RASSEGNA STAMPA

8 GENNAIO 2001
SERGIO ROMANO
Negri, la nuova Repubblica secondo un gentiluomo
"La transizione incompiuta", il saggio in cui lo studioso da poco scomparso auspicava la convocazione di un'Assemblea costituente
Guglielmo Negri, "La transizione incompiuta 1987-1996", Luni Editrice, pagine 148, lire 30.000.
Guglielmo Negri, morto alla fine dell'anno scorso, aveva tutte le caratteristiche e le virtù della buona borghesia romana: era fisicamente e intellettualmente "rotondo", ironico, smagato. Vestiva con sobria eleganza, sorrideva bonariamente dietro grandi occhiali di tartaruga, parlava con voce leggermente stridula una impeccabile "lingua toscana in bocca romana" e si muoveva attraverso i palazzi della capitale con la naturalezza di chi ha sempre abitato da quelle parti. Era la versione laica e mazziniana del borghese "papalino" che Giulio Andreotti ha splendidamente impersonato per più di cinquantun anni.
Come Andreotti anche Negri, dopo la fine della guerra, fu attratto dalla vita politica. Entrò nel Partito d'Azione, conobbe Ferruccio Parri al Viminale quando il leader della Resistenza era presidente del Consiglio e si avvicinò al partito repubblicano, con Ugo La Malfa e Oronzo Reale, quando il PdA si sciolse nell'agosto del 1946. Ma preferì, dopo avere tastato e odorato la politica, gli studi costituzionali e il servizio pubblico. Divenne vice segretario generale della Camera dei deputati, consigliere di Stato, direttore della Scuola superiore della pubblica amministrazione, professore di diritto costituzionale, consigliere giuridico del Quirinale negli anni di Pertini e Cossiga, sottosegretario alla presidenza del Consiglio nel governo "tecnico" di Lamberto Dini e, nei momenti di ozio, fine scrittore di romanzi e testi teatrali. Tutti sapevano che Negri era di "area repubblicana", secondo il gergo di allora, ma tutti ne apprezzavano l'equilibrio e il buon senso. Questo equilibrio è presente in tutti i suoi libri e in particolare nell'ultimo, apparso dopo la morte presso l'editore Luni con prefazioni di Giorgio La Malfa e Luigi Tivelli.
Il titolo - "La transizione incompiuta 1987-1996" - ne rispecchia perfettamente il contenuto. Negri sa che la Costituzione è invecchiata e ha urgente bisogno di essere adattata alle esigenze del Paese. E sa che quasi tutti i maggiori uomini politici degli ultimi quindici anni, da Craxi a De Mita, da Cossiga a D'Alema, si sono personalmente impegnati nel tentativo di correggerne i difetti più vistosi: debolezza e instabilità dell'esecutivo, governo di assemblea, frammentazione del quadro politico. Dalla "dichiarazione di Pontida" (il discorso con cui Craxi propose, tra l'altro, l'elezione popolare del presidente della Repubblica) comincia, per l'appunto, la "transizione incompiuta". Sono passati diciassette anni ormai da quando la classe politica ha cominciato a interrogarsi sul modo in cui cambiare il sistema istituzionale del Paese. È meglio affidare il compito a una "commissione bicamerale" (ne abbiamo avute tre dal 1983 al 1997), convocare un'Assemblea costituente o procedere per piccoli passi con l'articolo 138 della Costituzione? Come altri (fra gli ultimi Nicola Mancino, presidente del Senato e autore di un libro, "Il filo spezzato", apparso recentemente presso il Mulino) Negri constatò che le commissioni bicamerali non producevano alcun risultato, si convinse che il Parlamento non avrebbe mai riformato se stesso e auspicò la convocazione di una Assemblea costituente. Lo disse, tra l'altro, alla Scuola superiore della pubblica amministrazione in un discorso del 1994. Da allora l'Italia ha eletto due Parlamenti, ha cambiato il suo presidente della Repubblica, ha visto passare da Palazzo Chigi sei presidenti del Consiglio, ha scelto i sindaci delle sue città e i presidenti delle sue Regioni. Ma continua ad avere una Costituzione che era stata scritta in altri tempi per altre esigenze ed è oggi probabilmente la peggiore fra quelle delle grandi democrazie occidentali. Negri non si sarebbe mai espresso in termini così crudi. Aveva forti convinzioni civili, ma era troppo romano e garbatamente curiale per pronunciare giudizi aspri. Si limitò a constatare con una elegante perifrasi che alla fine degli anni Novanta "la difficilissima transizione dalla prima Repubblica alla seconda Repubblica appariva ben lontana dall'essere compiuta". Sono le ultime sconsolate parole del suo ultimo libro.
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vedi anche
Repubblicanesimo