RASSEGNA STAMPA

14 GENNAIO 2001
IAN HACKING
E l'uomo ricreò il mondo
La lezione di Ian Hacking al Collége de France: il ragionamento scientifico da Torricelli all'ingegneria genetica
Le specie animali sono reali o frutto di una nostra invenzione
Il concetto di natura è ideologico, come prova il dibattito sul transgenico
Un tempo i fenomeni venivano studiati, osservati, fatti oggetto di speculazioni. Poi sono stati fabbricati, isolati, purificati. Evangelista Torricelli creò un vuoto - un nulla - ribaltando un tubo di vetro che conteneva mercurio. In seguito, Robert Boyle riprodusse il fenomeno in laboratorio mentre perfezionava la propria pompa ad aria. Le prime che riuscì a costruire gli costarono buona parte del proprio patrimonio e i sussidi che il governo inglese gli aveva concesso. Una ventina d'anni dopo, i fabbricanti di Parigi mettevano in vendita modelli a basso prezzo e molto più efficaci, notò Thomas Hobbes vedendone la réclame su un muro: degli scienziati detestava l'universo elitista, la lingua inaccessibile al volgo e le manipolazioni private. Come se la natura non prodigasse loro fenomeni a sufficienza, protestava, come se l'accesso ai fenomeni naturali non fosse di tutti. Che bisogno c'era di manipolazioni di laboratorio fatte da pochi eletti davanti a una cerchia ristretta di esperti?
Il non più giovane Hobbes si dimostrava lungimirante quanto all'avvenire che tanto deprecava. Gli uomini stavano per creare fenomeni nuovi. Egli ne inorridiva ma aveva perso la partita: era in arrivo la scienza di laboratorio che non osserva le operazioni di natura ma opera su di essa. Quando verrà il giorno in cui tutto ciò che l'Europa ha esportato nel mondo, o addirittura ciò che dal mondo ha estratto, sarà dimenticato, forse una sola cosa si salverà dall'oblio: lo "stile di ragionamento" ispirato al laboratorio.
Esistono molti altri stili di ragionamento. Per esempio quello statistico al quale ho dedicato una parte forse fin troppo importante della mia vita. Ha modificato la nostra esperienza del mondo quotidiano: sesso, sport, malattia, politica, elettrone, ogni cosa reca il sigillo della probabilità. Il trionfo di quest'ultima, alla quale è ormai impossibile sfuggire, fu tramato nell'800 e messo a punto nel '900.
Gli stili di ragionamento emergono in contesti specifici. Devo l'idea di stile a Ludwig Fleck, l'epidemiologo polacco che nel 1935 pubblicò Denkstile e fece l'esempio del test di Wasserman per la sifilide, una faccenda che andò avanti per decenni. Anche a me, interessa una storia delle scienze iscritta nella lunga durata; è compatibile con la microsociologia oggi in voga, tuttavia ha uno scopo diverso, abbastanza vicino, mi pare, a quello di Pierre Bourdieu.
Almeno laddove, nelle Méditations pascaliennes, scrive: "Occorre ammettere che la ragione non è caduta dal cielo, come un dono misterioso e destinato a rimanere inspiegabile, che è del tutto storica quindi; ma non siamo costretti a concluderne, come si fa di solito, che sia riducibile alla storia. Essa sta... nella logica propriamente storica, però del tutto specifica, secondo la quale si sono istituiti gli universi d'eccezione in cui si compie la storia singolare della ragione".
Il mio obiettivo è metafisico. Mi sta a cuore la verità in sé o, più esattamente, il modo in cui uno stile di ragionamento introduce nuovi modi di trovare la verità. Infatti sono convinto che in materia di prova e di dimostrazione ogni stile introduca un proprio tipo di criteri e determini le condizioni di verità proprie degli ambiti ai quali si applica. Ciò mi porta a tesi decisamente radicali sulla verità e sull'oggettività, e sulla realtà degli oggetti scientifici stessi. Ritengo addirittura che uno stile crei i propri criteri di verità. Si autogiustifica.
L'idea di uno stile che si autogiustifica è meno originale di quanto possa sembrare: rimanda alla concezione verificazionista del significato, una teoria passata di moda da lungo tempo. Non conduce al soggettivismo. Anzi: l'autogiustificazione ha una parte fondamentale nell'oggettività e nella riproducibilità scientifica. È un pilastro della stabilità delle scienze.
