Quando Platone non aveva ancora dimenticato l'Essere| Pubblicate da Adelphi le lezioni del 1926 sul pensiero
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| M. Heidegger, «I concetti fondamentali della filosofia antica», edizione italiana a cura di F. Volpi, traduzione di G. Gurisatti, Adelphi, Milano 2000, pagg. 448, L. 90.000. | L'editore Adelphi pubblica nella collana «Biblioteca Filosofica» I concetti fondamentali della filosofia antica di Martin Heidegger. Si tratta di un corso tenuto all'Università di Marburg nel 1926, di notevole interesse, in quanto costituisce - tra l'altro - l'unica trattazione di Heidegger sul pensiero antico da Talete ad Aristotele, con l'inclusione di alcuni pensatori su cui non tornerà più in seguito. Mancano solo i Pitagorici e i Socratici minori, La trattazione termina con Aristotele, in quanto con lui - come già aveva sostenuto Zeller - si esaurirebbe la creatività del pensiero antico.
Purtroppo il curatore tedesco, F.K. Blust ha voluto pubblicare il corso attenendosi alla fedele trascrizione del manoscritto, che era steso solo in forma schematica. Il lettore sì trova quindi di fronte a un testo frammentario e pieno di lacune, che solo in parte vengono colmate dalle aggiunte in appendice. Franco Volpi rileva giustamente: «A causa di questa scelta l'edizione acquista in fedeltà ma perde purtroppo in comprensibilità, linearità e leggibilità. Caratteristiche, queste, che invece le lezioni possedevano in sommo grado, come Hermann Mörchen - l'allievo di Heidegger cui dobbiamo la trascrizione completa di questo e altri corsi - non si stancava di ricordare». A questo aggiungerei l'osservazione di Gadamer secondo cui Heidegger scriveva con uno stile pesante e poco accattivante, mentre teneva lezioni con uno stile non solo eccellente ma esaltante; le sue lezioni trascritte sono spesso molto più belle delle pagine dei libri da lui composti.
Fortunatamente il lettore italiano ha a sua disposizione l'eccellente introduzione di Volpi: una quarantina di pagine ben articolate e calibrate, con a supporto anche la lettura della trascrizione completa del corso, che Mörchen gli ha messo a disposizione in dattiloscritto.
Heidegger inizia il suo corso definendo il concetto stesso di filosofia: mentre tutte le altre scienze si occupano dì «enti» particolari, la filosofia va oltre l'«ente» e svolge una funzione critica essenziale operando una scissione e differenziazione non già fra ente ed ente, bensì fra «ente» ed «essere»: «In effetti - egli scrive - il senso comune e l'esperienza comune comprendono e cercano solo l'ente. Ma vedere in esso l'essere, comprenderlo e differenziarlo dall'ente, questo è appunto il compito della scienza che differenzia, la filosofia». La filosofia scientifica ha inizio quando si arriva a raffigurarsi qualcosa con il termine "essere" e ci si pone in grado di capire la differenza e di compierla realmente».
Nella trattazione dei Presocratici fanno spicco le pagine su Eraclito e soprattutto su Parmenide e Zenone, che meritano di essere lette e rilette con attenzione.
Di Socrate Heidegger mette in rilievo l'importanza che ebbe non solo per lo sviluppo della comprensione dell'«esserci in generale», ma anche per la «fondazione del sapere». Per quanto concerne questo secondo punto egli segue la linea interpretativa aperta da Schleiermacher e portata avanti da Zeller sulla base delle testimonianze aristoteliche (oggi non più seguita), secondo cui Socrate avrebbe fondato il problema della conoscenza: «Finora si erano già avuti tentativi dì dimostrazione e di meditazione concernenti il problema cognitivo; adesso però è il concetto in quanto tale a essere inteso espressamente e in quanto concetto».
Le pagine più interessanti sono quelle dedicate a Platone e soprattutto ad Aristotele. Già i Presocratici (e non solo gli Eleati), cercavano di «penetrare nell'essere», partendo e aderendo tuttavia all'ente. Ma il passo determinante è stato quello compiuto da Platone, in particolare con la sua teoria delle idee. Infatti, le Idee sarebbero da intendere come un'interpretazione dell'ente stesso posto in relazione al suo essere. L'affermazione di Platone che l'Idea è l'ente autentico, implica - posta in questo modo - che l'essere dell'ente venga inteso, in certo senso, esso pure come ente; tuttavia esso non rientra più nella sfera dell'esperienza, ma la trascende. Di conseguenza, l'essere dell'Idea risulta differente da qualsiasi ente.
