RASSEGNA STAMPA

3 GENNAIO 2001
SANDRO MEZZADRA
Isaiah Berlin, la ferita dei dannati
Sobrio sostenitore degli ideali del pluralismo e maestro del liberalismo novecentesco, Isaiah Berlin affascina ancora. Lo dimostra una recente raccolta di saggi in cui fertile e serrato è il confronto con tradizioni spesso lontane dal solco in cui si situa la sua opera
Capita a molti di noi, con Isaiah Berlin, quello che a lui doveva capitare con alcuni degli autori a cui sono dedicati i saggi raccolti in Controcorrente (Adelphi, pp. 600, L. 90.000), da Machiavelli ad Hamann, dai teorici romantici e nazionalisti dell'Ottocento a Sorel. La distanza che dagli esiti politici del ragionamento di questo maestro del liberalismo novecentesco ci divide non ci impedisce, in altri termini, di essere di tanto in tanto rapiti dal fascino che dalle sue pagine promana, di avvertire il vibrare di corde profonde della sua sensibilità che instaurano singolari effetti di risonanza con le nostre. Sobrio sostenitore degli ideali del pluralismo, nonché di un concetto "negativo" di libertà spesso frainteso dai suoi più entusiastici ammiratori (lo ha ricordato su queste pagine Adelino Zanini in un articolo del 22 agosto), Berlin è stato in primo luogo un grande storico delle idee. E ha prediletto, in questa sua veste, il confronto con figure e tradizioni teoriche non di rado agli antipodi rispetto a quelle nel cui solco si situa la sua opera. Esemplari, in questo senso, sono i capitoli di cui si compone Controcorrente, dedicati a ricostruire una frammentaria genealogia degli atteggiamenti di pensiero che nella modernità illuministica, liberale e industriale, scorgono lo stigma dello sradicamento e della ferita inferta alla dignità dell'uomo, cercando rifugio in un "senso di appartenenza" declinato in modo via via diverso.
Diciamolo subito: ha ragione Eugenio Scalfari (sulla Repubblica del 3 dicembre) a denunciare i tratti "caricaturali" del profilo dell'Illuminismo che, per contrasto, emerge dalla trattazione del contro-illuminismo a cui è in gran parte dedicato il volume di Berlin. I caratteri astratti e deterministici, ingenuamente ottimistici e utopistici, del razionalismo dei Lumi sono in buona sostanza un idolo polemico costruito nell'Ottocento da quanti all'illuminismo si sono opposti, innalzando le bandiere di tradizioni e di miti raramente innocenti. E' una vulgata, che in Italia si impose tra l'altro grazie alla decisiva autorità di Benedetto Croce, ormai da tempo contestata, e con valide ragioni, dalla storiografia: chi volesse farsi un'idea più rispettosa della realtà storica di quello che è stato il movimento di pensiero illuministico, nonché della straordinaria carica di rottura che lo animava, può consultare gli studi di Edoardo Tortarolo (tra cui va ricordato L'illuminismo. Ragioni e dubbi della modernità, Carocci, 1999) o il bel libro di Maria Laura Lanzillo su Voltaire (Laterza, 2000). Le stesse pagine dedicate da Berlin a Montesquieu e a Hume, due autori di cui volentieri si sarebbe dichiarato discepolo e che difficilmente potrebbero essere ricondotti al "contro-illuminismo", accreditano del resto un'immagine del movimento di pensiero in questione ben più complessa e contraddittoria della stilizzazione appena ricordata.
A quanto scritto da Scalfari, poi, si può aggiungere che niente affatto convincente risulta la tentazione, qua e là affiorante nel volume di Berlin (ad esempio nel saggio su Marx e Disraeli, viziato tra l'altro da discutibili psicologismi), di ricondurre a un medesimo "affetto antimoderno e anti-illuministico" tradizioni teoriche che furono storicamente nemiche, come la critica comunista del capitalismo e la reazione romantica e irrazionalistica al portato di emancipazione della modernità. Si avverte qui il peso di quell'altro concetto polemico, sulla cui vulgata valgono le medesime considerazioni prima svolte a proposito di una certa immagine dell'illuminismo, che negli anni della guerra fredda fu in Occidente il concetto di "totalitarismo". E' bene ricordare comunque che Berlin, nelle cui opere è possibile scorgere una traccia di ragionamento non banale sull'argomento, fu sempre assai parco nell'utilizzare tale concetto, quasi avvertisse i rischi di semplificazione e volgarizzazione di complesse tradizioni di pensiero che esso implicava.
