RASSEGNA STAMPA

5 GENNAIO 2001
FELICE CIMATTI
Quel che fa di un uomo un uomo
L'australiano Peter Singer, autore del libro di cui si parla in questa pagina, insegna bioetica presso lo University Center of Human Values all'università di Princeton ed è tra i principali teorici dell'"etica della liberazione animale"
Una discussione a partire dal libro di Singer, "Una sinistra darwiniana. Politica, evoluzione e cooperazione", alimentato dalla velleità di proporsi come manifesto per la nuova sinistra. Eppure, il materialismo darwiniano di Singer, cercando in qualche fatto o capacità l'essenza biologica umana, arriva al paradosso di trasformare anche la morale in economia. Da una prospettiva meno sostanzialista, è chiaro invece che il punto non è stabilire cosa sia giusto e cosa no a partire da quel che si ritiene biologicamente, o economicamente, conveniente. Perché la natura dell'uomo non può essere cercata in ciò che "non" lo caratterizza come animale, bensì in ciò che è "specificamente" suo: ovvero le competenze linguistiche che, nelle relazioni sociali, diventano in modo del tutto naturale, politica
L'australiano Peter Singer, autore del libro di cui si parla in questa pagina, insegna bioetica presso lo University Center of Human Values all'università di Princeton ed è tra i principali teorici dell'"etica della liberazione animale"
E' possibile conciliare Darwin con una prospettiva politica di sinistra? Può essere, Darwin, un compagno di strada che aiuti a ridare forza e slancio ai nostri ideali? Prima di provare a rispondere a queste domande, bisogna chiedersi quale sia la posta in gioco. Ebbene, rifarsi a Darwin significa, in fondo, richiamarsi a quella parte della natura umana più coriacea e sorda, più resistente agli interventi dell'educazione: una componente incomprimibile, qualcosa da accettare per quel che è, una specie di buco nero al di qua della razionalità. In poche parole, invocare Darwin, allora, significa riferirsi al fondo biologico della nostra specie.
Ora, il problema posto da questo fondo biologico è tanto più serio per la sinistra (da questa consapevolezza prende le mosse il libretto di Singer, Una sinistra darwiniana. Politica, evoluzione e cooperazione, Edizioni di Comunità, 2000) per la quale, storicamente, il versante biologico dell'animale umano sarebbe stato considerato come qualcosa di marginale e in quanto tale destinato ad essere riassorbito dal suo versante politico-sociale. Se l'uomo, come vuole l'antica definizione, è un animale politico, la sinistra - è questa la tesi di Singer - troppo spesso ha dimenticato che, prima di tutto, egli è appunto un animale. Da una tale cecità teorica sono derivate, secondo Singer, non poche difficoltà: trascurando il fondo biologico dell'animale umano si sono spesso progettate ipotesi politico-sociali biologicamente irrealizzabili, dal momento che andavano contro le tendenze animali più profonde e comuni a tutti gli uomini: innanzi tutto l'egoismo, o le diversità nell'intelligenza, fattori responsabili di rendere inesorabilmente ineguali anche le società che si sarebbero volute più giuste. Una difficoltà teorica ben esemplificata, secondo Singer, dall'ostilità della sinistra nei confronti di Darwin: "l'ultima grande barriera che persiste ostinatamente creando una resistenza all'accettazione del pensiero di Darwin da parte della sinistra è l'idea della malleabilità della natura umana. Da ciò viene tratta la conclusione che l'educazione, intesa nel senso più ampio possibile, sia la grande panacea di tutti i mali, in grado di trasformare gli esseri umani in cittadini perfetti".
