RASSEGNA STAMPA

8 GENNAIO 2001
VITTORIO DINI
L'inferno di De Grazia
Fu il biografo di Machiavelli
Il fine filosofo della politica, morto a 83 anni, aveva situato il grande Niccolò in quel luogo, demonizzato dai più, per lui "giardino di delizie"
L'ultimo giorno dell'ultimo millennio, al termine di una giornata passata a scrivere, una passeggiata al parco di Princeton, ultima residenza di studio e di ricerca, una sosta su di una panchina, tranquillamente sopraggiunge la morte ad 83 anni. Così è scomparso, una settimana, fa Sebastian De Grazia; i numerosi amici italiani immaginano che se ne sia andato con un sorriso sulle labbra, un sorriso sereno ma allo stesso tempo beffardo. È stato professore di filosofia politica dal 1962 al 1988 alla Rutgers University, ha lavorato all'Institute for Advanced Study di Princeton; ha compiuto studi pionieristici nel campo dei concetti politici, giuridici e sociali su comunità (il suo saggio La comunità politica è del 1948), autorità, costituzione fin dalla metà del secolo scorso. Ma la sua fama, soprattutto in Italia, è legata ad un'opera già della piena maturità, Machiavelli all'inferno, uscita nel 1989, e tradotta in italiano nel 1990 da Laterza. L'opera gli valse il premio Pulitzer nello stesso 1990, il premio più prestigioso per il genere letterario della biografia. La motivazione del premio è estremamente chiara: "un libro audace e non convenzionale che riesce a far affiorare Niccolò Machiavelli da un lontano e nebuloso passato e rivela al lettore con provocatoria attualità quest'uomo spesso incompreso e nel contempo sorprendentemente avvincente, i cui scritti hanno contribuito a creare il mondo politico in cui oggi viviamo". Un Machiavelli "nuovo", anche se minuziosamente ricostruito attraverso soprattutto i suoi scritti, vita e pensiero politico si fondono manifestando intrecci e contraddizioni. Insieme profondamente religioso e dotato di grande vitalità anche sul piano della carne - di recente uno studioso come Mario Martelli ha potuto ricostruire come molto probabilmente abbia fatto esperienze di amore con giovani del suo sesso -; realista politico e patriota.
Un Machiavelli assai poco "machiavellico", così come una tradizione di studi lo ha consegnato al linguaggio comune che pigramente ne ha assunto la vulgata. Altro che doppiezza e cinismo, genio del male in omaggio al realismo politico. Egli crede ad una "vera religione": "Machiavegli, la cui natura inclina al "beneficio di ciascuno"; un uomo affascinante, cittadino, poeta, filosofo politico e morale, funzionario e teorico dello stato, storico, autore di tragedie e di commedie, maestro dei giovani e dei meritevoli e fondatore "di stati in iscritto"". Non deve ingannare il titolo, affatto ironico, della biografia di De Grazia, titolo al quale peraltro lo stesso autore attribuisce gran parte della fortuna. Lo spiega bene la pagina finale del libro. "Il luogo è scherzosamente chiamato inferno da quanti sanno che è un angolo di paradiso, un giardino per gli eletti di Dio, un giardino di delizie, un luogo per la società e la conversazione degli spiriti liberali. Quanto a Niccolò, egli ride e dice che sulla terra gli amici gli hanno composto un epitaffio: "Niccolò Machiavegli/ per amor di patria/"(ha) pisciato in tanta neve"". La stessa carica provocatoria e irriverente, in una forma letteraria - dialogo racconto applicata ad una materia così austera come la storia del diritto costituzionale - che accentua il carattere di "polically incorrect", la troviamo nell'ultimo libro pubblicato, A Country with no name: Tales from the Constitution.
Viene qui messo in discussione il carattere di nazione e di popolo degli americani. Si può immaginare cosa sarebbe venuto fuori dal libro che stava scrivendo dedicato ad una figura costituzionale particolare, la "First Lady"; del resto qualche assaggio lo si era avuto negli articoli dedicati ad una "first lady" in servizio, Hilary Clinton, in due articoli del 25 e 28 novembre 1999 sul "New York Times". Personalmente, il libro con il quale ho incontrato De Grazia, che ritengo un caposaldo e che vorrei vedere tradotto in italiano, è un libro del 1962, Of Time, Work and Leisure. Oltre ad aprire la strada all'analisi sociale e antropologica delle attività di tempo libero, trovo in quello straordinario testo impostato in maniera chiara, teoricamente e storicamente fondata, il problema cruciale - ancora di più attuale oggi - del ruolo, nella vita individuale e sociale, del tempo dedicato all'attività produttiva e lavorativa, in rapporto al tempo e allo spazio dedicati alla "leisure", parola di cui l'italiano non ha il corrispondente - tempo libero, che si adopera correntemente, è espressione legata alla definizione di attività e lavoro, mentre "svago" è troppo indeterminato. Insieme alle successive analisi di Elias e Dunning, raccolte in Sport e aggressività, edito dal Mulino, costituisce la base essenziale per cogliere il passaggio epocale della categoria del lavoro, essenziale per '800 e '900. Con il merito, da parte di De Grazia, che lui la "leisure", oltre che teorizzarla, l'amava e la praticava: la ricerca del piacere era presente anche nell'analisi , così come nell'esperienza di vita personale. Non possiamo allora che immaginarlo nello stesso luogo di delizie, quell'inferno che aveva rappresentato per Machiavelli.
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Tracce biografiche