Ciascuno stile di ragionamento introduce e studia un nuovo ambito di oggetti. Ciascuno introduce anche una nuova classe di oggetti e alimenta in proposito un dibattito di tipo realismo/antirealismo. Per limitarsi a esempi familiari, si possono citare la realtà degli oggetti matematici con l'opposizione - nella forma più estrema - tra platonismo e costruttivismo matematico, o i dibattiti sulla realtà delle entità non osservabili proprie delle scienze teoriche.
Ciascuno stile dà luogo a una controversia ontologica nel registro che gli è proprio: questi nuovi oggetti esistono realmente oppure sono creature della mente umana? Gli elettroni - o i numeri o il continuo - sono reali o mere costruzioni dovute agli esseri umani?
Partiamo da ciò che rappresenta l'essenza di uno stile di ragionamento scientifico e una necessità per il pensiero stesso, ovvero dal processo di classificazione che sta al cuore delle scienze tassonomiche, della sistemica botanica e zoologica. Il sistema naturale di classificazione è tuttora oggetto di dibattiti stupefacenti, nonché del vecchio dibattito ontologico. Quali classi sono reali, la specie, il genere, la famiglia, il phylum? E tra le classi, quali sono state introdotte per soddisfare i bisogni di un meticoloso ordinamento ad albero e quali rappresentano la maniera in cui il mondo vivente si organizza realmente?
Nel Medioevo, gli scolastici dibattevano del realismo e del nominalismo. Alcuni sostenevano che si potevano trovare in natura classi realmente esistenti, mentre per altri, siccome i nomi non denotavano una specie vera di individui, gli uomini erano gli unici responsabili del raggruppamento in classi delle cose. Per i nominalisti, nel mondo ci sono soltanto entità individuali, mentre classi, gruppi e generi sono soltanto finzioni. Tali finzioni erano considerate un tempo come un prodotto della mente umana e, oggi, come un prodotto della società e della storia. L'argomentazione cambia ma i problemi conservano un aspetto stranamente familiare.
Mi situerò tuttavia su un terreno più neutrale riferendomi a due autori molto diversi, l'uno francese e l'altro tedesco, che troviamo raramente affiancati: Pierre Duhem e Friedrich Nietzsche.
Nella Théorie physique: son objet et sa structure del 1906, Duhem scrive: "Il progresso scientifico è stato spesso paragonato al flusso della marea... Chi getta un breve sguardo sui flutti che prendono d'assalto la spiaggia non vede salire la marea: vede un'onda innalzarsi, scorrere, frangersi, coprire una striscia di sabbia e poi ritirarsi lasciando all'asciutto il terreno che era parso conquistato; la segue un'altra onda che talvolta... non raggiunge nemmeno il ciottolo che la prima aveva bagnato. Ma sotto l'andirivieni superficiale si produce un altro movimento più profondo e lento..., che prosegue sempre nello stesso senso e attraverso il quale il mare continua a salire. Il viavai delle onde è l'immagine fedele di quei tentativi di spiegazione che... avanzano per poi infrangersi; al di sotto continua il progresso lento e costante della classificazione naturale il cui flusso conquista incessantemente nuovi territori e che assicura alle dottrine fisiche la continuità di una tradizione".
Questa visione del progresso scientifico non è straordinaria; lo è di più l'idea che esso non si produca per teorie esplicative sempre più profonde, anche se queste - potrebbero obiettare parecchi nostri colleghi fisici - sono il trionfo della fisica teorica moderna. Sui meriti delle spiegazioni Pierre Duhem condivideva con Henri Poincaré, suo contemporaneo, uno scetticismo che aleggiava nello Zeitgeist: in Germania veniva espresso da Heinrich Hertz e da Ernst Mach. Secondo Duhem, la storia delle teorie della luce era un succedersi di mutazioni, di rivoluzioni abbandonate una dopo l'altra, e in ciò era un precursore di Gaston Bachelard e di Thomas Kuhn.
