Negri, la nuova Repubblica secondo un gentiluomo| "La transizione incompiuta", il saggio in cui lo studioso da poco
scomparso auspicava la convocazione di un'Assemblea costituente |
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| Guglielmo Negri, "La transizione incompiuta 1987-1996", Luni Editrice, pagine
148, lire 30.000. | Guglielmo Negri, morto alla fine dell'anno scorso, aveva tutte le
caratteristiche e le virtù della buona borghesia romana: era fisicamente e
intellettualmente "rotondo", ironico, smagato. Vestiva con sobria eleganza,
sorrideva bonariamente dietro grandi occhiali di tartaruga, parlava con voce
leggermente stridula una impeccabile "lingua toscana in bocca romana" e si
muoveva attraverso i palazzi della capitale con la naturalezza di chi ha sempre
abitato da quelle parti. Era la versione laica e mazziniana del borghese "papalino"
che Giulio Andreotti ha splendidamente impersonato per più di cinquantun anni.
Come Andreotti anche Negri, dopo la fine della guerra, fu attratto dalla vita
politica. Entrò nel Partito d'Azione, conobbe Ferruccio Parri al Viminale quando il
leader della Resistenza era presidente del Consiglio e si avvicinò al partito
repubblicano, con Ugo La Malfa e Oronzo Reale, quando il PdA si sciolse nell'agosto
del 1946. Ma preferì, dopo avere tastato e odorato la politica, gli studi
costituzionali e il servizio pubblico. Divenne vice segretario generale della Camera
dei deputati, consigliere di Stato, direttore della Scuola superiore della pubblica
amministrazione, professore di diritto costituzionale, consigliere giuridico del
Quirinale negli anni di Pertini e Cossiga, sottosegretario alla presidenza del
Consiglio nel governo "tecnico" di Lamberto Dini e, nei momenti di ozio, fine
scrittore di romanzi e testi teatrali. Tutti sapevano che Negri era di "area
repubblicana", secondo il gergo di allora, ma tutti ne apprezzavano l'equilibrio e il
buon senso.
Questo equilibrio è presente in tutti i suoi libri e in particolare nell'ultimo, apparso
dopo la morte presso l'editore Luni con prefazioni di Giorgio La Malfa e Luigi Tivelli.
Il titolo - "La transizione incompiuta 1987-1996" - ne rispecchia perfettamente il
contenuto. Negri sa che la Costituzione è invecchiata e ha urgente bisogno di
essere adattata alle esigenze del Paese. E sa che quasi tutti i maggiori uomini
politici degli ultimi quindici anni, da Craxi a De Mita, da Cossiga a D'Alema, si sono
personalmente impegnati nel tentativo di correggerne i difetti più vistosi:
debolezza e instabilità dell'esecutivo, governo di assemblea, frammentazione del
quadro politico. Dalla "dichiarazione di Pontida" (il discorso con cui Craxi propose,
tra l'altro, l'elezione popolare del presidente della Repubblica) comincia, per
l'appunto, la "transizione incompiuta".
Sono passati diciassette anni ormai da quando la classe politica ha cominciato a
interrogarsi sul modo in cui cambiare il sistema istituzionale del Paese. È meglio
affidare il compito a una "commissione bicamerale" (ne abbiamo avute tre dal
1983 al 1997), convocare un'Assemblea costituente o procedere per piccoli passi
con l'articolo 138 della Costituzione? Come altri (fra gli ultimi Nicola Mancino,
presidente del Senato e autore di un libro, "Il filo spezzato", apparso
recentemente presso il Mulino) Negri constatò che le commissioni bicamerali non
producevano alcun risultato, si convinse che il Parlamento non avrebbe mai
riformato se stesso e auspicò la convocazione di una Assemblea costituente. Lo
disse, tra l'altro, alla Scuola superiore della pubblica amministrazione in un discorso
del 1994.
Da allora l'Italia ha eletto due Parlamenti, ha cambiato il suo presidente della
Repubblica, ha visto passare da Palazzo Chigi sei presidenti del Consiglio, ha scelto
i sindaci delle sue città e i presidenti delle sue Regioni. Ma continua ad avere una
Costituzione che era stata scritta in altri tempi per altre esigenze ed è oggi
probabilmente la peggiore fra quelle delle grandi democrazie occidentali. Negri non
si sarebbe mai espresso in termini così crudi.
Aveva forti convinzioni civili, ma era troppo romano e garbatamente curiale per
pronunciare giudizi aspri. Si limitò a constatare con una elegante perifrasi che alla
fine degli anni Novanta "la difficilissima transizione dalla prima Repubblica alla
seconda Repubblica appariva ben lontana dall'essere compiuta". Sono le ultime
sconsolate parole del suo ultimo libro. |