La lunga durata| Che cosa significa invecchiare |
| Se il fine di invecchiare fosse quello di morire, avrebbe
ragione Montanelli: una bella eutanasia al momento giusto
come gesto di restituzione della dignità dell'individuo nei
confronti delle indifferenti leggi di natura. Ma James Hillman
ne La forza del carattere (Adelphi, pagg. 322, lire 32.000)
dice che il fine di invecchiare non è quello di morire, ma di
svelare il nostro carattere che ha bisogno di una lunga
gestazione per apparire, a noi stessi prima che agli altri, in
tutta la sua peculiarità. Il carattere ha bisogno di quegli anni
in più che la lunga durata della vita oggi ci concede per
vedere quello che le generazioni che ci hanno preceduto,
fatte alcune eccezioni, non hanno potuto vedere, e
precisamente quello che uno è, al di là di quello che fa, al di
là di quello che tenta di apparire. È chiaro che se per tutta la
vita siamo fuggiti da noi stessi, quasi fossimo il nostro
peggior nemico, non c'è nessuna consolazione a conoscerci
nella vecchiaia, dove il rapporto che ciascuno ha con se
stesso, per chi non è abituato o lo ha sempre evitato,
diventa un rapporto spaventoso. Ma in questo caso tanto
valeva farla finita prima, perché già da prima non aveva
alcun senso una vita vissuta a propria insaputa, come capita
ai più, soprattutto in Occidente, dove le categorie egemoni,
che sono poi quelle della funzionalità e dell'utilità, fanno
invecchiare davvero male. Non si invecchia infatti solo per
degenerazione biologica ma anche e soprattutto per ragioni
culturali, e precisamente per l'idea che la nostra cultura s'è
fatta della vecchiaia, come di un tempo inutile che ha nella
morte il suo fine, in attesa del quale, grazie alla medicina e ai
servizi sociali, sopravvive tutta quella schiera di mummie
animate, paradossi sospesi in una zona crepuscolare. A che
servono? Che scopo hanno? Sono queste idee, che
connettono la vecchiaia all'inutilità e l'inutilità all'attesa della
morte, a rendere in Occidente la vecchiaia terribile, non
solo per il singolo individuo, ma anche per la società che,
non meno del singolo individuo, si dà da fare per ridurre le
cause dell'invecchiamento o ritardarne per lo meno l'arrivo.
I costi sociali, dalle pensioni all'assistenza, sovvertono il
ritmo produttivo delle società avanzate che, impreparate, si
trovano di fronte a una lotta di classe imprevista. Non più
tra poveri e ricchi, ma tra vecchi che non vogliono lasciare e
giovani che non sanno come incominciare. Qui la biologia
incomincia a raccontare un tipo di storia molto allarmante,
ma, dice Hillman, la psicologia, potrebbe raccontarne
un'altra se solo allargasse il suo campo e, invece di curare
solo individui, si mettesse a curare le idee malate con cui gli
individui visualizzano se stessi e le fasi della loro vita. Un
lavoro che forse i filosofi potrebbero fare meglio degli
psicologi, se è vero che la filosofia è un continuo correttivo
di idee stantie, divenute egemoni per forza d'abitudine, per
eccesso di pratica e condivisione, in fondo per la pigrizia del
pensiero. E allora proviamo a fare come Socrate che,
rivolgendosi al vecchio Cefalo, chiede: "Da te ascolterei
volentieri un giudizio sulla vecchiaia: se davvero essa è un
periodo triste della vita, o se qualche altra cosa tu abbia da
dirci". Cefalo inizia a far le lagnanze della vecchiaia, quelle
lagnanze che nascono dal ricordo della giovinezza. Pessima
prospettiva perché, così visualizzata, la vecchiaia non può
apparire che come causa di tutti i mali. Cefalo ne fa l'elenco
che però non convince Socrate: "Mio caro Cefalo, di tutti
questi mali c'è sì un'unica causa, ma essa non è la vecchiaia,
bensì il carattere dell'individuo". Cosa ci insegna questa
storia? Che si può benissimo disfare la connessione
vecchiaia-morte per ricostruire l'antica connessione
vecchiaia e svelamento del carattere che nella vecchiaia
appare nella sua unicità, facendoci finalmente conoscere
quel che davvero in fondo siamo nella nostra specifica
tipicità. In questa prospettiva "vecchio" non vuol più dire
"rudere in attesa della morte", ma può assumere quel
carattere unico e tipico delle cose che ammiriamo, come le
vecchie navi, le vecchie case, le vecchie fotografie nella loro
unicità e non riproducibilità. Questo è il nesso vero da
cogliere nella vecchiaia, non quello deprimente
vecchiaia-morte. La morte infatti non è un oggetto a cui la
nostra psiche possa applicarsi, perché la morte non ha una
psicologia. Che si muore lo può dire la logica, la metafisica,
la teologia, ma non lo può dire mai la nostra psiche, perché
la morte è inattingibile al nostro vissuto psichico, e prendere
a prestito dalle metafisiche e dalle teologie della morte una
nozione che la nostra psiche non riesce a sperimentare
significa contorcere la nostra psiche e costringerla a pensare
e a vivere il Nulla di cui è assolutamente incapace.