Una volta fatti questi rilievi, tuttavia, conviene tornare ai motivi di fascino che si possono rinvenire nelle pagine di Controcorrente, in massima parte dedicate ad analizzare gli scritti e la biografia di "profeti" e "alienati" che si sono contrapposti a quello che vedevano come lo spirito dominante della loro epoca. E torniamo così a quanto detto in apertura: il fascino che su di noi esercitano molte pagine di Berlin è lo stesso che su di lui devono avere esercitato sistemi di pensiero e movimenti politici agli antipodi rispetto alle sue posizioni. La storia delle idee, in questo senso, si apre continuamente (o quantomeno in alcuni dei capitoli più significativi del libro) sul presente novencentesco. Il saggio del 1971 su Sorel, ad esempio, è chiaramente (ed esplicitamente) motivato dall'urgenza del confronto con il '68 statunitense ed europeo. Berlin non dovette amare Fanon, Che Guevara e le Pantere nere, che cita nel suo saggio. E tuttavia, attraverso le pagine ammirate da lui dedicate al senso della giustizia come "valore assoluto" nel pensiero di Sorel, sono proprio la rivolta e finanche la violenza dei dannati della terra a brillare di luce riflessa, a ricevere un indiretto riconoscimento di grandezza. Si potrà, anche a questo proposito, rilevare criticamente l'ambiguità dell'esempio paradigmatico scelto da Berlin, di quel Sorel, appunto, che all'ammirazione per Lenin nell'ultima fase della sua vita abbinava spunti di pensiero che tanto impressionarono Mussolini. Rimane straordinaria, in ogni caso, la tensione di Berlin a comprendere l'"altro da sé", testimonianza di un'indipendenza di pensiero e di una spregiudicatezza di vedute che non furono molti, nel lungo dopoguerra, a saper coltivare all'interno del campo a cui egli apparteneva.
Ma più plateale, e in fondo meno ambiguo, è il caso di Machiavelli. Il saggio su L'originalità di Machiavelli, la cui prima stesura risale al 1953, presenta infatti con ogni evidenza, e con un'intensità sconosciuta agli interpreti del tempo, una lettura del fiorentino come fondatore in epoca moderna di una linea di pensiero che, certo con molte torsioni e cesure, sarebbe culminata nel comunismo. Colpiscono (e, ancora una volta, affascinano) la sicurezza e la rapidità con cui Berlin si sbarazza di un'intera tradizione interpretativa, quella che - a partire da Croce - aveva visto in Machiavelli colui che ha separato la politica dalla morale. Al contrario, sostiene Berlin: la grande rottura determinata dall'autore del Principe nella storia della cultura occidentale consiste nel fatto che egli ha liquidato una volta per tutte l'idea che possa esistere un'univocità morale, contrapponendo ai principi cardinali della morale cristiana una diversa etica, che per amor di brevità potremmo definire l'etica della militanza e del conflitto politico.
Intendiamoci: non si vuole qui sostenere che l'interpretazione di Berlin risulti in tutto e per tutto convincente. Ma quale impressione deve aver fatto su coloro che assistettero alla prima lettura della conferenza di Berlin, in una riunione della sezione britannica della "Political Studies Association", questa tesi secondo cui Machiavelli era in ultima istanza da considerare - contro le ricorrenti "neutralizzazioni" del portato eversivo del suo pensiero - il primo teorico moderno della rivoluzione! Certo, dalla rottura determinata da Machiavelli, Berlin, analogamente a quanto aveva fatto Max Weber con le sue tesi sul "politeismo dei valori" e con la sua enfasi sulla "lotta", ricava argomenti a favore della superiorità del liberalismo e del suo principio di tolleranza. Una volta introdotta la scissione nel mondo dell'etica, una volta dimostrato che "non tutti i valori sono reciprocamente compatibili", non può che derivarne l'impossibilità di dimostrare "secondo un criterio universalmente valido" che un determinato valore è superiore a un altro. L'adesione a un valore non può che essere un gesto tragicamente infondato, e il compito prioritario della politica dovrà consistere nel porre un argine al potenziale dilagare del tragico, stabilendo un terreno minimo su cui sia possibile un accordo su basi relativistiche e sospingendo nel privato - appunto attraverso le strategie della tolleranza - l'urto conflittuale fra i diversi valori.
Ci sarebbe molto da dire su questa riduzione (comune, è il caso di ripeterlo, a Berlin e a Weber) del conflitto a conflitto fra valori. C'è in ogni caso un concetto già ricordato, e che spesso ritorna nei saggi raccolti in Controcorrente (in particolare in quello, davvero notevole, sul nazionalismo), che può forse aiutarci, malgrado Berlin, ad andare oltre tale riduzione: è il concetto di ferita, della lacerazione e del dolore prodotti in un'esistenza individuale o collettiva dall'operare di forze al di fuori del controllo di un individuo o di un soggetto collettivo. Vi è certo il rischio, per un pensiero politico che faccia perno su questo concetto, di anelare alla produzione di un'esistenza totalmente libera dall'alienazione e dal dolore, di produrre quel sogno di una totalità in sé ricomposta e acquietata che troppo spesso si è trasformato in un incubo. Ma è questa una buona ragione per rinunciare a denunciare specifiche fonti di dolore e di alienazione, a schierarsi dalla parte di chi si solleva contro specifiche ferite, a immaginare un assetto collettivo in cui la critica del dominio e dello sfruttamento siano la sostanza stessa del politico? Troppo spesso il liberalismo, anche nelle sue espressioni più impegnate e teoricamente avvertite, ha richiesto (e continua a richiedere) questa rinuncia. E' una buona ragione per continuare a non dirsi liberali.
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vedi anche
Filosofia (e) politica