RASSEGNA STAMPA

11 GENNAIO 2001
CORRADO GIUSTINIANI
"Il sogno americano? Lasciamolo agli Usa"
La sfida della globalizzazione? Per Ulrich Beck, sociologo tedesco, il Vecchio continente ha una sola scelta: creare occupazione attraverso "impieghi di interesse civico".
Dimenticando i miracoli d'Oltreoceano
Chi promette di avere la ricetta contro la disoccupazione, dice il falso. Con questo fendente, che piega le ginocchia ai contendenti di qualsiasi campagna elettorale, nel Vecchio Continente o al di là dell'Atlantico, Ulrich Beck avvia il suo pamphlet "Europa Felix" (Carocci, 99 pagine, 18.000 lire), che proprio oggi pomeriggio viene a presentare a Roma. Una voce fuori dal coro, quella del sociologo dell'Università di Monaco di Baviera. Canta la fine della "società della piena occupazione", che aveva come pilastri un 2 per cento soltanto di senza lavoro, sicurezza sociale e contratti a tempo indeterminato. Ma liquida anche il tanto osannato "miracolo occupazionale americano" figlio della deregulation: è fatto di tanti lavori precari, e di carceri piene zeppe. Un'altra paroletta magica del nostro tempo, la flessibilità, viene brutalmente ricondotta al suo significato pratico: un datore di lavoro deve potersi sbarazzare più agevolmente dei suoi dipendenti. Non ci illudiamo, ammonisce il sociologo tedesco, che insegna anche alla London School of Economics: dietro l'angolo c'è "il regime del rischio", la "società del precariato", con i rapporti di lavoro che si stanno brasilianizzando in tutto l'Occidente. In questo sconfortante contesto, parlare di "Europa Felix" sembra una presa in giro.
Un titolo ironico, quello del suo libro?
"Sì, è ironico. Ma noi viviamo in un tempo in cui c'è bisogno solo di una piccola parte della popolazione per produrre beni e servizi in quantità ancora maggiore di oggi. E allora mi domando: perché non provare qualcosa di nuovo? Se l'Europa vuole conquistare l'immaginazione dell'uomo della strada, deve offrire qualcosa di più della solita salsa. Nel mio libro io suggerisco una democrazia dal basso, basata sul "lavoro di impegno civile pagato"".
Ci arriveremo, professore. Ma intanto dica: che cosa non va nel modello americano?
"La ricetta per la piena occupazione che viene da Oltreoceano prevede costo del denaro stabile, aumenti salariali contenuti, e stato sociale ridotto al minimo. Ma dietro il cosiddetto miracolo occupazionale, c'è anche un miracolo carcerario. Dal 1980 al '96 il numero dei detenuti negli Stati Uniti è triplicato: ben 1 milione e 600 mila persone sono in prigione e dunque fuori del mercato del lavoro. Le statistiche Usa sulla disoccupazione dovrebbero essere maggiorate di un 2 per cento. Tenere la gente in carcere comporta un'enorme spesa pubblica. Ma non è tutto".
Dica pure, professor Beck.
"Dal 1973 al 1995 lo stipendio di 8 americani su dieci è calato del 18 per cento. La verità è che ci sono molti capitalismi e gli Usa non sono l'Europa. La nostra via è una combinazione di economia di mercato, "welfare state" e democrazia. Non dimentichiamo che i paesi europei con meno disoccupati, dall'Austria alla Norvegia alla Danimarca, non conoscono la deregulation americana. Ma la globalizzazione, ora, ci impone di ridefinire questa via".
E' vero che i sottoccupati e i precari avanzano inesorabilmente anche da noi?
"Vero. Un terzo della popolazione lavorativa tedesca ha oggi un "impiego fragile", cioè non a tempo indeterminato. Di questo passo, fra 10 o 15 anni, saremo metà e metà. Come già oggi accade per gli inglesi che hanno ripreso in pieno il modello Usa, nel quale per la metà esatta i lavoratori sono parzialmente occupati senza garanzie, formalmente autonomi. Se però la gente cerca un impiego qualificato, allora dobbiamo ridefinire il lavoro stesso".
E cosa propone, lei?
"Si superi la politica economica dell'incertezza, garantendo un reddito minimo attraverso "lavori di interesse civico" retribuiti, così da conservare le condizioni di base della vita pubblica e dell'essere cittadini in Europa. Non confonderei il lavoro volontario non pagato, che nella gran parte dei casi viene esercitato in aggiunta a un impiego retribuito, ed è tipico delle classi medie, con il lavoro di interesse civico, che offre a chi ne è privo un'identità sociale e un'attività alternativa".
Ma quanti dovrebbero fare questo "lavoro civico"?
"Dovrebbe essere una scelta possibile per tutti. Perché non combinarlo con la maternità o la paternità? Inoltre, il "lavoro di interesse civico" dovrebbe aprire le porte ad altri tipi di impiego. Ci vorrebbe una mobilità piena tra mercato del lavoro e questo tipo di attività. Altrimenti si determinerà una nuova divisione di classe".
L'euro agevola o complica le cose?
"Le agevola, perché ora siamo costretti a inventare un'Europa politica per risolvere la crisi che l'euro sta per determinare".
Che consiglio dà a un partito, per essere vincente?
"Viviamo in una società multiattiva e la gente nella vita combina varie attività, pagate o no: il lavoro di genitore, il volontariato, la politica. Faccio una scommessa: vincerà le elezioni il partito che per primo offrirà soluzioni per combinare in una queste diverse attività. Danesi, svedesi e norvegesi sono più vicini alla meta dei tedeschi".
E a un adolescente di oggi, che cosa consiglia?
"Di non ascoltare gli esperti, quando ti dicono che questa scuola o questo lavoro avranno un futuro e questi altri no. La società sta cambiando così velocemente che nessuno sa esattamente di che tipo di qualificazione vi sarà bisogno fra due o 15 anni. Studiate quello che volete studiare. Chi è motivato ha più possibilità di convincere gli altri di essere utile a loro".
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