Duhem era anche colpito dalla stabilità di cui dava prova la sua stessa disciplina, la fisica, e ne scriveva cose niente affatto ordinarie, almeno dal punto di vista odierno. Secondo lui, se nelle scienze le spiegazioni erano fondamentalmente instabili, il modo di classificare i fenomeni era invece un modello di stabilità. A ogni nuova ondata teorica, le classificazioni si sviluppavano, diventavano sempre più esatte e perduravano. Duhem traeva la propria idea di classificazione dalle scienze della vita. Non ignorava la vivacità delle polemiche (allora come oggi) sui principi da seguire per classificare gli organismi, ma pensava che le tassonomie di per sé rispecchiassero sempre meglio una struttura sottostante al mondo vivente, sebbene riguardo a tale struttura non si giungesse mai a un accordo definitivo. In fisica, gli sembrava che i fenomeni venissero progressivamente raggruppati in modi inaspettati. Il suo esempio prediletto era la storia della luce visibile, cioè di una rappresentazione sempre più stabile dello spettro elettromagnetico, inteso come un'ampia famiglia di fenomeni suddivisi in vari generi. Anche in questocaso, erano state riconosciute via via specie nuove, quali la luce polarizzata e quella non polarizzata.
Duhem rientra nel novero dei filosofi inclini a credere in classificazioni "naturali" stabili e durature non soltanto nel regno della vita ma in tutti i rami della scienza. Eppure il termine "naturale" è profondamente ideologico, come dimostra l'uso che se ne fa oggi per contrapporre i cibi "naturali" a quelli geneticamente modificati. Nel caso della storia della classificazione, forse il primo uso del termine risale a Michel Adanson. Il sistema di Linneo poggiava sul sesso e sugli organi riproduttivi e quello di Adanson sulla funzione. Era perciò un sistema naturale, quello di Linneo era artificiale: "la mia classificazione è giusta, la Sua è falsa; la mia è buona, la Sua cattiva". Il discorso sulle famiglie naturali sfociò su un'intera dottrina di gruppi naturali, generi naturali e specie naturali, sulla quale si basò John Stuart Mill per spingere i colleghi inglesi a creare una filosofia dei natural kinds tuttora fiorente in America grazie alle opere di W.V. Quine, Hilary Putnam e Saul Kripke.
Già ai tempi di Aristotele l'idea di natura era un mezzo per mascherare l'ideologia, così da apparire perfettamente neutrale. Nessuno studio che si occupi di classificazione può esimersi dall'esaminare le radici di tale idea e dal mostrare l'uso che le diverse ideologie ne hanno fatto e ne fanno tuttora. E nessuno studio che si occupi della parola "naturale" può esimersi dall'affrontarne un'altra, altrettanto carica di ideologia: "reale". Sono parole che fanno comodo nella vita quotidiana però se vengono maneggiate dai filosofi diventano sfuggenti, ingannevoli e traditrici al punto che non è esagerato parlare in proposito di falsi amici.
Circa vent'anni prima della pubblicazione del libro di Duhem, Nietzsche faceva uscire La gaia scienza, una raccolta di aforismi uno dei quali diceva: "...il nome delle cose importa infinitamente più di ciò che sono. La fama, il nome, l'aspetto esteriore, la validità, l'usuale misura e peso di una cosa - in origine, per lo più, un errore e una determinazione arbitraria buttati addosso alle cose come un vestito e del tutto estranei all'essenza e persino all'epidermide della cosa stessa... fin dal principio la parvenza ha finito quasi sempre per diventare la sostanza, e come sostanza agisce! Chi pensasse che il rinvio a quest'origine e a questo nebbioso involucro dell'illusione basterebbe ad annientare questo mondo ritenuto sostanziale, questa cosidetta "realtà", non sarebbe altro che un bel pazzo! Solo come creatori noi possiamo annientare! Ma non dimentichiamo neppure questo: che basta creare nuovi nomi e valutazioni e verosimiglianze per creare, col tempo, nuove "cose"".
Non basta cioè additare le illusioni per venirne a capo, né accontentarsi di schernirle. Non si sfugge alle classificazioni proclamando che sono produzioni storiche, sociali e mentali.
Viviamo in un mondo classificato che potremmo decostruire per divertimento, ma per pensare abbiamo bisogno di tali strutture in attesa che siano modificate non per decostruzione, ma per costruzione, per creazione.
L'aforisma di Nietzsche inizia infatti con "Nur als Schaffende": "Solo in quanto creatori!".
(Traduzione di Sylvie Coyaud)
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