L'inferno di De GraziaFu il biografo di Machiavelli Il fine filosofo della politica, morto
a 83 anni, aveva situato il grande
Niccolò in quel luogo, demonizzato
dai più, per lui "giardino di delizie" |
| L'ultimo giorno dell'ultimo millennio, al termine di una giornata passata a scrivere, una passeggiata al
parco di Princeton, ultima residenza di studio e di ricerca, una sosta su di una panchina, tranquillamente
sopraggiunge la morte ad 83 anni. Così è scomparso, una settimana, fa Sebastian De Grazia; i
numerosi amici italiani immaginano che se ne sia andato con un sorriso sulle labbra, un sorriso sereno
ma allo stesso tempo beffardo.
È stato professore di filosofia politica dal 1962 al 1988 alla Rutgers University, ha lavorato all'Institute for
Advanced Study di Princeton; ha compiuto studi pionieristici nel campo dei concetti politici, giuridici e
sociali su comunità (il suo saggio La comunità politica è del 1948), autorità, costituzione fin dalla metà
del secolo scorso. Ma la sua fama, soprattutto in Italia, è legata ad un'opera già della piena maturità,
Machiavelli all'inferno, uscita nel 1989, e tradotta in italiano nel 1990 da Laterza. L'opera gli valse il
premio Pulitzer nello stesso 1990, il premio più prestigioso per il genere letterario della biografia. La
motivazione del premio è estremamente chiara: "un libro audace e non convenzionale che riesce a far
affiorare Niccolò Machiavelli da un lontano e nebuloso passato e rivela al lettore con provocatoria
attualità quest'uomo spesso incompreso e nel contempo sorprendentemente avvincente, i cui scritti
hanno contribuito a creare il mondo politico in cui oggi viviamo". Un Machiavelli "nuovo", anche se
minuziosamente ricostruito attraverso soprattutto i suoi scritti, vita e pensiero politico si fondono
manifestando intrecci e contraddizioni. Insieme profondamente religioso e dotato di grande vitalità anche
sul piano della carne - di recente uno studioso come Mario Martelli ha potuto ricostruire come molto
probabilmente abbia fatto esperienze di amore con giovani del suo sesso -; realista politico e patriota.
Un Machiavelli assai poco "machiavellico", così come una tradizione di studi lo ha consegnato al
linguaggio comune che pigramente ne ha assunto la vulgata. Altro che doppiezza e cinismo, genio del
male in omaggio al realismo politico. Egli crede ad una "vera religione": "Machiavegli, la cui natura
inclina al "beneficio di ciascuno"; un uomo affascinante, cittadino, poeta, filosofo politico e morale,
funzionario e teorico dello stato, storico, autore di tragedie e di commedie, maestro dei giovani e dei
meritevoli e fondatore "di stati in iscritto"". Non deve ingannare il titolo, affatto ironico, della biografia di
De Grazia, titolo al quale peraltro lo stesso autore attribuisce gran parte della fortuna. Lo spiega bene la
pagina finale del libro. "Il luogo è scherzosamente chiamato inferno da quanti sanno che è un angolo di
paradiso, un giardino per gli eletti di Dio, un giardino di delizie, un luogo per la società e la
conversazione degli spiriti liberali. Quanto a Niccolò, egli ride e dice che sulla terra gli amici gli hanno
composto un epitaffio: "Niccolò Machiavegli/ per amor di patria/"(ha) pisciato in tanta neve"".
La stessa carica provocatoria e irriverente, in una forma letteraria - dialogo racconto applicata ad una
materia così austera come la storia del diritto costituzionale - che accentua il carattere di "polically
incorrect", la troviamo nell'ultimo libro pubblicato, A Country with no name: Tales from the Constitution.
Viene qui messo in discussione il carattere di nazione e di popolo degli americani.
Si può immaginare cosa sarebbe venuto fuori dal libro che stava scrivendo dedicato ad una figura
costituzionale particolare, la "First Lady"; del resto qualche assaggio lo si era avuto negli articoli
dedicati ad una "first lady" in servizio, Hilary Clinton, in due articoli del 25 e 28 novembre 1999 sul "New
York Times".
Personalmente, il libro con il quale ho incontrato De Grazia, che ritengo un caposaldo e che vorrei
vedere tradotto in italiano, è un libro del 1962, Of Time, Work and Leisure. Oltre ad aprire la strada
all'analisi sociale e antropologica delle attività di tempo libero, trovo in quello straordinario testo
impostato in maniera chiara, teoricamente e storicamente fondata, il problema cruciale - ancora di più
attuale oggi - del ruolo, nella vita individuale e sociale, del tempo dedicato all'attività produttiva e
lavorativa, in rapporto al tempo e allo spazio dedicati alla "leisure", parola di cui l'italiano non ha il
corrispondente - tempo libero, che si adopera correntemente, è espressione legata alla definizione di
attività e lavoro, mentre "svago" è troppo indeterminato.
Insieme alle successive analisi di Elias e Dunning, raccolte in Sport e aggressività, edito dal Mulino,
costituisce la base essenziale per cogliere il passaggio epocale della categoria del lavoro, essenziale
per '800 e '900. Con il merito, da parte di De Grazia, che lui la "leisure", oltre che teorizzarla, l'amava e
la praticava: la ricerca del piacere era presente anche nell'analisi , così come nell'esperienza di vita
personale. Non possiamo allora che immaginarlo nello stesso luogo di delizie, quell'inferno che aveva
rappresentato per Machiavelli. |