RASSEGNA STAMPA

11 GENNAIO 2001
EDOARDO BONCINELLI
VIA GIUSTA, TEMPI LUNGHI
Fecondazione: la linea Veronesi e il «no» della Chiesa
Qualche tempo fa commentai favorevolmente il documento presentato al ministro Veronesi dalla Commissione sull’utilizzazione delle cellule staminali a scopo terapeutico ai cui lavori, del resto, ho partecipato io stesso ( Corriere , 29 dicembre).
Anche il ministro sembrò soddisfatto e abbiamo letto di recente alcune sue affermazioni dalle quali traspariva la sua convinzione di poter contare su un certo, seppur timido, cenno di assenso da parte delle gerarchie ecclesiastiche. Questa sua convinzione è stata ieri abbastanza fermamente smentita da una serie di dichiarazioni di monsignor Sgreccia. Le critiche del vicepresidente della Pontificia Accademia per la Vita si appuntano, fra le altre cose, sulla credibilità scientifica di una delle varie proposte della Commissione. Questa proposta, che qualcuno ha battezzato Tnsa, che sta per Trasferimento nucleare in cellule staminali autologhe, prevede l’introduzione di un nuovo nucleo in una cellula-uovo precedentemente enucleata, allo scopo di avviare un processo di moltiplicazione cellulare finalizzato alla produzione di tessuti e parti d’organo portanti uno specifico patrimonio genetico. Monsignor Sgreccia non è l’unico ad avere espresso dubbi sulla fattibilità della proposta. Anche da altre parti si è ironizzato sulla competenza scientifica della Commissione e sulle «sottigliezze» di linguaggio alle quali questa sarebbe ricorsa.
Non posso e non voglio entrare qui nella questione etica, e non ho ovviamente alcun elemento per sapere se fra il ministro e le gerarchie ecclesiastiche ci sia stato o meno un malinteso. Voglio, però, chiarire che la proposta del Tnsa non è una chimera o un parto di fantasia. Credo che nessuno abbia tentato quest’esperimento nell’uomo, ma in altri mammiferi ciò è stato fatto, e diverse volte. Se la finalità dell’esperimento è quella di produrre un embrione e poi un organismo adulto, si devono compiere due operazioni: in primo luogo, fornire alla cellula-uovo un adeguato patrimonio genetico (per esempio, attraverso il trasferimento di un nuovo nucleo): e in secondo luogo fornirgli particolari sostanze che «attivino» la cellula così ottenuta, perché si prepari a formare un embrione. Anche in queste condizioni si sa che la probabilità che questa cellula dia luogo a un embrione vitale sono molto basse: da una su trecento a una su mille a seconda delle procedure e delle specie. Se non si procede a questa «attivazione», non c’è nessuna possibilità che la cellula dia luogo a un embrione. Si formerà un ammasso disordinato di cellule che al massimo può essere paragonato a una formazione tumorale. Abbandonate a se stesse, queste cellule si moltiplicano per qualche tempo e poi si arrestano. Se, invece, si separano e si mettono a crescere su una superficie piana, daranno luogo a un tappeto di cellule che si moltiplicano come tutte le cellule che vengono coltivate in ogni laboratorio. Sono personalmente convinto che presto tutto ciò sarà possibile anche utilizzando una cellula che non sia una cellula-uovo. Questi sono i fatti. Non si può non essere d’accordo con chi raccomanda che tutto ciò venga prima reso affidabile e riproducibile al massimo grado in organismi non umani. Ma da qui ad affermare che si tratta di una proposta avventata e poco credibile c’è molta strada. Se poi mi si chiede se e quando una cosa del genere potrà essere fatta in Italia, il discorso cambia completamente. Non sono infatti così ottimista come mostrano di essere il ministro Veronesi e il professor Dulbecco sullo stato della ricerca biomedica nel nostro Paese. Speriamo che mi sbagli, ma in genere noi discutiamo sugli esperimenti fatti dagli altri.
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