificati. Evangelista Torricelli creò un vuoto - un nulla -
ribaltando un tubo di vetro che conteneva mercurio. In
seguito, Robert Boyle riprodusse il fenomeno in laboratorio
mentre perfezionava la propria pompa ad aria. Le prime che
riuscì a costruire gli costarono buona parte del proprio
patrimonio e i sussidi che il governo inglese gli aveva
concesso. Una ventina d'anni dopo, i fabbricanti di Parigi
mettevano in vendita modelli a basso prezzo e molto più
efficaci, notò Thomas Hobbes vedendone la réclame su un
muro: degli scienziati detestava l'universo elitista, la lingua
inaccessibile al volgo e le manipolazioni private. Come se la
natura non prodigasse loro fenomeni a sufficienza,
protestava, come se l'accesso ai fenomeni naturali non
fosse di tutti. Che bisogno c'era di manipolazioni di
laboratorio fatte da pochi eletti davanti a una cerchia ristretta
di esperti?
Il non più giovane Hobbes si dimostrava lungimirante quanto
all'avvenire che tanto deprecava. Gli uomini stavano per
creare fenomeni nuovi. Egli ne inorridiva ma aveva perso la
partita: era in arrivo la scienza di laboratorio che non osserva
le operazioni di natura ma opera su di essa. Quando verrà il
giorno in cui tutto ciò che l'Europa ha esportato nel mondo,
o addirittura ciò che dal mondo ha estratto, sarà
dimenticato, forse una sola cosa si salverà dall'oblio: lo
"stile di ragionamento" ispirato al laboratorio.
Esistono molti altri stili di ragionamento. Per esempio quello
statistico al quale ho dedicato una parte forse fin troppo
importante della mia vita. Ha modificato la nostra esperienza
del mondo quotidiano: sesso, sport, malattia, politica,
elettrone, ogni cosa reca il sigillo della probabilità. Il trionfo
di quest'ultima, alla quale è ormai impossibile sfuggire, fu
tramato nell'800 e messo a punto nel '900.
Gli stili di ragionamento emergono in contesti specifici. Devo
l'idea di stile a Ludwig Fleck, l'epidemiologo polacco che nel
1935 pubblicò Denkstile e fece l'esempio del test di
Wasserman per la sifilide, una faccenda che andò avanti per
decenni. Anche a me, interessa una storia delle scienze
iscritta nella lunga durata; è compatibile con la
microsociologia oggi in voga, tuttavia ha uno scopo diverso,
abbastanza vicino, mi pare, a quello di Pierre Bourdieu.
Almeno laddove, nelle Méditations pascaliennes, scrive:
"Occorre ammettere che la ragione non è caduta dal cielo,
come un dono misterioso e destinato a rimanere
inspiegabile, che è del tutto storica quindi; ma non siamo
costretti a concluderne, come si fa di solito, che sia
riducibile alla storia. Essa sta... nella logica propriamente
storica, però del tutto specifica, secondo la quale si sono
istituiti gli universi d'eccezione in cui si compie la storia
singolare della ragione".
Il mio obiettivo è metafisico. Mi sta a cuore la verità in sé o,
più esattamente, il modo in cui uno stile di ragionamento
introduce nuovi modi di trovare la verità. Infatti sono convinto
che in materia di prova e di dimostrazione ogni stile
introduca un proprio tipo di criteri e determini le condizioni di
verità proprie degli ambiti ai quali si applica. Ciò mi porta a
tesi decisamente radicali sulla verità e sull'oggettività, e
sulla realtà degli oggetti scientifici stessi. Ritengo addirittura
che uno stile crei i propri criteri di verità. Si autogiustifica.
L'idea di uno stile che si autogiustifica è meno originale di
quanto possa sembrare: rimanda alla concezione
verificazionista del significato, una teoria passata di moda da
lungo tempo. Non conduce al soggettivismo. Anzi:
l'autogiustificazione ha una parte fondamentale
nell'oggettività e nella riproducibilità scientifica. È un pilastro
della stabilità delle scienze.
Ciascuno stile di ragionamento introduce e studia un nuovo
ambito di oggetti. Ciascuno introduce anche una nuova
classe di oggetti e alimenta in proposito un dibattito di tipo
realismo/antirealismo. Per limitarsi a esempi familiari, si
possono citare la realtà degli oggetti matematici con
l'opposizione - nella forma più estrema - tra platonismo e
costruttivismo matematico, o i dibattiti sulla realtà delle
entità non osservabili proprie delle scienze teoriche.