Secondo Singer, per superare le sue difficoltà attuali, la sinistra - nel senso più ampio del termine - dovrebbe riconsiderare questo tema, e ammettere, in particolare, l'esistenza di qualcosa come una natura umana, insieme ai vincoli che una simile natura pone a ogni progetto politico realmente e storicamente attuabile. Il punto diventerà allora: cosa possiamo trovare, secondo Singer, nella natura umana? Al centro di tale natura, dice il filosofo, "metterei il fatto che noi siamo esseri sociali che gli esseri umani, a differenza, diciamo, degli orangutan, in genere non vivono da soli. Altrettanto universale è il nostro interesse per i nostri simili. La nostra disponibilità a creare legami di cooperazione, e a riconoscere le obbligazioni reciproche, rappresenta un'altra caratteristica universale. Anche se questo è un punto più controverso, io aggiungerei che l'esistenza di un sistema di classificazione sociale rappresenta una tendenza umana quasi universale. Infine, anche i ruoli sessuali manifestano ben poca variabilità. Le donne quasi sempre svolgono un ruolo primario nell'allevamento dei figli piccoli, mentre gli uomini sono molto più spesso impegnati in conflitti che comportano lo scontro fisico, sia all'interno del proprio gruppo sociale sia in occasione di guerre contro gli altri gruppi". Questo, secondo Singer, lo sfondo biologico della nostra specie animale, lo sfondo con cui una sinistra che non voglia considerarsi altro che un'inerme utopia non può non confrontarsi.
Come anche l'elenco di Singer rende affatto evidente, tutte le volte che si parla di natura umana sorge subito il sospetto che si consideri naturale e quindi universale, quel che, invece, è determinato storicamente e culturalmente. In effetti, considerare naturale che gli uomini facciano la guerra, e le donne si prendano cura dei bambini, può forse fare piacere al Papa, ma non per questo ci convince della universalità e naturalità di simili comportamenti. Ma il problema, nell'approccio darwiniano che Singer auspica per la sinistra, non è neanche questo. In gioco è cosa significhi considerare la nostra specie da un punto di vista biologico: dovrebbe essere chiaro, ormai, che la vera questione non è opporre alla cultura la natura, al sociale il biologico, in una contrapposizione meccanica e speculare. Il problema è, invece, quale idea di natura abbiamo in mente quando ci riferiamo alla natura umana. Singer, in fondo, non fa altro che biologizzare quel che altri considerano un risultato della cultura o - se si preferisce un diverso tipo di lessico - dell'ingiustizia di classe. Il problema non è tanto se gli uomini siano predisposti alla guerra dal loro patrimonio genetico, o dall'ambiente in cui vivono, bensì - semmai - quale è il senso che, gli esseri umani, possono dare all'esperienza della guerra. Perché non c'è dubbio, che quel fa di un essere umano un essere umano è la possibilità di interrogarsi sul senso delle proprie azioni.
Converrà dunque adottare un materialismo non sostanzialista, che non cerchi in qualche fatto o capacità l'essenza biologica umana: altrimenti, si sarà costretti, come fa Singer, a considerare determinati comportamenti come raccomandabili perché biologicamente convenienti, ossia a trasformare la morale in una appendice dell'economia. Prendiamo il modo in cui Singer discute il celebre dilemma del prigioniero: due persone, le chiameremo A e B, sono imprigionate in celle diverse, senza possibilità di comunicare fra loro. Le autorità che le hanno incarcerate vogliono accollare loro la responsabilità di aver complottato contro lo Stato. Alle due persone vengono prospettate tre eventualità: se A confessa di aver complottato insieme a B, mentre questo non confessa nulla, A sarà subito libero mentre B verrà condannato a venti anni di reclusione; se invece sarà B a confessarsi colpevole, e ad accusare A di essere stato suo complice, sarà B ad uscire subito mentre A verrà condannato a venti anni di reclusione.
Se entrambi confessano rimarranno in prigione per dieci anni ciascuno. Se, infine, nessuno dei due confesserà saranno entrambi rilasciati dopo sei mesi.
Come si devono comportare i due prigionieri? Devono privilegiare il proprio interesse immediato oppure cooperare? Per Singer la questione va affrontata sulla base della strategia più efficiente, quella che massimizza i benefici per i singoli giocatori. Se ipotizziamo che il dilemma dei due prigionieri rappresenti un modello delle normali interazioni umane - dove il rischio di perdere qualcosa convive con l'opportunità di guadagnare qualcos'altro - la strategia vincente nel tempo sarà, per Singer, "la cooperazione". Dunque, noi tutti, come i prigionieri protagonisti del dilemma, dovremmo imitare le mosse dell'altro: se non confessa non confessare, e viceversa. E' la legge del taglione, quindi, la via d'uscita per le difficoltà della sinistra? Occhio per occhio e dente per dente, essere sinceri quando anche l'altro è sincero, tradire quando anche l'altro tradisce?
