Quel che fa di un uomo un uomoL'australiano Peter Singer, autore del libro di cui si parla in questa pagina, insegna bioetica presso lo
University Center of Human Values all'università di Princeton ed è tra i principali teorici dell'"etica della
liberazione animale" Una discussione a partire dal libro di Singer, "Una sinistra darwiniana. Politica, evoluzione e
cooperazione", alimentato dalla velleità di proporsi come manifesto per la nuova sinistra. Eppure, il
materialismo darwiniano di Singer, cercando in qualche fatto o capacità l'essenza biologica umana, arriva
al paradosso di trasformare anche la morale in economia. Da una prospettiva meno sostanzialista, è
chiaro invece che il punto non è stabilire cosa sia giusto e cosa no a partire da quel che si ritiene
biologicamente, o economicamente, conveniente. Perché la natura dell'uomo non può essere cercata in
ciò che "non" lo caratterizza come animale, bensì in ciò che è "specificamente" suo: ovvero le
competenze linguistiche che, nelle relazioni sociali, diventano in modo del tutto naturale, politica L'australiano Peter Singer, autore del libro di cui si parla in questa pagina, insegna bioetica presso lo
University Center of Human Values all'università di Princeton ed è tra i principali teorici dell'"etica della
liberazione animale" |
| E' possibile conciliare Darwin con una prospettiva politica di sinistra? Può essere, Darwin, un compagno
di strada che aiuti a ridare forza e slancio ai nostri ideali? Prima di provare a rispondere a queste
domande, bisogna chiedersi quale sia la posta in gioco. Ebbene, rifarsi a Darwin significa, in fondo,
richiamarsi a quella parte della natura umana più coriacea e sorda, più resistente agli interventi
dell'educazione: una componente incomprimibile, qualcosa da accettare per quel che è, una specie di
buco nero al di qua della razionalità. In poche parole, invocare Darwin, allora, significa riferirsi al fondo
biologico della nostra specie.
Ora, il problema posto da questo fondo biologico è tanto più serio per la sinistra (da questa
consapevolezza prende le mosse il libretto di Singer, Una sinistra darwiniana. Politica, evoluzione e
cooperazione, Edizioni di Comunità, 2000) per la quale, storicamente, il versante biologico dell'animale
umano sarebbe stato considerato come qualcosa di marginale e in quanto tale destinato ad essere
riassorbito dal suo versante politico-sociale. Se l'uomo, come vuole l'antica definizione, è un animale
politico, la sinistra - è questa la tesi di Singer - troppo spesso ha dimenticato che, prima di tutto, egli è
appunto un animale. Da una tale cecità teorica sono derivate, secondo Singer, non poche difficoltà:
trascurando il fondo biologico dell'animale umano si sono spesso progettate ipotesi politico-sociali
biologicamente irrealizzabili, dal momento che andavano contro le tendenze animali più profonde e
comuni a tutti gli uomini: innanzi tutto l'egoismo, o le diversità nell'intelligenza, fattori responsabili di
rendere inesorabilmente ineguali anche le società che si sarebbero volute più giuste. Una difficoltà
teorica ben esemplificata, secondo Singer, dall'ostilità della sinistra nei confronti di Darwin: "l'ultima
grande barriera che persiste ostinatamente creando una resistenza all'accettazione del pensiero di Darwin
da parte della sinistra è l'idea della malleabilità della natura umana. Da ciò viene tratta la conclusione
che l'educazione, intesa nel senso più ampio possibile, sia la grande panacea di tutti i mali, in grado di
trasformare gli esseri umani in cittadini perfetti".
Secondo Singer, per superare le sue difficoltà attuali, la sinistra - nel senso più ampio del termine -
dovrebbe riconsiderare questo tema, e ammettere, in particolare, l'esistenza di qualcosa come una natura
umana, insieme ai vincoli che una simile natura pone a ogni progetto politico realmente e storicamente
attuabile. Il punto diventerà allora: cosa possiamo trovare, secondo Singer, nella natura umana? Al
centro di tale natura, dice il filosofo, "metterei il fatto che noi siamo esseri sociali che gli esseri umani,
a differenza, diciamo, degli orangutan, in genere non vivono da soli. Altrettanto universale è il nostro
interesse per i nostri simili. La nostra disponibilità a creare legami di cooperazione, e a riconoscere le
obbligazioni reciproche, rappresenta un'altra caratteristica universale. Anche se questo è un punto più
controverso, io aggiungerei che l'esistenza di un sistema di classificazione sociale rappresenta una
tendenza umana quasi universale. Infine, anche i ruoli sessuali manifestano ben poca variabilità. Le
donne quasi sempre svolgono un ruolo primario nell'allevamento dei figli piccoli, mentre gli uomini sono
molto più spesso impegnati in conflitti che comportano lo scontro fisico, sia all'interno del proprio
gruppo sociale sia in occasione di guerre contro gli altri gruppi". Questo, secondo Singer, lo sfondo
biologico della nostra specie animale, lo sfondo con cui una sinistra che non voglia considerarsi altro
che un'inerme utopia non può non confrontarsi.