"Invecchiando - scrive Hillman - io rivelo il mio carattere,
non la mia morte", dove per carattere devo pensare ciò che
ha plasmato la mia faccia, che si chiama "faccia" perché la
"faccio" proprio io, con le abitudini contratte nella vita, le
amicizie che ho frequentato, la peculiarità che mi sono dato,
le ambizioni che ho inseguito, gli amori che ho incontrato e
che ho sognato, i figli che ho generato. "Onora la faccia del
vecchio" è scritto nel Levitico (19,32), perché la faccia è il
primo segnale da cui prende le mosse l'etica di una società.
E a quale etica si ispira l'Occidente se la faccia che
invecchia è modificata chirurgicamente, repressa dalla
cosmesi e il carattere è sepolto sotto una falsificazione? Se
la vecchiaia non mostra più la sua vulnerabilità, dove
reperire le ragioni della pietas, l'esigenza di sincerità, la
richiesta di risposte sulle quali poggia la coesione sociale?
La faccia del vecchio è un bene per il gruppo, e soltanto a
Dio, ma giusto perché è solo, è concesso di nascondere il
suo volto. Bisognerebbe, per il bene dell'umanità, "proibire
la chirurgia cosmetica e considerare il lifting un crimine
contro l'umanità" perché, oltre a privare il gruppo della
faccia del vecchio, finisce per dar corda e sostegno a quelle
categorie: il biologismo e l'economicismo, che regolano la
cultura occidentale e rendono la vecchiaia più spaventosa di
quello che è. Non vogliamo con questo negare che i vecchi
non vadano incontro a processi degenerativi, né che la loro
vita appaia inutile se misurata sul criterio dell'efficientismo
che regola la cultura dell'Occidente, semplicemente
vorremmo spostare questi tratti dal primo piano sullo
sfondo e riordinare la scala delle priorità, perché, se è vero
che la vecchiaia è un'afflizione, ci piacerebbe sapere se
questa afflizione non è generata o almeno incrementata
dall'idea che ci siamo fatti della vecchiaia. Finché
consideriamo ogni tremito, ogni macchiolina epatica sulla
pelle, ogni nome dimenticato esclusivamente come indizio di
declino, affliggiamo la nostra mente tanto quanto la sta
affliggendo la vecchiaia. Il ripetersi spesso, ogni volta che
vediamo la nostra faccia allo specchio, di questa diagnosi
negativa su quanto ci sta accadendo dimostra la potenza
dell'idea alla quale abbiamo legato e imbrigliato l'ultima
parte della vita. E allora il lifting facciamolo non alla nostra
faccia, ma alle nostre idee e scopriremo che tante idee
convenzionali e soprattutto occidentali, che offrono rifugio
alla tirannia della vecchiaia, in realtà servono per
nascondere a noi stessi e agli altri la forza del nostro
carattere, con il risultato di morire sconosciuti a noi stessi e
agli altri. E allora, se è vero che rimanendo legati a idee
biologistiche ed economicistiche, così diffuse in Occidente,
queste ci influenzano negativamente agendo su di noi come
patologie, non è il caso, arrivati a 50 o a 60 anni, di
incominciare un altro tipo di terapia: la terapia delle idee.
Alla mente le idee piacciono, e nella vecchiaia bisogna
coltivare idee, ma non per ritardare il declino delle funzioni
cerebrali come si è soliti dire, perché le idee non sono
semplici vitamine o utili integratori. Le idee tengono desta la
mente solo se la mente modifica le sue idee. Rigirandole e
smontandole la mente le tiene vive e, invece di lasciarle
logorare e irrigidire nei luoghi comuni, nelle convenzioni, le
sostituisce, le cambia. Nella vecchiaia c'è tutto il tempo per
questo lavoro, ma ci vuole grinta e capacità di resistenza, in
una parola: la forza del carattere. Ogni libro è costruito sulle
idee. Questo libro di Hillman in particolare. La capacità di
intrattenere idee trovandone piacere è sempre stata una
delle giustificazioni per scrivere, per leggere libri e per
tenerseli cari. Ma forse, e da questo libro lo apprendiamo in
modo esplicito, produrre idee è semplicemente la
giustificazione del vivere. E questa è la ragione per cui, in
fondo, la morte non ci riguarda. |