VIA GIUSTA, TEMPI LUNGHI| Fecondazione: la linea Veronesi e il «no» della Chiesa |
| Qualche tempo fa commentai favorevolmente il documento presentato al
ministro Veronesi dalla Commissione sull’utilizzazione delle cellule staminali a scopo
terapeutico ai cui lavori, del resto, ho partecipato io stesso ( Corriere , 29 dicembre).
Anche il ministro sembrò soddisfatto e abbiamo letto di recente alcune sue affermazioni
dalle quali traspariva la sua convinzione di poter contare su un certo, seppur timido, cenno
di assenso da parte delle gerarchie ecclesiastiche. Questa sua convinzione è stata ieri
abbastanza fermamente smentita da una serie di dichiarazioni di monsignor Sgreccia. Le
critiche del vicepresidente della Pontificia Accademia per la Vita si appuntano, fra le altre
cose, sulla credibilità scientifica di una delle varie proposte della Commissione.
Questa proposta, che qualcuno ha battezzato Tnsa, che sta per Trasferimento nucleare in
cellule staminali autologhe, prevede l’introduzione di un nuovo nucleo in una cellula-uovo
precedentemente enucleata, allo scopo di avviare un processo di moltiplicazione cellulare
finalizzato alla produzione di tessuti e parti d’organo portanti uno specifico patrimonio
genetico.
Monsignor Sgreccia non è l’unico ad avere espresso dubbi sulla fattibilità della
proposta. Anche da altre parti si è ironizzato sulla competenza scientifica della
Commissione e sulle «sottigliezze» di linguaggio alle quali questa sarebbe ricorsa.
Non posso e non voglio entrare qui nella questione etica, e non ho ovviamente alcun
elemento per sapere se fra il ministro e le gerarchie ecclesiastiche ci sia stato o meno
un malinteso. Voglio, però, chiarire che la proposta del Tnsa non è una chimera o un
parto di fantasia.
Credo che nessuno abbia tentato quest’esperimento nell’uomo, ma in altri mammiferi
ciò è stato fatto, e diverse volte. Se la finalità dell’esperimento è quella di produrre
un embrione e poi un organismo adulto, si devono compiere due operazioni: in primo
luogo, fornire alla cellula-uovo un adeguato patrimonio genetico (per esempio,
attraverso il trasferimento di un nuovo nucleo): e in secondo luogo fornirgli
particolari sostanze che «attivino» la cellula così ottenuta, perché si prepari a
formare un embrione.
Anche in queste condizioni si sa che la probabilità che questa cellula dia luogo a un
embrione vitale sono molto basse: da una su trecento a una su mille a seconda delle
procedure e delle specie. Se non si procede a questa «attivazione», non c’è nessuna
possibilità che la cellula dia luogo a un embrione. Si formerà un ammasso
disordinato di cellule che al massimo può essere paragonato a una formazione
tumorale. Abbandonate a se stesse, queste cellule si moltiplicano per qualche tempo e
poi si arrestano.
Se, invece, si separano e si mettono a crescere su una superficie piana, daranno
luogo a un tappeto di cellule che si moltiplicano come tutte le cellule che vengono
coltivate in ogni laboratorio. Sono personalmente convinto che presto tutto ciò sarà
possibile anche utilizzando una cellula che non sia una cellula-uovo.
Questi sono i fatti. Non si può non essere d’accordo con chi raccomanda che tutto ciò
venga prima reso affidabile e riproducibile al massimo grado in organismi non
umani. Ma da qui ad affermare che si tratta di una proposta avventata e poco
credibile c’è molta strada.
Se poi mi si chiede se e quando una cosa del genere potrà essere fatta in Italia, il
discorso cambia completamente. Non sono infatti così ottimista come mostrano di
essere il ministro Veronesi e il professor Dulbecco sullo stato della ricerca biomedica
nel nostro Paese. Speriamo che mi sbagli, ma in genere noi discutiamo sugli
esperimenti fatti dagli altri. |