Come anche l'elenco di Singer rende affatto evidente, tutte le volte che si parla di natura umana sorge
subito il sospetto che si consideri naturale e quindi universale, quel che, invece, è determinato
storicamente e culturalmente. In effetti, considerare naturale che gli uomini facciano la guerra, e le donne
si prendano cura dei bambini, può forse fare piacere al Papa, ma non per questo ci convince della
universalità e naturalità di simili comportamenti. Ma il problema, nell'approccio darwiniano che Singer
auspica per la sinistra, non è neanche questo. In gioco è cosa significhi considerare la nostra specie da
un punto di vista biologico: dovrebbe essere chiaro, ormai, che la vera questione non è opporre alla
cultura la natura, al sociale il biologico, in una contrapposizione meccanica e speculare. Il problema è,
invece, quale idea di natura abbiamo in mente quando ci riferiamo alla natura umana. Singer, in fondo,
non fa altro che biologizzare quel che altri considerano un risultato della cultura o - se si preferisce un
diverso tipo di lessico - dell'ingiustizia di classe. Il problema non è tanto se gli uomini siano predisposti
alla guerra dal loro patrimonio genetico, o dall'ambiente in cui vivono, bensì - semmai - quale è il senso
che, gli esseri umani, possono dare all'esperienza della guerra. Perché non c'è dubbio, che quel fa di un
essere umano un essere umano è la possibilità di interrogarsi sul senso delle proprie azioni.
Converrà dunque adottare un materialismo non sostanzialista, che non cerchi in qualche fatto o capacità
l'essenza biologica umana: altrimenti, si sarà costretti, come fa Singer, a considerare determinati
comportamenti come raccomandabili perché biologicamente convenienti, ossia a trasformare la morale in
una appendice dell'economia. Prendiamo il modo in cui Singer discute il celebre dilemma del prigioniero:
due persone, le chiameremo A e B, sono imprigionate in celle diverse, senza possibilità di comunicare fra
loro. Le autorità che le hanno incarcerate vogliono accollare loro la responsabilità di aver complottato
contro lo Stato. Alle due persone vengono prospettate tre eventualità: se A confessa di aver
complottato insieme a B, mentre questo non confessa nulla, A sarà subito libero mentre B verrà
condannato a venti anni di reclusione; se invece sarà B a confessarsi colpevole, e ad accusare A di
essere stato suo complice, sarà B ad uscire subito mentre A verrà condannato a venti anni di reclusione.
Se entrambi confessano rimarranno in prigione per dieci anni ciascuno. Se, infine, nessuno dei due
confesserà saranno entrambi rilasciati dopo sei mesi.
Come si devono comportare i due prigionieri? Devono privilegiare il proprio interesse immediato oppure
cooperare? Per Singer la questione va affrontata sulla base della strategia più efficiente, quella che
massimizza i benefici per i singoli giocatori. Se ipotizziamo che il dilemma dei due prigionieri rappresenti
un modello delle normali interazioni umane - dove il rischio di perdere qualcosa convive con
l'opportunità di guadagnare qualcos'altro - la strategia vincente nel tempo sarà, per Singer, "la
cooperazione". Dunque, noi tutti, come i prigionieri protagonisti del dilemma, dovremmo imitare le mosse
dell'altro: se non confessa non confessare, e viceversa. E' la legge del taglione, quindi, la via d'uscita per
le difficoltà della sinistra? Occhio per occhio e dente per dente, essere sinceri quando anche l'altro è
sincero, tradire quando anche l'altro tradisce?