Ciascuno stile dà luogo a una controversia ontologica nel
registro che gli è proprio: questi nuovi oggetti esistono
realmente oppure sono creature della mente umana? Gli
elettroni - o i numeri o il continuo - sono reali o mere
costruzioni dovute agli esseri umani?
Partiamo da ciò che rappresenta l'essenza di uno stile di
ragionamento scientifico e una necessità per il pensiero
stesso, ovvero dal processo di classificazione che sta al
cuore delle scienze tassonomiche, della sistemica botanica
e zoologica. Il sistema naturale di classificazione è tuttora
oggetto di dibattiti stupefacenti, nonché del vecchio dibattito
ontologico. Quali classi sono reali, la specie, il genere, la
famiglia, il phylum? E tra le classi, quali sono state
introdotte per soddisfare i bisogni di un meticoloso
ordinamento ad albero e quali rappresentano la maniera in
cui il mondo vivente si organizza realmente?
Nel Medioevo, gli scolastici dibattevano del realismo e del
nominalismo. Alcuni sostenevano che si potevano trovare in
natura classi realmente esistenti, mentre per altri, siccome i
nomi non denotavano una specie vera di individui, gli uomini
erano gli unici responsabili del raggruppamento in classi
delle cose. Per i nominalisti, nel mondo ci sono soltanto
entità individuali, mentre classi, gruppi e generi sono
soltanto finzioni. Tali finzioni erano considerate un tempo
come un prodotto della mente umana e, oggi, come un
prodotto della società e della storia. L'argomentazione
cambia ma i problemi conservano un aspetto stranamente
familiare.
Mi situerò tuttavia su un terreno più neutrale riferendomi a
due autori molto diversi, l'uno francese e l'altro tedesco, che
troviamo raramente affiancati: Pierre Duhem e Friedrich
Nietzsche.
Nella Théorie physique: son objet et sa structure del 1906,
Duhem scrive: "Il progresso scientifico è stato spesso
paragonato al flusso della marea... Chi getta un breve
sguardo sui flutti che prendono d'assalto la spiaggia non
vede salire la marea: vede un'onda innalzarsi, scorrere,
frangersi, coprire una striscia di sabbia e poi ritirarsi
lasciando all'asciutto il terreno che era parso conquistato; la
segue un'altra onda che talvolta... non raggiunge nemmeno il
ciottolo che la prima aveva bagnato. Ma sotto l'andirivieni
superficiale si produce un altro movimento più profondo e
lento..., che prosegue sempre nello stesso senso e
attraverso il quale il mare continua a salire. Il viavai delle
onde è l'immagine fedele di quei tentativi di spiegazione
che... avanzano per poi infrangersi; al di sotto continua il
progresso lento e costante della classificazione naturale il
cui flusso conquista incessantemente nuovi territori e che
assicura alle dottrine fisiche la continuità di una tradizione".
Questa visione del progresso scientifico non è straordinaria;
lo è di più l'idea che esso non si produca per teorie
esplicative sempre più profonde, anche se queste -
potrebbero obiettare parecchi nostri colleghi fisici - sono il
trionfo della fisica teorica moderna. Sui meriti delle
spiegazioni Pierre Duhem condivideva con Henri Poincaré,
suo contemporaneo, uno scetticismo che aleggiava nello
Zeitgeist: in Germania veniva espresso da Heinrich Hertz e
da Ernst Mach. Secondo Duhem, la storia delle teorie della
luce era un succedersi di mutazioni, di rivoluzioni
abbandonate una dopo l'altra, e in ciò era un precursore di
Gaston Bachelard e di Thomas Kuhn.