Va notato, inoltre, come nel dilemma del prigioniero la questione relativa alla verità o meno delle confessioni non sia considerata in alcun modo pertinente, esattamente come nel ragionamento capitalista per cui vendere polmoni d'acciaio o mine antiuomo non fa alcuna differenza: entrambi sono merci, il resto non conta.
Il materialismo darwiniano di Singer, arrivando al paradosso di trasformare la morale in economia, contempla tutte le conseguenze che ne derivano: "una sinistra darwiniana avendo ben chiari i prerequisiti della cooperazione reciproca così come i suoi benefici, si sforzerà di evitare le condizioni economiche che creano l'emarginazione. Quando il libero operare delle forze concorrenziali del mercato rende pericoloso camminare per le strade di notte, i governi fanno bene a interferire con quelle forze del mercato per promuovere l'occupazione".
Ma poniamo che qualcuno dimostri come la cooperazione non sia la strategia più efficace, e che il modo migliore per rendere le strade più sicure di notte sia, brutalmente ma efficacemente, rinchiudere in prigione, per poi eliminarli con comodo, tutti i disoccupati. Ebbene, come conciliare la scelta della strategia economicamente più conveniente con le dichiarazioni di intenti di Singer, il cui libro si propone come una sorta di manifesto per la nuova sinistra? Dovremmo seguire la (pseudo) natura umana e accettare il criterio dell'efficienza? Per quanto Singer ci tenga a non derivare norme dai fatti, il suo approccio porta a questa sconsolante conclusione: "La sinistra darwiniana dovrebbe accettare il fatto che la natura umana esiste, e cercare di comprenderla più a fondo, in modo che le politiche possano essere fondate su informazioni di comprovata validità circa le caratteristiche intrinseche degli esseri umani".
Ora, della natura umana fa anche parte - ad esempio - la crudeltà dei bambini con i loro compagni più sfortunati, o il mangiare carne di altri animali, abitudine questa che smuove il cuore di Singer, in passato votatosi con forza alla difesa dei diritti degli animali non umani. Se c'è un comportamento esteso a tutta l'umanità esso risiede proprio nel cibarsi di carne, dunque si potrebbe sostenere che siamo di fronte a una condizione biologicamente conveniente: perciò, una sinistra coerente con il darwinismo dovrebbe cercare di non interferire. Ma se si vuole combattere l'abitudine a cibarsi di carne lo si dovrà fare invocando il rispetto per la vita: il che non ha alcun senso da un punto di vista biologico, infatti non troverete mai nessuna forma di vita che si preoccupi di salvaguardare il proprio ambiente (se un batterio potesse riprodursi indisturbato, in poche ore i suoi discendenti ricoprirebbero l'intero pianeta, provocandone la morte).
Il punto è che non si può stabilire cosa sia giusto e cosa no a partire da quel che si ritiene biologicamente, o economicamente, conveniente: la distinzione va collocata su un altro piano. Torniamo perciò, alla questione relativa alla natura umana: evidentemente essa non risiede nella cooperazione in quanto tale (sono tanti gli animali che cooperano), né nella tendenza a combattere i propri simili (pensate alle guerre violente e selvagge fra gruppi di scimpanzé confinanti), quanto appunto nella capacità - questa sì tutta ed esclusivamente umana - di cercare e attribuire un senso a quel che accade. Per fare questo occorre un modo per mediare fra le diverse esigenze: occorre, cioè, disporre di una capacità - che non può non passare attraverso la mediazione del linguaggio - di relativizzare i diversi punti di vista, di superare, semmai, i vincoli genericamente animali che segnano i nostri comportamenti. Se l'espressione "natura umana" significa qualcosa, questo qualcosa sta appunto nella paradossale capacità di non disporre di risorse naturali, come l'ala della rondine o le zanne della tigre, bensì di una capacità - che coincide con il linguaggio e il ragionamento che esso rende possibile - di ridefinire la propria incerta e vulnerabile natura.
Sostenere che l'uomo è un animale politico è molto più vicino a Darwin di quanto spesso si pensi, ché appunto la natura dell'uomo non può essere cercata in ciò che non lo caratterizza come animale, ma in ciò che è specificamente suo: ovvero le competenze linguistiche che, nelle relazioni sociali, diventano appunto, e in modo del tutto naturale, politica. Ancora una volta, la questione non è se essere materialisti o no, ma come esserlo fino in fondo.
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vedi anche
Filosofia (e) politica