Va notato, inoltre, come nel dilemma del prigioniero la questione relativa alla verità o meno delle
confessioni non sia considerata in alcun modo pertinente, esattamente come nel ragionamento
capitalista per cui vendere polmoni d'acciaio o mine antiuomo non fa alcuna differenza: entrambi sono
merci, il resto non conta.
Il materialismo darwiniano di Singer, arrivando al paradosso di trasformare la morale in economia,
contempla tutte le conseguenze che ne derivano: "una sinistra darwiniana avendo ben chiari i
prerequisiti della cooperazione reciproca così come i suoi benefici, si sforzerà di evitare le condizioni
economiche che creano l'emarginazione. Quando il libero operare delle forze concorrenziali del
mercato rende pericoloso camminare per le strade di notte, i governi fanno bene a interferire con quelle
forze del mercato per promuovere l'occupazione".
Ma poniamo che qualcuno dimostri come la cooperazione non sia la strategia più efficace, e che il modo
migliore per rendere le strade più sicure di notte sia, brutalmente ma efficacemente, rinchiudere in
prigione, per poi eliminarli con comodo, tutti i disoccupati. Ebbene, come conciliare la scelta della
strategia economicamente più conveniente con le dichiarazioni di intenti di Singer, il cui libro si propone
come una sorta di manifesto per la nuova sinistra? Dovremmo seguire la (pseudo) natura umana e
accettare il criterio dell'efficienza? Per quanto Singer ci tenga a non derivare norme dai fatti, il suo
approccio porta a questa sconsolante conclusione: "La sinistra darwiniana dovrebbe accettare il fatto
che la natura umana esiste, e cercare di comprenderla più a fondo, in modo che le politiche possano
essere fondate su informazioni di comprovata validità circa le caratteristiche intrinseche degli esseri
umani".
Ora, della natura umana fa anche parte - ad esempio - la crudeltà dei bambini con i loro compagni più
sfortunati, o il mangiare carne di altri animali, abitudine questa che smuove il cuore di Singer, in passato
votatosi con forza alla difesa dei diritti degli animali non umani. Se c'è un comportamento esteso a tutta
l'umanità esso risiede proprio nel cibarsi di carne, dunque si potrebbe sostenere che siamo di fronte a
una condizione biologicamente conveniente: perciò, una sinistra coerente con il darwinismo dovrebbe
cercare di non interferire. Ma se si vuole combattere l'abitudine a cibarsi di carne lo si dovrà fare
invocando il rispetto per la vita: il che non ha alcun senso da un punto di vista biologico, infatti non
troverete mai nessuna forma di vita che si preoccupi di salvaguardare il proprio ambiente (se un batterio
potesse riprodursi indisturbato, in poche ore i suoi discendenti ricoprirebbero l'intero pianeta,
provocandone la morte).
Il punto è che non si può stabilire cosa sia giusto e cosa no a partire da quel che si ritiene
biologicamente, o economicamente, conveniente: la distinzione va collocata su un altro piano. Torniamo
perciò, alla questione relativa alla natura umana: evidentemente essa non risiede nella cooperazione in
quanto tale (sono tanti gli animali che cooperano), né nella tendenza a combattere i propri simili (pensate
alle guerre violente e selvagge fra gruppi di scimpanzé confinanti), quanto appunto nella capacità -
questa sì tutta ed esclusivamente umana - di cercare e attribuire un senso a quel che accade. Per fare
questo occorre un modo per mediare fra le diverse esigenze: occorre, cioè, disporre di una capacità - che
non può non passare attraverso la mediazione del linguaggio - di relativizzare i diversi punti di vista, di
superare, semmai, i vincoli genericamente animali che segnano i nostri comportamenti. Se l'espressione
"natura umana" significa qualcosa, questo qualcosa sta appunto nella paradossale capacità di non
disporre di risorse naturali, come l'ala della rondine o le zanne della tigre, bensì di una capacità - che
coincide con il linguaggio e il ragionamento che esso rende possibile - di ridefinire la propria incerta e
vulnerabile natura.
Sostenere che l'uomo è un animale politico è molto più vicino a Darwin di quanto spesso si pensi, ché
appunto la natura dell'uomo non può essere cercata in ciò che non lo caratterizza come animale, ma in ciò
che è specificamente suo: ovvero le competenze linguistiche che, nelle relazioni sociali, diventano
appunto, e in modo del tutto naturale, politica. Ancora una volta, la questione non è se essere
materialisti o no, ma come esserlo fino in fondo. |