Duhem era anche colpito dalla stabilità di cui dava prova la
sua stessa disciplina, la fisica, e ne scriveva cose niente
affatto ordinarie, almeno dal punto di vista odierno. Secondo
lui, se nelle scienze le spiegazioni erano fondamentalmente
instabili, il modo di classificare i fenomeni era invece un
modello di stabilità. A ogni nuova ondata teorica, le
classificazioni si sviluppavano, diventavano sempre più
esatte e perduravano. Duhem traeva la propria idea di
classificazione dalle scienze della vita. Non ignorava la
vivacità delle polemiche (allora come oggi) sui principi da
seguire per classificare gli organismi, ma pensava che le
tassonomie di per sé rispecchiassero sempre meglio una
struttura sottostante al mondo vivente, sebbene riguardo a
tale struttura non si giungesse mai a un accordo definitivo. In
fisica, gli sembrava che i fenomeni venissero
progressivamente raggruppati in modi inaspettati. Il suo
esempio prediletto era la storia della luce visibile, cioè di una
rappresentazione sempre più stabile dello spettro
elettromagnetico, inteso come un'ampia famiglia di fenomeni
suddivisi in vari generi. Anche in questocaso, erano state
riconosciute via via specie nuove, quali la luce polarizzata e
quella non polarizzata.
Duhem rientra nel novero dei filosofi inclini a credere in
classificazioni "naturali" stabili e durature non soltanto nel
regno della vita ma in tutti i rami della scienza. Eppure il
termine "naturale" è profondamente ideologico, come
dimostra l'uso che se ne fa oggi per contrapporre i cibi
"naturali" a quelli geneticamente modificati. Nel caso della
storia della classificazione, forse il primo uso del termine
risale a Michel Adanson. Il sistema di Linneo poggiava sul
sesso e sugli organi riproduttivi e quello di Adanson sulla
funzione. Era perciò un sistema naturale, quello di Linneo
era artificiale: "la mia classificazione è giusta, la Sua è
falsa; la mia è buona, la Sua cattiva". Il discorso sulle
famiglie naturali sfociò su un'intera dottrina di gruppi naturali,
generi naturali e specie naturali, sulla quale si
basò John Stuart Mill per spingere i colleghi inglesi a creare una
filosofia dei natural kinds tuttora fiorente in America grazie
alle opere di W.V. Quine, Hilary Putnam e Saul Kripke.
Già ai tempi di Aristotele l'idea di natura era un mezzo per
mascherare l'ideologia, così da apparire perfettamente
neutrale. Nessuno studio che si occupi di classificazione
può esimersi dall'esaminare le radici di tale idea e dal
mostrare l'uso che le diverse ideologie ne hanno fatto e ne
fanno tuttora. E nessuno studio che si occupi della parola
"naturale" può esimersi dall'affrontarne un'altra, altrettanto
carica di ideologia: "reale". Sono parole che fanno comodo
nella vita quotidiana però se vengono maneggiate dai filosofi
diventano sfuggenti, ingannevoli e traditrici al punto che non
è esagerato parlare in proposito di falsi amici.
Circa vent'anni prima della pubblicazione del libro di Duhem,
Nietzsche faceva uscire La gaia scienza, una raccolta di
aforismi uno dei quali diceva: "...il nome delle cose importa
infinitamente più di ciò che sono. La fama, il nome, l'aspetto
esteriore, la validità, l'usuale misura e peso di una cosa -
in origine, per lo più, un errore e una determinazione
arbitraria buttati addosso alle cose come un vestito e del
tutto estranei all'essenza e persino all'epidermide della cosa
stessa... fin dal principio la parvenza ha finito quasi sempre
per diventare la sostanza, e come sostanza agisce! Chi
pensasse che il rinvio a quest'origine e a questo nebbioso
involucro dell'illusione basterebbe ad annientare questo
mondo ritenuto sostanziale, questa cosidetta "realtà", non
sarebbe altro che un bel pazzo! Solo come creatori noi
possiamo annientare! Ma non dimentichiamo neppure
questo: che basta creare nuovi nomi e valutazioni e
verosimiglianze per creare, col tempo, nuove "cose"".
Non basta cioè additare le illusioni per venirne a capo, né
accontentarsi di schernirle. Non si sfugge alle classificazioni
proclamando che sono produzioni storiche, sociali e mentali.
Viviamo in un mondo classificato che potremmo decostruire
per divertimento, ma per pensare abbiamo bisogno di tali
strutture in attesa che siano modificate non per
decostruzione, ma per costruzione, per creazione.
L'aforisma di Nietzsche inizia infatti con "Nur als
Schaffende": "Solo in quanto creatori!".
(Traduzione di Sylvie Coyaud) |