Reale, il leader che osò raccontare se stesso| Superando l’antipatia dei nostri politici per l’autobiografia, l’ex
segretario del Pri affidò i suoi ricordi a un libro-intervista ora pubblicato |
| «Mentre gli uomini di Stato inglesi e americani concludono la loro vita politica
con una autobiografia (quella di Clinton arriverà in libreria tra un paio d’anni), i
nostri leader praticano raramente l’arte della pubblica confessione. Le ultime
memorie politiche di importanza nazionale sono quelle di Giovanni Giolitti,
pubblicate da Treves nel 1922, ma scritte con l’aiuto di Olindo Malagodi. My
Autobiography di Benito Mussolini apparve a New York presso Charles Scribner nel
1928, ma concerne la prima parte della sua vita e fu oggetto dell’ editing di Margherita
Sarfatti, che aveva pubblicato il suo Dux presso Mondadori due anni prima. Einaudi,
Sforza, De Gasperi, Nenni, Togliatti, Andreotti e Craxi hanno scritto saggi, articoli e
rievocazioni delle particolari vicende di cui sono stati protagonisti. Ma non hanno lasciato ai
loro connazionali una storia organica della loro vita e delle loro esperienze. Il libro di
Francesco Cossiga apparso recentemente presso Rizzoli ( La passione e la politica ) ha
alcune caratteristiche proprie di una autobiografia - l’adolescenza, l’ambiente familiare e
isolano, gli studi, le letture, le prime esperienze umane - ma è il libro di un uomo politico che
non ha chiuso i suoi conti con la storia e non smetterà, finché ne avrà la forza, di nutrire
progetti e ambizioni.
È questa, probabilmente, la ragione della rarità con cui le autobiografie appaiono nella
nostra letteratura politica. A differenza dei loro colleghi d’altri Paesi gli uomini di Stato
italiani ignorano l’«età della pensione». Se si alzano dal tavolo, per una ragione o per l’altra,
preferiscono considerarsi semplicemente in «aspettativa» e non smettono di attendere che
qualcuno li inviti a una partita supplementare. Per coloro che sono ancora in gioco le
confessioni possono essere pericolose. È meglio tacere o parlare con prudenza.
Alcuni storici, nel 1982, decisero di sfidare questa reticenza. Riuniti presso un notaio di
Roma sotto la presidenza di Gabriele De Rosa, costituirono una Società per la storia orale
e conclusero una convenzione con la Discoteca di Stato. Nel corso di una prima riunione si
proposero di raccogliere «voci storiche» sul periodo 1943-1947 e presero contatto, grazie
a Guglielmo Negri, con un uomo politico che era allora giudice costituzionale, ma aveva
avuto una parte non marginale in alcune vicende della politica italiana: l’avvento del
fascismo, la nascita e la morte del Partito d’Azione, la formazione del centro-sinistra, le
schermaglie con la Santa Sede per la riforma del diritto di famiglia e l’introduzione del
divorzio nell’ordinamento giuridico italiano. Parlo di Oronzo Reale, segretario del Partito
repubblicano dal 1953 al 1963, ministro della Giustizia e delle Finanze nei governi Moro,
Rumor e Colombo, autore di una legge sull’ordine pubblico che porta il suo nome e che
venne ferocemente criticata da una parte della sinistra negli anni del terrorismo.
Reale non apparteneva alla categoria dei reticenti, non aveva allora altre ambizioni politiche
e non scrisse memorie autobiografiche, probabilmente, per una sorta di naturale modestia.
Invitato a parlare, accettò con buona grazia. Le conversazioni che Maria Grazia Melchionni
ebbe con lui fra l’aprile e il settembre del 1985 appaiono ora presso Marsilio con il titolo
Oronzo Reale, storia di vita di un repubblicano storico . L’introduzione è di Guglielmo
Negri, morto qualche settimana fa, il corredo critico e documentario di Giampaolo Malgeri.
Reale apparteneva a una famiglia leccese di mazziniani interventisti. Approdato all’università
di Roma dopo la fine della Grande Guerra, fece le sue prime armi nelle battaglie politiche
contro il fascismo e diresse, sino alla soppressione dei partiti, la federazione dei giovani
repubblicani. Mentre il fratello maggiore, Egidio, si rifugiò in Svizzera, dove divenne
vent’anni dopo ambasciatore della repubblica, Oronzo rimase in Italia e fece l’avvocato
portandosi continuamente dietro, a qualche metro di distanza, gli impacciati poliziotti che
avevano l’incarico di tenerlo d’occhio. Verso la fine della guerra, mentre gli antifascisti si
preparavano a rientrare in scena, appartenne a quel gruppo di persone che credettero nella
necessità di una nuova forza politica e crearono il Partito d’Azione.
Reale ne racconta la nascita, la breve vita e la morte con affettuoso distacco e una certa
ironia.
Dopo avere letto i suoi ricordi sui due congressi del PdA (a Cosenza nell’agosto del 1944
e a Roma nel febbraio del 1946), il lettore non avrà difficoltà a capire perché il partito si sia
clamorosamente suicidato dopo avere tenuto per qualche mese, alla fine della guerra, la
presidenza del Consiglio. Era composto da degnissime persone, ma attestate su posizioni
dottrinarie, sedotte da una sorta di massimalismo intellettuale e spesso afflitte da una totale
mancanza di realismo politico.
Dopo quell’esperienza Reale tornò nella sua vecchia famiglia repubblicana e si dedicò
anzitutto all’organizzazione del Pri, poi, come ministro, alla prima riforma del diritto di
famiglia dopo il «codice Grandi» del 1942. Ma la parte più interessante del libro è
probabilmente quella che concerne la nascita del centro-sinistra.
Terminata l’era di De Gasperi, nel 1953, il Pri si propose lo spostamento a sinistra dell’asse
politico italiano, come usava dire in quegli anni, e si dedicò coerentemente all’ingresso dei
socialisti nel governo. Per realizzare questo obiettivo sfruttò fino in fondo il sistema
proporzionale e l’utilità marginale del Pri per la formazione del governo. L’operazione durò
otto anni e dovette superare una lunga serie di ostacoli, resistenze, manovre diversive di
Giovanni Gronchi e di Antonio Segni. Sulla sua utilità per il futuro della democrazia italiana
è lecito avere qualche dubbio, sulla tenacia e sull’abilità di cui dettero prova Reale e Ugo
La Malfa nessun dubbio è possibile.
Ho chiuso il libro con un doppio sentimento, di ammirazione e di speranza: ammirazione per
la intelligenza politica di Oronzo Reale, speranza che l’Italia si sbarazzi di un sistema politico
in cui un piccolo partito può esercitare una tale influenza sulle sorti del Paese. |