RASSEGNA STAMPA

4 GENNAIO 2001
SERGIO ROMANO
Reale, il leader che osò raccontare se stesso
Superando l’antipatia dei nostri politici per l’autobiografia, l’ex segretario del Pri affidò i suoi ricordi a un libro-intervista ora pubblicato
«Oronzo Reale» di Maria Grazia Melchionni, Marsilio, pp. 340, L. 42.000
«Mentre gli uomini di Stato inglesi e americani concludono la loro vita politica con una autobiografia (quella di Clinton arriverà in libreria tra un paio d’anni), i nostri leader praticano raramente l’arte della pubblica confessione. Le ultime memorie politiche di importanza nazionale sono quelle di Giovanni Giolitti, pubblicate da Treves nel 1922, ma scritte con l’aiuto di Olindo Malagodi. My Autobiography di Benito Mussolini apparve a New York presso Charles Scribner nel 1928, ma concerne la prima parte della sua vita e fu oggetto dell’ editing di Margherita Sarfatti, che aveva pubblicato il suo Dux presso Mondadori due anni prima. Einaudi, Sforza, De Gasperi, Nenni, Togliatti, Andreotti e Craxi hanno scritto saggi, articoli e rievocazioni delle particolari vicende di cui sono stati protagonisti. Ma non hanno lasciato ai loro connazionali una storia organica della loro vita e delle loro esperienze. Il libro di Francesco Cossiga apparso recentemente presso Rizzoli ( La passione e la politica ) ha alcune caratteristiche proprie di una autobiografia - l’adolescenza, l’ambiente familiare e isolano, gli studi, le letture, le prime esperienze umane - ma è il libro di un uomo politico che non ha chiuso i suoi conti con la storia e non smetterà, finché ne avrà la forza, di nutrire progetti e ambizioni. È questa, probabilmente, la ragione della rarità con cui le autobiografie appaiono nella nostra letteratura politica. A differenza dei loro colleghi d’altri Paesi gli uomini di Stato italiani ignorano l’«età della pensione». Se si alzano dal tavolo, per una ragione o per l’altra, preferiscono considerarsi semplicemente in «aspettativa» e non smettono di attendere che qualcuno li inviti a una partita supplementare. Per coloro che sono ancora in gioco le confessioni possono essere pericolose. È meglio tacere o parlare con prudenza. Alcuni storici, nel 1982, decisero di sfidare questa reticenza. Riuniti presso un notaio di Roma sotto la presidenza di Gabriele De Rosa, costituirono una Società per la storia orale e conclusero una convenzione con la Discoteca di Stato. Nel corso di una prima riunione si proposero di raccogliere «voci storiche» sul periodo 1943-1947 e presero contatto, grazie a Guglielmo Negri, con un uomo politico che era allora giudice costituzionale, ma aveva avuto una parte non marginale in alcune vicende della politica italiana: l’avvento del fascismo, la nascita e la morte del Partito d’Azione, la formazione del centro-sinistra, le schermaglie con la Santa Sede per la riforma del diritto di famiglia e l’introduzione del divorzio nell’ordinamento giuridico italiano. Parlo di Oronzo Reale, segretario del Partito repubblicano dal 1953 al 1963, ministro della Giustizia e delle Finanze nei governi Moro, Rumor e Colombo, autore di una legge sull’ordine pubblico che porta il suo nome e che venne ferocemente criticata da una parte della sinistra negli anni del terrorismo. Reale non apparteneva alla categoria dei reticenti, non aveva allora altre ambizioni politiche e non scrisse memorie autobiografiche, probabilmente, per una sorta di naturale modestia.
Invitato a parlare, accettò con buona grazia. Le conversazioni che Maria Grazia Melchionni ebbe con lui fra l’aprile e il settembre del 1985 appaiono ora presso Marsilio con il titolo Oronzo Reale, storia di vita di un repubblicano storico . L’introduzione è di Guglielmo Negri, morto qualche settimana fa, il corredo critico e documentario di Giampaolo Malgeri.
Reale apparteneva a una famiglia leccese di mazziniani interventisti. Approdato all’università di Roma dopo la fine della Grande Guerra, fece le sue prime armi nelle battaglie politiche contro il fascismo e diresse, sino alla soppressione dei partiti, la federazione dei giovani repubblicani. Mentre il fratello maggiore, Egidio, si rifugiò in Svizzera, dove divenne vent’anni dopo ambasciatore della repubblica, Oronzo rimase in Italia e fece l’avvocato portandosi continuamente dietro, a qualche metro di distanza, gli impacciati poliziotti che avevano l’incarico di tenerlo d’occhio. Verso la fine della guerra, mentre gli antifascisti si preparavano a rientrare in scena, appartenne a quel gruppo di persone che credettero nella necessità di una nuova forza politica e crearono il Partito d’Azione. Reale ne racconta la nascita, la breve vita e la morte con affettuoso distacco e una certa ironia. Dopo avere letto i suoi ricordi sui due congressi del PdA (a Cosenza nell’agosto del 1944 e a Roma nel febbraio del 1946), il lettore non avrà difficoltà a capire perché il partito si sia clamorosamente suicidato dopo avere tenuto per qualche mese, alla fine della guerra, la presidenza del Consiglio. Era composto da degnissime persone, ma attestate su posizioni dottrinarie, sedotte da una sorta di massimalismo intellettuale e spesso afflitte da una totale mancanza di realismo politico. Dopo quell’esperienza Reale tornò nella sua vecchia famiglia repubblicana e si dedicò anzitutto all’organizzazione del Pri, poi, come ministro, alla prima riforma del diritto di famiglia dopo il «codice Grandi» del 1942. Ma la parte più interessante del libro è probabilmente quella che concerne la nascita del centro-sinistra. Terminata l’era di De Gasperi, nel 1953, il Pri si propose lo spostamento a sinistra dell’asse politico italiano, come usava dire in quegli anni, e si dedicò coerentemente all’ingresso dei socialisti nel governo. Per realizzare questo obiettivo sfruttò fino in fondo il sistema proporzionale e l’utilità marginale del Pri per la formazione del governo. L’operazione durò otto anni e dovette superare una lunga serie di ostacoli, resistenze, manovre diversive di Giovanni Gronchi e di Antonio Segni. Sulla sua utilità per il futuro della democrazia italiana è lecito avere qualche dubbio, sulla tenacia e sull’abilità di cui dettero prova Reale e Ugo La Malfa nessun dubbio è possibile. Ho chiuso il libro con un doppio sentimento, di ammirazione e di speranza: ammirazione per la intelligenza politica di Oronzo Reale, speranza che l’Italia si sbarazzi di un sistema politico in cui un piccolo partito può esercitare una tale influenza sulle sorti del Paese.
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vedi anche
Repubblicanesimo