Come risulta ben evidente, Heidegger nel 1926 non aveva ancora assunto quella posizione critico-negativa nei confronti di Platone (considerato come uno dei maggiori responsabili - nella storia della metafisica occidentale dell'«oblio dell'essere»), ma valutava positivamente la teoria delle Idee, come un notevole passo innanzi verso l'ontologia, sia pure considerandola non più che una preparazione alla dottrina aristotelica.
Belle sono le pagine sul mito della caverna, che viene interpretato non in chiave gnoseologica (ossia come illustrazione dei vari gradi della conoscenza) e neppure in
chiave paideutica (ossia come illustrazione dei vari gradi attraverso cui l'uomo deve passare per la sua formazione spirituale), bensì in chiave ontologica, ossia nei vari gradi del disvelamento dell'essere, a partire dall'ente fino a giungere alla visione della luce suprema dell'essere: «Solo in base a una superiore comprensione dell'essere ciò che prima era ritenuto unicamente essente diventa concepibile nel suo essere. Ciò significa che per poter abbracciare con lo sguardo e comprendere tutto l'ente e i suoi modi di essere c'è bisogno della suprema comprensione dell'essere, ovvero di sapere che cosa significa propriamente l'essere"». Interessanti sono
anche le molte pagine dedicate al Teeteto (su cui Heidegger ritornerà nei suoi corsi del 1931-32), in cui si dimostra l'apertura del discorso platonico sull'«essere del non-essere» e sull'«essere del divenire», e quindi su temi che verranno ripresi da Aristotele in modo determinante.
Le pagine più belle del corso sono quelle dedicate ad Aristotele e in particolare alla Metafisica. Aristotele con la teoria dell'«ente in quanto ente» mira in modo sistematico alla comprensione dell'«essere dell'ente», e quindi alla vera e propria ontologia, e in tal senso va oltre Platone.
Il vertice della metafisica aristotelica non sta nella dottrina del Motore immobile, in quanto anche il Motore immobile non è l'«essere», ma è un «ente» (sia pure il più perfetto), e quindi da esso può derivare solo una spiegazione «ontica» dell'ente e non una interpretazione «ontologica» dell'ente in quanto ente. Il vertice della metafisica aristotelica sta, invece, nella distinzione e nell'analisi dei quattro significati fondamentali dell'essere (essere come categorie, essere come accidente, essere come vero e falso, essere come potenza e atto) con il loro riferimento strutturale all'ousia.
Questa tesi di Heidegger dipende in larga misura dal celebre libro di Brentano Sui molteplici significati dell'essere secondo Aristotele (Vita e
Pensiero, Milano 1995), sia pure criticato in alcuni suoi concetti di fondo, in particolare nella sua interpretazione dell'ousia. Per Heidegger, infatti, l'ousia va intesa non in senso «ontico» (ossia come una forma di ente in senso sostanziale), bensì in dimensione «ontologica», come modo di essere dell'entità. Volpi precisa: «(l'ousia) non indica cioè un ente reale, una sostanza, ma un modo d'essere, cioè l"'enticità", la "sostanzialità", ossia il carattere d'essere di ciò che per Aristotele è in senso primario e autentico. E tale carattere d'essere è quello di "essere presente lì davanti"». Pertanto, ben si comprende come Heidegger traduca ousia con Seiendheit, ossia «enticità», che consiste appunto nell'«essere presente». Pertanto, conclude Volpi, «si può ben dire che l'ontologia sia usiologia, ma non nel senso tradizionale di dottrina della sostanza, bensì nel senso di dottrina dei modi d'essere dell'ente».
Questo libro presenta una rivisitazione dei Greci da parte di un pensatore che nel secolo XX ha voluto «pensare con i Greci» e addirittura «in modo più greco dei Greci», come Volpi ci ricorda. Ed ecco il severo monito di Heidegger contro certe tendenze di «rinuncia al pensare», iniziate ai suoi tempi con certe forme di filologismo e storicismo asettico, oggi giunte alle estreme conseguenze: «La moderna erudizione, che sa tutto e chiacchera di tutto, è da molto tempo diventata ottusa, incapace di differenziare nettamente ciò che noi, negli ambiti originari del domandare scientifico, comprendiamo e non comprendiamo in senso genuino. Essa è diventata troppo scaltra e boriosa, cioè filosoficamente improduttivo, per riuscire ancora a cogliere la forza propulsiva che vive nella scoperta di Platone e Aristotele». |