RASSEGNA STAMPA

7 GENNAIO 2001
M. T. FUMAGALLI BROCCHIERI
Cu vuole "esperienza" per far filosofia
Pensava a una amante matura ed esperta Ovidio quando nell'Ars amandi scriveva che la radice non solo dell'arte amorosa ma di ogni sapere sta nella esperienza. Più concisamente, Euripide aveva scritto che "per i mortali la esperienza (empeiria) é maestra di tutto". Ma cosa intendevano gli antichi per "esperienza"? Platone parlando dei medici ne analizza sottilmente il concetto: quelli che chiama "i medici degli schiavi" o medici inferiori prescrivono semplicemente "quel che a lor pare meglio in base all'esperienza personale" mentre "il medico degli uomini liberi" - colui che ha studiato - tiene i malati sotto osservazione "fin da principio, ricerca la natura del male, stabilisce relazioni strette con il malato e la sua famiglia trasmettendo il suo sapere" (Leggi, IV). Il primo atteggiamento é quello dell'esperienza elementare, il secondo modo é l'esperienza nel linguaggio degli empiristi moderni e ciò conferma la polivalenza del termine.
Aristotele riconduce nettamente l'esperienza alla sensazione. "Tutti gli animali possono sperimentare ma solo alcuni sono in grado di conservare le esperienze", scrive, ma sottolinea che "a segnare la differenza é la memoria che alcuni animali, gli uomini, possiedono e altri no". Dal ricordo ripetuto di un medesimo oggetto nasce l'esperienza e da tale esperienza vien fuori il principio dell'arte e della scienza. Ciò che Aristotele chiama "esperienza" si distingue dunque dalla scienza ma é insieme condizione e fondamento di questa: é uno stadio comunque inferiore di conoscenza che fornisce alla costruzione intellettuale un materiale ancora mutevole, fragile e disordinato, a volte contraddittorio.
All'interno della cultura medievale permane questa nozione di esperienza, ma altre ne nascono: i sapienti alchemici giudicano per esempio l'esperienza la "chiave del mondo", lo strumento "dell'arte del sole e della luna " che é in grado di trasformare i metalli vili in metalli preziosi conducendo l'uomo a uno stato superiore in perfetta armonia con l'universo. E' Guglielmo di Ockham, nel Trecento, a definire l'esperienza come lo stadio perfetto della conoscenza intuitiva che ha per oggetto le cose presenti: essa é quindi la sola conoscenza in grado di rispondere alla domanda fondamentale, "se qualcosa esista o non esista". La storia della filosofia europea degli ultimi cinquecento anni approfondendo l'analisi del concetto di esperienza ha proposto diversi tipi di relazione fra esperienza e conoscenza razionale. Uno dei grandi protagonisti di questa storia é Francis Bacon: la conoscenza parte anche per lui, come per Aristotele, dall'esperienza ma Bacon ritiene necessario che i dati osservati siano sottoposti all'intelletto secondo un certo ordine (le tabulae) e giudica indispensabili sia il ricorso all'esperimento - una esperienza specifica e ripetuta a condizioni stabili e note - sia la costruzione di una lingua senza equivoci adatta alla comunicazione scientifica.
Nel suo Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, Galileo con la sua "sensata esperienza" disegna con precisione uno spazio e un senso nuovo di "esperienza" che diventa osservazione consapevolmente ricercata e attuate non solo con i sensi ma anche attraverso strumenti artificiali come il cannocchiale puntato sulle stelle della Via Lattea. Ma anche in questo modo l'esperienza potrà rivelarsi mutevole, sfuggente e difficile da leggere e qui allora deve intervenire il controllo della verifica razionale ossia della matematica. E' infatti con i numeri che Dio ha scritto il gran "Libro della natura".
Ma l'osservazione sperimentale può ampliarsi ed essere decifrata anche con l'aiuto dell'esperienza più quotidiana spontanea e familiare. In una mirabile pagina del Sidereus nuncius, Galileo osservando con il cannocchiale la superficie della luna scriveva: "Le piccole macchie nerastre concordano tutte (... ) nell'avere la parte scura rivolta verso il Sole mentre nella parte opposta al Sole sono coronate da contorni molto lucenti quasi da montagne accese. Un aspetto simile abbiamo sulla Terra verso il sorgere del Sole quando non essendo ancora le valli inondate di luce vediamo i monti che le circondano dalla parte opposta al Sole oramai splendenti di luce. Come le ombre delle cavità terrestri ma mano che il Sole si innalza diminuiscono così anche queste macchie lunari con il crescere della parte luminosa perdono le tenebre".
Apparentemente lontano dal campo della esperienza/sensazione indagato dai filosofi, si apre un altro affascinante tema epistemologico quando parliamo di "esperienza mistica". Da Bernardo di Chiaravalle ad Angela da Foligno, da Margherita da Cortona a maestro Eckhart, i mistici utilizzano ampiamente il linguaggio dei sensi esaltati in una dimensione paradossale al di là dell'esperienza materiale e parlano di "ascoltare il silenzio", "vedere l'oscurità più fonda", "toccare il nulla".
inizio pagina
vedi anche
analisi e commenti